La scelta fatale di Bearzot

Il grande rimpianto dell’Italia 1978 resta legato alla vittoria sull’Argentina, pesantemente pagata: in energie fisiche e nell’ostilità ambientale (per aver affossato i padroni di casa, costringendoli a emigrare dalla capitale), con l’arbitraggio «mirato» del match decisivo con l’Olanda. Perché Bearzot decise di mandare i titolari contro l’Argentina anziché farli riposare evitando di stuzzicare i padroni di casa?

Il «giallo» del Mondiale azzurro andò in scena nei due giorni convulsi della vigilia. Il 7 giugno, all’indomani del successo sull’Ungheria che ci ha qualificato matematicamente per la seconda fase, Bearzot lascia intuire intenzioni prudenti: «cercheremo di amministrare le nostre forze, come in una corsa a tappe, quando i medici mi avranno dato il quadro della situazione, deciderò chi mandare in campo contro l’Argentina; di certo le squadre attualmente indietro cresceranno, quindi è forse il caso per noi di concederci un attimo di respiro».

La situazione «strategica» consiglia di vincere il girone per rimanere a Buenos Aires, schivando così Argentina e Brasile nella seconda fase. La situazione ambientale suggerisce di non stuzzicare i padroni di casa, già pesantemente aiutati dai fischietti e «predestinati» in qualche modo alla finale. Parlando coi cronisti, l’8 giugno Bearzot rincara la dose: «Noi dobbiamo giocare sempre per vincere, ma conta pure la strategia. Ricordo la Germania 1954: nella prima fase, a qualificazione raggiunta, schierò contro l’Ungheria una formazione rimaneggiata. Le buscò di brutto, ma poi in finale con la stessa Ungheria i titolari, freschi, ebbero la meglio».

Perché poi cambia idea? Una diffusa tendenza fa risalire a un intervento dall’alto, del presidente federale Carraro, timoroso degli eventuali contraccolpi negativi di un eventuale passo falso, la decisione di non rinunciare all’undici titolare. Lo stesso presidente, nel corso di una cena coi giornalisti, quella sera stessa dell’8 giugno, sente il dovere di precisare: «Nessuna pressione è stata fatta o verrà fatta: deciderà Bearzot, in base a considerazioni personali e tecniche».

In realtà, la spinta verso la conferma viene dai stessi giocatori. Ecco il racconto di Gianni Brera: «La Federcalcio dà una cena ai giornalisti. Finita la quale il calabrese Gigi Peronace, che tiene le pubbliche relazioni per il clan azzurro, mi garantisce che le sostituzioni saranno ben cinque: ha sentito lui con le sue orecchie i numeri dei giocatori tenuti a riposo. Sono quelli di Causio, Bettega, Rossi, Antognoni e Cabrini (mi sembra). Telefono subito al giornale questo indubitabile scoop offertomi dalla cortesia e dal senso politico di Peronace. Due giorni dopo si apprende che a incontrare l’Argentina sarà la squadra-tipo. Cosa è successo? Semplice: per una questione di premi i titolari non hanno voluto essere sostituiti. Bearzot non ci può nulla».

Una banale questione di «argent», dunque, fu alla base del peccato di presunzione che ci costò il Mondiale. O meglio, qualche chance in più di giocare per la finale «vera».