Juventus 1983/84: la Signora in giallo

Una stagione di riscatto spettacolare nata dalle delusioni di Atene. Platini, capocannoniere del campionato, trascina i bianconeri sulla strada del gol e dei trionfi: nazionali e internazionali.


Dopo la delusione di Atene, con la Coppa dei Campioni svanita di fronte al gol di Magath, la Juventus si guarda dentro. E’ il momento degli addii. Con la stagione 1982/83 lascia, chiudendo una carriera oggettivamente ineguagliabile, Dino Zoff, Superdino o Dinomito. Ha quarantun anni, undici dei quali colorati in bianconero. Il suo bilancio juventino parla di 476 partite ufficiali, 330 in campionato, 74 in Coppa Italia, 72 nelle Coppe europee, corredate dalla conquista di sei scudetti, due Coppe Italia, una Coppa Uefa. Il suo fisico d’acciaio e il suo scrupolo nella preparazione, in una parola la sua straordinaria professionalità, gli hanno fatto toccare record incredibili.

Le sue 330 partite juventine in serie A sono consecutive, i suoi minuti di imbattibilità nella porta bianconera arrivano a 903, mentre in Nazionale ha fatto ancora meglio, 1143 minuti senza subire gol, dal settembre 72 sino al giugno 74. Portiere dal grande senso di piazzamento, senza fronzoli, nemico delle inutili acrobazie, considerato per un lunghissimo periodo l’assoluto numero uno del mondo, ha preso parte a quattro campionati del mondo, tre in veste di titolare, vincendo quello dell’82 in Spagna a quarant’anni esatti di età, dopo essersi aggiudicato nel 68, cioè quattordici anni prima, il titolo di campione d’Europa con la Nazionale di Valcareggi.

La disperazione dei bianconeri dopo la finale persa ad Atene contro l’Amburgo

Lascia anche Roberto Bettega, che si concede una breve avventura nel campionato canadese prima di appendere definitivamente le scarpette al chiodo. E lascia in pratica, pur restando formalmente nei ranghi, l’indomito guerriero di centrocampo Beppe Furino, cui il Trap concederà uno scampolo di quaranta minuti, giusto per alzare a quota otto il suo bottino di scudetti.

Già, perché nella stagione di grandi rinnovamenti, la Juventus riprende il filo tricolore e si laurea campione d’Italia per la ventunesima volta. E il Trap, come già nel suo anno d’esordio sulla panchina bianconera, centra una prestigiosa doppietta, il campionato e la Coppa, che questa volta è la Coppa delle Coppe, un trofeo che ancora non brillava in bacheca.

In porta arriva da Avellino Stefano Tacconi, bel tipo di moschettiere, grande fisico e qualità atletiche di prim’ordine, la personalità giusta per non accusare oltremisura il peso di un’eredità terribile come quella di Zoff. Lo accompagna, sempre da Avellino, Beniamino Vignola, fine centrocampista, sinistro di velluto, che troverà molti scampoli di gloria. Per sostituire Bettega, e anche Marocchino che non è mai riuscito completamente a sfondare, Boniperti pesca a Verona l’atletico Penzo, forte di testa, disposto al sacrificio, diciamo un Ravanelli ante-litteram, per dare l’idea. Al Verona, in cambio, va in prestito Galderisi, che non trova più posto dopo le fiammeggianti promesse.

Il duello Platini-Falcao

Al di là delle novità stagionali, è lo spirito che è mutato. I due stranieri, Boniek e Platini, si sono inseriti perfettamente nel meccanismo, adeguandosi (sia pure con qualche mugugno, specie Platini) agli schemi del Trap e tutta la squadra ha trovato una determinazione mancata nelle fasi cruciali dell’annata precedente. La partenza è terrificante, 7-0 all’Ascoli, con doppiette di Rossi, Platini e Penzo: la nuova formula offensiva funziona.

L’avversaria principale è sempre la Roma, neocampione d’Italia. Il dualismo del campionato è PlatiniFalcao, per chi ama le semplificazioni. Dopo cinque giornate, Juventus 9 e Roma 8, le due rivali marciano quasi a punteggio pieno. La prima caduta bianconera (ne dubitavate?) viene dal derby e subito dopo la Sampdoria dell’ex Liam Brady, che realizza un rigore, espugna il Comunale e provoca indirettamente la fuga della Roma, che schizza tre punti avanti ai bianconeri.

Sembra ripetersi il cliché del torneo precedente, anche nei dettagli. È diversa, però, la Juventus. Lotta, reagisce. Riprende l’avversaria, lo scontro diretto a Torino, il 4 dicembre, è spettacolare. La Roma passa con Bruno Conti e chiude in vantaggio il primo tempo. La Juve risponde e sorpassa con Platini e Penzo, al novantesimo il bomber giallorosso Pruzzo fa centro con una formidabile rovesciata e fissa il 2-2.

Sotto Natale, la Juventus allunga e prende il comando solitario della classifica. Non lo lascerà più, malgrado una fiammata del Torino e il finale ancora arrembante della Roma, che termina a due lunghezze di distacco.

