Juan Funes: Cuor di leone

Affermatosi in Colombia, il poderoso attaccante argentino diventa una stella anche in patria. Ma il cuore lo tradisce, costringendolo prima al ritiro e poi portandolo a una prematura morte. Tra i 40 mila al suo funerale, anche Diego Maradona

Il cuore lo ha tradito due volte. La prima costringendolo ad appendere le scarpe al chiodo quando aveva ancora tantissimo da dare. La seconda, la più terribile, portandolo a morire, neanche ventinovenne, su un letto di ospedale. Ma nella sua brevissima carriera, Juan Gilberto Funes ha scritto pagine significative del calcio sudamericano.

È argentino, ma è in Colombia, nel 1984, dopo le esperienze in patria con Huracan di San Luis, la squadra della sua città di origine, Sarmento di Junin, Jorge Newberry e Gimnasia y Esgrima, che comincia a far parlare di sé, a soli ventuno anni. Dopo un neppur breve periodo di ambientamento, nel quale sembra far rimpiangere Wilmar Cabrerà, di cui prende il posto dopo la cessione del bomber uruguaiano al Valencia, comincia a segnare a raffica con i Millonarios (la formazione di Bogotà con cui all’inizio degli Anni 50 aveva fatto sfracelli il suo più illustre connazionale Alfredo Di Stefano) e insieme al titolo di capocannoniere si conquista il soprannome di “Bufalo di San Luis”: è alto 180 centimetri, il suo peso forma è di 87 chili e quando si mette in moto non è facile ostacolarlo. Il suo piede sinistro è potentissimo, non è male pure il destro e anche nel gioco aereo sa farsi valere: proprio di testa, il 18 novembre, contro lo Jùnior di Barranquilla, mette a segno la rete numero 3.000 nella storia del club biancazzurro.

Non lasciarlo partire diventa impossibile, tanto più che a muoversi per lui è una delle più prestigiose società argentine, il River Plate. E anche con i “Millonarios” di Buenos Aires, Funes dimostra di poter fare la differenza. È protagonista assoluto della Copa Libertadores del 1986: nella doppia finale con l’America di Cali va a segno sia all’andata (2-1 fuori casa, l’altro gol ospite è di Norberto “Beto” Alonso) che al ritorno (1-0), con un meraviglioso sinistro da fuori area che fa esplodere il “Monumental”.

Per la squadra biancorossa è il primo successo continentale, Ruggeri e compagni partecipano in città a una festa incredibile, mentre Juan chiede e ottiene dal tecnico Veira di tornare a casa propria, a San Luis, per gioire con i suoi genitori, la moglie Ivanna e il figlioletto, Juan Pablo. «La mia famiglia e la mia gente» spiega il giocatore «sono quanto di più importante possiedo».

Funes nella finale dell’Intercontinentale del 1986 contro lo Steaua Bucarest

A dicembre c’è da disputare la Coppa Intercontinentale: avversaria la Steaua Bucarest, reduce dal clamoroso successo in Coppa dei Campioni, che perde di misura per la rete realizzata da Alzamendi. Funes, che aveva sperato di essere convocato da Bilardo, già per il Mondiale messicano, fa invece il suo esordio nella “Selección” il 10 giugno del 1987 nell’amichevole di Zurigo con l’Italia (3-1 per gli Azzurri, debutto anche per Ciro Ferrara). Un’ora di gioco, prima di lasciare il posto a Pedro Pablo Pasculli, che lo ricorda con grande affetto ed emozione. «Era un bravissimo ragazzo» dice l’ex stella del Lecce «che con umiltà e abnegazione era arrivato in alto: aveva davvero tantissima forza di volontà e quella sera ha toccato il cielo con un dito».

Altre tre presenze senza gol in nazionale, con la partecipazione alla deludente Copa America dei biancocelesti, che la organizzano ma assistono al successo dell’Uruguay, prima di una nuova importante svolta: l’approdo in Grecia, all’Olympiakos, che raggiunge a dicembre. Con i biancorossi del Pireo sei reti in undici gare nel primo campionato, pure una doppietta (su rigore) nella finale di coppa persa con il Panathinaikos, ma anche qualche difficoltà di ambientamento e quindi il desiderio di cambiare aria.

C’è il Nizza, che prima di fargli firmare il contratto, lo sottopone alle visite mediche di rito, dalle quali emergono seri problemi cardiaci. Funes fa le valigie e torna in Argentina, si fa avanti il Boca Juniors, che però davanti all’esito di nuovi esami si tira indietro, a differenza del Vélez Sarsfield, che lo tessera e gli permette di giocare qualche match, prima del forzato addio.

Juan, però, non si arrende e per rimanere nell’ambiente progetta una scuola calcio, che porta il suo stesso nome. Ma ha il cuore a pezzi, la malattia è senza pietà e lo costringe a numerosi ricoveri in ospedale.

Muore a Buenos Aires l’11 gennaio del 1992, al suo capezzale c’è anche Maradona, che parla di lui nell’autobiografia “Yo soy el Diego”. «Vedere quell’orso buono, quell’uomo enorme prostrato nel letto, era un’immagine tremenda e molto dolorosa», scrive l’ex “Pibe de Oro”, che insieme ad altre 40.000 persone partecipa ai funerali, a San Luis: un bagno di folla, l’ultimo, per un ragazzo sfortunato.

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