LATTEK Udo: il Re di Coppe

Il Grande Motivatore, l’uomo dei tanti ritorni è entrato nella storia del calcio attraverso la porta di un primato: è stato il primo tecnico a vincere tutti e tre i principali trofei europei. Lo ha fatto con squadre diverse, a dimostrazione della qualità di vincente a tutto tondo, quella mancatagli da giocatore. In fondo, Udo Lattek ammette di essere stato da ragazzo soprattutto un grande velocista.

Nato il 16 gennaio 1935 a Bosemb, nella Prussia orientale, poteva diventare un campione di atletica leggera (correva i 100 metri piani in 11 secondi netti), ma l’amore per il calcio e la tempra dell’agonista gli fecero scegliere il pallone. Poca roba, comunque, al tirar delle somme. Cresciuto nel SSV Marienheide, passato al Bayer Leverkusen, dovette accontentarsi di club minori: dal 1958 al 1962 al VfR Wipperfürth, dal 1962 al 1964 con i colori del VFL Osnabrück. Un buon corridore con qualche limite di controllo del pallone («Ero spesso più veloce della palla») e l’idea di poter insegnare calcio coltivata già in giovane età, quando, nel 1958, si era iscritto con Hennes Weisweiler a un corso per allenatori.

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Udo Lattek con la maglia del VFL Osnabrück

Nel 1964, lasciato il calcio giocato, Lattek approfondisce gli studi e ottiene il diploma all’università dello sport. Per qualche anno si divide tra l’esperienza come istruttore dei giovani del VfR Wipperfürth e il lavoro nell’ambito della Federcalcio, come aiutante di Helmut Schön (anche ai Mondiali 1966) e tecnico delle rappresentative giovanili. Finché il 13 marzo 1970 il Bayern lo chiama a sostituire lo jugoslavo Branko Zebec in panchina.

Un compito da far tremare i polsi, un compito che Lattek trasforma nel propellente per approdare al successo. Grande conoscitore delle nuove leve del calcio tedesco, Lattek si ritrova nel pieno di una generazione di fenomeni e dimostra le qualità per farle sprigionare tutto il suo potenziale. Lancia con coraggio come titolari due giovanissimi esordienti, Breitner e Uli Hoeness, e avvia un intelligente dialogo con i campioni già affermati, Franz Beckenbauer in testa, riuscendo a costruire una poderosa corazzata.

Non è un sergente di ferro, ma un fine psicologo e proprio l’arte della diplomazia gli consente di far andare d’accordo i tanti galli del pollaio biancorosso. Beckenbauer diventa il suo consigliere principe nel cuore della squadra, che conquista tre titoli nazionali consecutivi, avviando la leggenda del grande Bayern con la conquista della Coppa dei Campioni nel 1974. La finale è all’insegna del brivido: il rude stopper Schwarzenbeck, da Lattek trasformato da oscuro gregario in colonna della difesa, conquista il pari a un minuto dalla fine dei supplementari, e i tedeschi surclassano poi per 4-1 l’Atletico Madrid nella ripetizione di due giorni dopo.

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Beckenbauer & Lattek: braccio e mente del grande Bayern

Sono gli anni in cui i big del club bavarese innervano la Nazionale vincente di Schön, campione d’Europa e del mondo. Nel dicembre del 1974, però, una crisi di stanchezza della squadra appanna l’immagine del tecnico, che viene silurato. Il suo successore Dettmar Cramer conquisterà altre due Coppe dei Campioni consecutive. Lattek passa al Borussia M’gladbach, dove conquista due titoli nazionali consecutivi, nel ‘77 accoppiando al campionato la vittoria in Supercoppa tedesca e mancando la seconda Coppa dei Campioni personale nella finale di Roma contro il Liverpool. Nel 1978 sfiora il terzo titolo consecutivo, perduto per la differenza reti a favore del Colonia. Nel 1979 porta il Borussia alla conquista della Coppa Uefa nella doppia finale con la Stella Rossa di Belgrado, con il piccolo eroe Simonsen sugli scudi. Dopo due stagioni al Borussia Dortmund, la tragica morte per cancro dei figlio Dirk lo induce a lasciare la Germania.

Lo ingaggia il Barcellona, tra le polemiche scatenate dal vecchio Helenio Herrera, indignato per la mancata conferma dopo aver vinto la Coppa di Spagna accorrendo per la seconda volta consecutiva al capezzale della sua vecchia squadra nel finale di stagione. Lattek conduce in testa gran parte del campionato, ma cede nel finale. La vittoria in Coppa delle Coppe contro lo Standard Liegi di Goethals gli salva la panchina: è il primo allenatore a mettere in bacheca tutte e tre le Coppe continentali.