Abituata a imporsi grazie alla propria impenetrabilità difensiva, questa volta la Juventus ha vinto il duello in virtù della superiore potenza dell’attacco. 57 gol segnati, nove più della Roma, con Platini ancora capocannoniere del torneo (20 reti personali) e un buon apporto di Rossi (13). Penzo, Vignola e Cabrini, con cinque gol a testa, gli altri plurimarcatori.

Il Beniamino della Signora

In attesa di rinnovare l’assalto alla Coppa dei Campioni, eterna chimera, la Juventus si cimenta in quella che, per ordine gerarchico, è la seconda manifestazione europea: il torneo riservato alle vincitrici delle Coppe nazionali. Ecco quindi che la Coppa Italia dell’estate precedente, cui nessuno ha attribuito grande importanza al momento, stretta com’era fra le delusioni del secondo posto in campionato e della finale di Coppa Campioni, si rivela il passaporto indispensabile per una prestigiosa conquista internazionale.

Il primo turno capita tre giorni esatti dopo l’inizio del campionato e la nuova Juventus ribadisce la sua regola del sette: 7-0 era stato il punteggio rifilato all’Ascoli all’inaugurazione della serie A, 7-0 è l’identico trattamento riservato ai malcapitati polacchi del Lechia Gdansk. La parte del leone spetta a Penzo, con una quaterna, cui fa corona la doppietta di Platini e il puntuale bersaglio di Pablito Rossi. Il ritorno è ovviamente accademico, ma a Danzica la Juventus, stuzzicata da due gol polacchi, riafferma il suo enorme potenziale offensivo, vincendo 3-2 con Vignola, Tavola e Zibi Boniek profeta in patria.

Ben più serio il secondo avversario, il Paris St. Germain, non ancora ai livelli attuali, ma solido e competitivo. L’andata di Parigi è spettacolare. Affondano il primo colpo i francesi con Couriol, bruciante replica juventina con Boniek e Cabrini, pareggio finale di N’Gom. Il 2-2 esterno è un risultato d’oro e viene adeguatamente tesorizzato. Il Paris, infatti, gioca tutte le sue chances nel ritorno, la Juve fa muro e gestisce lo zero a zero sino in fondo.

Beniamino Vignola si conferma uomo di Coppa nei quarti di finale, che recapitano alla Juventus i sorprendenti finlandesi del Valkeakosken Haka. E’ il 7 marzo, ma i ghiacci imprigionano ancora lo stadio finnico, sicché la partita si gioca a Strasburgo. I biondissimi dilettanti nordici fanno volenterosa opposizione, la Juve è stimolata molto relativamente, in ogni caso il sinistro di Beniamino frutta l’uno a zero, nella ripresa. Il ritorno fa presumere la goleada, invece è ancora 1-0, firmato questa volta da Tardelli.

Arthur Graham tra Tardelli e Platini in Manchester United-Juventus 1-1

La semifinale con i fortissimi inglesi del Manchester United viene unanimemente considerata la finale anticipata del torneo. Si gioca prima a Manchester e la Juventus previene l’assalto inglese andando in vantaggio grazie a un’autorete di Hogg. Furibonda reazione e pareggio di Davies prima dell’intervallo. Ma nella ripresa i bianconeri reggono alla grande, tenendo sempre l’United sotto l’incubo del contropiede. L’uno a uno è una buona garanzia per la finalissima.

Si rigioca a Torino il 25 aprile e Boniek sembra apporre il sigillo decisivo con il gol d’apertura, che manda la Juventus al riposo in vantaggio. Il Manchester non è domo, Whiteside pareggia i conti nella ripresa e già si profilano i supplementari, con tutte le insidie del caso, quando, giusto al novantesimo, il magico Pablito infila un colpo dei suoi e chiude il conto.

Juve in finale, contro il Porto, squadra un pò sottovalutata, ma fastidiosa, perché composta di egregi palleggiatori, maestri nel tenere il gioco sotto ritmo. Basilea è tutta italiana, la sera del 16 maggio. Il Porto gioca in particolari condizioni emotive. L’allenatore, José Maria Pedroto, che è stato un eccellente giocatore della Nazionale lusitana, più volte avversario degli azzurri, ha dovuto lasciare la panchina perché colpito da un male incurabile, che nel giro di pochi mesi l’avrebbe condotto alla morte. I giocatori intendono dedicargli la Coppa e si battono con grande accanimento.

La Juventus si trova a dover fronteggiare difficoltà impreviste. Tuttavia sblocca il risultato con Vignola, il Beniamino della Vecchia Signora, puntualissimo a questi appuntamenti, con il suo sinistro micidiale. Il Porto reagisce con furia, pareggia sollecitamente con Sousa, ma a questo punto entra in scena il grande Boniek, con un gol da favola che fissa il 2-1. Con questo punteggio le due squadre vanno al riposo e la ripresa non sposterà la situazione. Il Porto gioca in costante iniziativa, ma la Juventus lo controlla con grande lucidità, conquistando, dopo la Coppa Uefa del 1977, il suo secondo trofeo continentale.

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