Tomaszewski mette sotto scacco la Regina

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Mai avevano mancato la qualificazione da quando nel 1950 avevano deciso d’esserci, rompendo lo splendido isolamento. Mai potevano immaginare di essere eliminati dalla Polonia, una sola partecipazione, nel lontano 1938.


Unthinkable. Che l’Inghilterra non vada ai Mondiali è assolutamente fuori da ogni logica. Questo dicevano Londra e la nazione nell’ottobre del ‘73, loro, inventori del calcio e campioni del mondo sette anni prima. Mai avevano mancato la qualificazione da quando nel 1950 avevano deciso d’esserci, rompendo lo splendido isolamento. Mai potevano immaginare di essere eliminati dalla Polonia, una sola partecipazione, nel lontano 1938.

E l’esito del match dipese tutto da lui, Jan Tomaszewski, che quella sera alternò un miracolo dietro l’altro zittendo tutti i critici che da lui si aspettavano poco, visto che a Wembley arrivava reduce da una pessima trafila in Nazionale, cominciata due anni prima e proseguita tra errori e insicurezze.
Fu Brian Clough, ancora lontano da portare il Nottingham Forest a vincere due Coppe Campioni, a definire nel pre-partita il portiere «un clown da circo coi guanti». E pure il giorno dopo sui giornali inglesi si continuava a ricordare quel sorriso «mezzo sarcastico, mezzo sorpreso» con cui avevano visto Tomaszewski tuffarsi su ogni pallone: «C’era da credere che quella era la sua prima partita di sempre», scrisse il giorno dopo il Guardian, arrendendosi all’abilità disarmante con cui il polacco aveva saputo difendere il pareggio.

Non erano mancate le convinzioni per lui quella sera, mischiate con le paure: lo stadio tutto esaurito, gli inglesi che arrivavano da un 7-0 rifilato all’Austria, le urla inferocite del pubblico. Il portiere ricorda ancora le parole del tecnico Gorski, a infondere a tutti fiducia e coraggio: «Vincere contro una squadra debole non dà gioia. Potete giocare per 20 anni in mille partite e nessuno si ricorderà di voi. Ma stasera, in una sola partita, contro una squadra come l’Inghilterra e in un posto come questo, avete l’occasione di scrivere i vostri nomi nei libri di storia».

Dall’altra parte, Ramsey si sforzò di vedere buoni auspici in ogni piccolo evento, seminando ottimismo presso amici e collaboratori. In effetti l’infortunio di Lubanski aveva privato la Polonia del suo migliore contropiedista, e per la prima volta dopo tanti anni la stampa sembrava compatta nel creare un clima di entusiasmo sciovinistico, un clima che mancava dal Mondiale 1966. Alla vigilia Ramsey fece fuori senza tanti complimenti un Bobby Moore in netto declino e ancora una volta dimenticò i due emergenti, per la verità già emersi, del Liverpool: Clemence (ma tanto c’era Shilton) e soprattutto Kevin Keegan. Della squadra che si stava per raggiungere il livello di Ajax e Bayern l’unico in campo era Emlyn Hughes, ma in un contesto mediatico di unanimismo non ci furono comunque polemiche sulla formazione. In pochi fra i centomila di Wembley, e fra i moltissimi di più che avrebbero voluto esserci, avrebbero scommesso sulla qualificazione della Polonia.

Ecco la cronaca di quell’incredibile match. Gli inglesi partono con il previsto slancio, e i polacchi, almeno nei primi minuti, danno l’impressione di soffrire non poco la grinta degli avversari. Già al 1′ Clarke entra durissimo su Tomaszewski che si appresta a una rimessa, colpendolo alla mano sinistra. L’incidente rischia di mandare il portiere subito in infermeria, con cinque microfratture alla mano sinistra. «Avevo le mani congelate durante la partita», ricorda lo stesso portiere, «e per l’adrenalina non sentivo alcuna sofferenza. Il mio compagno di squadra Adam Musial poi mi disse: “È andata bene che ti ha colpito: almeno ti ha svegliato”».

La pressione degli inglesi intanto dà l’impressione di offrire subito dei risultati ma la difesa polacca è organizzata. Al 18′ l’arbitro deve ammonire Musial per un fallo su Clarke e un minuto dopo gli inglesi hanno la prima grande occasione per passare in vantaggio. Su una punizione a parabola di Peters entra Mc Farland e calcia forte rasoterra; sulla traiettoria si lancia Channon che, in piena mischia, appoggia con tutta calma in rete, salvo vedere incredibilmente la palla rimbalzare contro il montante Sullo slancio, gli inglesi aumentano sull’accelleratore. Al 35′, su cross di Madeley, Chivers, di testa, toccato la palla a Channon che, con una deviazione, la manda a sfiorare la traversa. Il finale è tutto un fuoco d’artificio dei padroni di casa contro una Polonia ormai chiusa in difesa, rassegnata a rompere, a respingere alla meglio, con Tomaszewski impegnato in alcune uscite alla disperata da sembrare avventate quanto efficaci.