E il Barcellona decide di assecondarne le ambizioni ingaggiando il giovane Diego Maradona. L’epatite virale toglie tuttavia di mezzo il “pibe de oro” per sei mesi e Lattek paga il conto il 3 marzo 1983, sostituito dall’ex campione del mondo Luis Menotti. A curare la delusione pensano i dirigenti del Bayern, che lo chiamano al primo dei suoi grandi ritorni. Alle prese con una generazione nuova, Lattek ritrova l’antico smalto costruendo un nuovo super-Bayern che conquista due Coppe di Germania e altri tre titoli nazionali consecutivi. Peccato che al momento di appoggiare la ciliegina sulla torta l’imprevista sconfitta col Porto in finale di Coppa dei Campioni nel 1987 rovini la festa.

Basta panchina, amore crudele. Lattek emigra al Colonia nelle vesti più defilate di direttore tecnico, ma resiste solo pochi mesi. Nel febbraio 1988, stanco di non poter più mordere i sapori forti del campo, se ne va dichiarando di voler dedicare più tempo alla famiglia, ora che a 53 armi ha vinto ormai tutto il possibile e anche qualcosa di più. La “Bild” lo ingaggia come giornalista e lui non riesce a star lontano dai guai.

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Lattek solleva la Coppa delle Coppe 1982 (Barcellona-Standard Liegi 2-1)

Va a trovare il vecchio allievo Maradona e confeziona una clamorosa intervista contro Ottavio Bianchi, tecnico del Napoli, che fa il giro del mondo e costa poi allo stesso Lattek una raffica di velenosi insulti dell’asso argentino. La nostalgia lo lavora dentro e quando si profilano imprevisti problemi economici, decide per un nuovo, grande ritorno: è il 1990, Lattek riprende il posto di direttore tecnico del Colonia. Qui alleva l’astro nascente Christoph Daum (che nel 2000 si giocherà la Nazionale inciampando su una storia di droga), prima di precipitare in una nuova crisi. Sospettato dal presidente Artzinger-Bolten di avere agevolato il trasferimento di Hassler alla Juventus, Daum viene licenziato e Lattek viene accusato dello scarso rendimento della squadra dopo la sua faraonica campagna di mercato. Come nuovo allenatore, Lattek sceglie il responsabile delle giovanili, Erich Rutemöller, che tuttavia, dopo poche settimane del nuovo campionato, subissato di critiche che Lattek sembra appoggiare, se ne va.

Questa volta il vecchio Udo deve tornare sul ponte di comando. Lo shock è clamoroso: alla settima giornata, nel match casalingo col Bayern, l’ex mago torna a sedersi in panchina dopo 1532 giorni e ne esce stravolto. Il risicato punteggio (un 1-1 che sa di appuntamento mancato con il tanto atteso rilancio) e le contestazioni del pubblico, contrari all’allontanamento di Rutemöller, gli fanno abbandonare subito la nuova strada: «Questo non è più il mio mondo» spiega desolato a fine partita agli attoniti cronisti; «non sono più capace di far soffrire i giocatori, se un allenatore arriva a questo punto, allora è finita. Il fuoco che una volta mi divorava ora è solo una fiammella».

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Con Mathias Sammer nella stagione 1999/00 con il Dortmund

Lattek torna dietro le quinte, ma medita un nuovo, grande ritorno. In estate accetta le offerte dello Schalke 04 come allenatore a tempo pieno, con una clausola legata ai risultati: non percepisce stipendio, ma solo i premi partita e quelli per l’eventuale qualificazione Uefa o vittoria di Coppa nazionale (quantificati in mezzo miliardo). Viene sostituito da Schulte il 17 gennaio 1993 e decide di ritirarsi. Ma il vecchio drago ha ancora colpi in canna.

Nell’aprile del 2000 non resta insensibile di fronte al grido di dolore del Borussia Dortmund, che si aggrappa a lui per non precipitare tra i cadetti. Con grande coraggio, il vecchio trascinatore si ributta nella mischia e in un mese raddrizza la situazione, guadagnandosi la riconoscenza e l’ammirazione di tutto l’ambiente. È il canto del cigno di un grande vecchio, chiamato all’inizio del 2001 a una nuova, drammatica partita: un’operazione per un tumore benigno al cervello. Morirà nel 2015 sconfitto definitivamente dal morbo di Parkinson.