L’undici di Alf Ramsey come è logico inizia la ripresa all’attacco, ma i polacchi, al contrario di quanto avevano fatto in apertura di gioco, si mostrano più sereni, più tranquilli e ribattono colpo su colpo con maggiore efficacia. Sostenuta, comunque, la pressione degli inglesi che a tratti prende l’aspetto di un vero e proprio assedio. All’11’ accade l’impensabile e la Polonia passa in vantaggio con un contropiede da manuale. Errore di Curry sulla destra, che si fa soffiare la palla dal mediano Musial, lancio per Lato sulla linea laterale con la scattante ala destra che evita in dribbling Hunter per convergere al centro e appoggiare rasoterra verso l’accorrente Domarski: controllo della sfera e di destro battuta in rete. Scoramento nelle file inglesi, soliti commoventi incitamenti del pubblico alla squadra di casa, esultanza dei giocatori polacchi.

Alla ripresa del gioco i britannici si spingono ancora di più in avanti, ma l’impressione è che non sarebbero riusciti a passare senza una severissima decisione dell’arbitro belga Loraux, che punisce con un calcio di rigore al 17′ una spinta di Musial ai danni di Peters, avvenuta appena un metro dentro sulla sinistra dell’area di rigore polacca, un fallo più che altro di ostruzionismo. Palla sul dischetto, comunque, e botta alta di Clarke sulla sinistra di Tomaszewski. Il pareggio rinvigorisce i britannici, ma abbatte i polacchi i quali, anzi, intensificano il loro contropiede per cercare di alleggerire la pressione dell’avversario.

Il finale, comunque, è tutto di marca britannica, con una raffica di occasioni da rete. Al 32′ una stangata di Bell è parata in tuffo, un attimo dopo una staffilata di Clarke a colpo sicuro viene messa in angolo dal portiere. Due minuti dopo ancora Grzegorz Lato lanciato solo verso il portiere Shilton (l’avanzamento in blocco della squadra inglese scopre larghi spazi nella metà campo), ma questa volta l’ala sbaglia cercando di dribblare il numero uno avversario. Il finale è drammatico. Al 45′, su corner, calcia forte Peters e respinge sulla linea Szymanowski; nei minuti di recupero è Bell a farsi luce in una mischia con una staffilata che buca il portiere polacco, ma trova sulla sua strada Bulzacki, il quale, in spaccata, devia in corner. Non c’era neppure il tempo di calciare l’angolo che l’arbitro Loraux fischia la fine.

La Nazionale dei tre leoni sprofonda nella vergogna e nel fallimento. «It’s all over», è il commento del telecronista a fine gara. Tutto è finito. Sir Alf Ramsey, colui che aveva portato gli inglesi a vincere il Mondiale nel 1966, si dimetterà. Dall’altra parte entra nell’Olimpo la Nazionale di Gorski: se si gioca alla pari con gli inventori del football, allora null’altro è precluso. Diventerà presto chiaro che quella che aveva affrontato l’Inghilterra era la migliore Nazionale nella storia della Polonia, in grado di mantenere la propria identità, nonostante l’oppressione sovietica. Una Polonia che aveva vinto l’oro olimpico nel 1972, e che arriverà terza a quei Mondiali, perdendo solo una volta, in semifinale contro i padroni di casa tedeschi. Ma non finirà lì, perché poi otterrà un argento olimpico nel 1976 e raggiungerà nuovamente le semifinali nei Mondiali del 1982.

E neanche per Tomaszewski quella magica serata non fu un lampo improvviso nella carriera dell’estremo difensore, che 8 mesi dopo giocherà i Mondiali da autentico leader parando pure due penalty (il primo allo svedese Staffan Tapper, il secondo al tedesco occidentale Uli Hoeness). Nulla però fu pari a quel pareggio con l’Inghilterra: «Paragonate la pressione della semifinale di Coppa del Mondo con il match di Wembley? È come guidare una Skoda dopo una Mercedes».

Dopo il Mondiale la carriera di Jan fu poco altro: si ritirò negli anni Ottanta e iniziò a fare il commentatore sportivo, divenne famoso per le sparate a zero contro tutto e tutti. Ma 40 anni fa non fu il suo carattere istrionico a dar notizia, bensì le sue parate. Lì la sua vita sportiva era arrivata all’apice, trasformando un clown nell’“uomo che fermò gli inglesi”. Con una mano fratturata.