LE TISSIER Matthew: il Dio dei Saints

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Se la grandezza di un calciatore si misurasse dal numero dei soprannomi, Matthew Le Tissier non avrebbe rivali: Le Tiss, Le Kiss, Tizz, The Magician, The Weaver (il tessitore, richiamo del cognome d’origine francese). Ma se chiedete a un tifoso del Southampton chi e’ Matthew Le Tissier, la risposta sarà istantanea: «He’s God, Le God», in una parola, per i fan dei Saints Le Tissier e’ Dio. Ma non e’ tutto: per anni, un cartello sulla cancellata d’ingresso al “The Dell”, lo storico stadio del Southampton, avvertiva giocatori e supporters avversari: “Benvenuti nella casa di Dio”. Frase ai limiti della blasfemia, ma della religione pagana del calcio Le Tissier e stato senza dubbio tra i profeti più illuminati in terra britannica.

Venerato a Southampton, rispettato ovunque, per quei colpi di classe che lo hanno elevato al rango di sorridente sovvertitore dei luoghi comuni del calcio. Si sosteneva che la Premier fosse essenzialmente un campionato fisico, governato dalla filosofia del “kick and run”, palla lunga e pedalare. In tal contesto, Le Tissier avrebbe dovuto soccombere regolarmente davanti agli aitanti difensori avversari. E invece, un dribbling qui, un pallonetto là, il rotondetto numero 7 del Southampton non perdeva occasione per ribadire, nel football, il primato della classe sul fisico.

La storia di Le Tissier e’ uno dei paradossi del calcio moderno. In uno sport sempre più votato allo show-business, i “no” del talento nato sull’isola di Guemsey, nel canale della Manica, sono stati spesso interpretati come eccesso di originalità condita da una buona dose di pigrizia. Come quella volta che, all’apice della carriera, rifiutò il pressing del Tottenham, sostenendo che la frenesia di Londra Io avrebbe intristito nel privato e condizionato in campo. Oppure quando ribadi il concetto ad Alex Ferguson, non ancora Sir ma già a capo del club più vincente d’Inghilterra negli Anni 90. E dire che il manager del Manchester United aveva riempito due pagine intere di un “Match Programme”, per tessere le lodi del giocatore del Southampton. Niente da fare. “Maverick”, anticonformista, questa l’etichetta che comunemente venne appiccicata a Le Tissier da chi si ostinava a non comprendere che sulla costa del Sud, nella tranquillità di Southampton, Matt aveva trovato l’habitat ideale. E non Io avrebbe barattato nemmeno con uno stipendio dieci volte più remunerativo.

Nato il 14 ottobre ’68 da famiglia di antiche radici franco-normanne, quarto e ultimo dei figli di mamma Ruth e papà Marcus, Matthew si dilettò in gioventù anche nel cricket, ma il feeling più sincero fu da subito quello col pallone. Un dubbio lo accompagnò nei primissimi anni: i numeri strabilianti (addirittura 169 gol nell’ultimo campionato giovanile disputato) erano frutto di classe innata o della relativa povertà tecnica del contesto dell’Isola? Domanda fugata nel 1981 durante un camp alla Saints Soccer School, il centro di addestramento del Southampton. Le qualità del ragazzo furono subito evidenti. Fu convocato per un provino anche dall’Oxford United, senza successo, prima di firmare nel maggio 1985 il contratto della vita col Southampton. Artefice della trattativa Bob Higgins, talent-scout cui i fans dei Saints serberanno infinita gratitudine.

Perché se il Southampton aveva già conosciuto pagine importanti, una FA Cup nel 1976 e due promozioni in prima divisione, con Le Tissier la storia si connota di tratti leggendari. “The Dell” diviene teatro di alcuni dei più deliziosi colpi di classe del calcio inglese, una gioia per i supporterà della Milton End. Fin dagli esordi, Le Tiss evidenzia una caratteristica che lo accompagnerà per tutta la carriera: le sue non sono mai reti banali. Come le prime coi Saints: il 4 novembre ’86 il Southampton travolge 4-1 in casa il Manchester United in una gara di Coppa di Lega. Per Matthew una doppietta, per i tifosi dei Red Devils l’inizio dell’epopea di Alex Ferguson, chiamato a sostituire Ron Atkinson subito dopo quella rovinosa sconfitta. In campionato, nonostante le prestazioni incoraggianti e le pressioni dei tifosi, il manager Chris Nicoll utilizzava col contagocce il diciottenne Le Tissier. comunque in grado di capitalizzare al massimo le occasioni: dopo l’esordio contro il Tottenham. la squadra per cui faceva il tifo da bambino, il 7 marzo ’87 realizza la prima tripletta nel 4-0 sul Leicester.

La consacrazione definitiva e’ rimandata all’89-90. quando il Southampton chiude settimo grazie a un reparto offensivo da favola: a Le Tissier si affiancano l’efficacissimo Rodney Wallace, l’ex barese Paul Rideout e un giovanotto di nome Alan Shearer. Fatturato complessivo: 71 gol, 20 di Le Tissier, che si aggiudica il PFA Young Player of the Year Award. Sul tavolo del Southampton arriva un’offerta da 2 milioni di sterline da parte del Liverpool. e’ il primo clamoroso rifiuto della carriera di Le God. Il ’90-91, chiuso con altri 19 centri in campionato, segna la fine dell’era Chris Nicoli, dall’estate ’91 al “The Dell” arriva Jan Branfoot. destinato a diventare uno dei manager più detestati dai tifosi biancorossi. Fautore di un calcio ancorato ai dogmi più stantii del football britannico, Branfoot emargina Le Tissier. Nonostante le difficoltà, il Southampton centra una tranquilla salvezza e la finale di Coppa di Lega, persa a Wembley per 3-2 contro il Nottingham Forest. Una delle reti dei Saints porta la firma di Tizz. Il ’92 coincide con l’avvento della Premiership, la nuova lega inglese. Nei Saints non c’e’ più Shearer, sacrificato da Branfoot per la (risibile) cifra di 3 milioni di sterline. La squadra vivacchia, Le God sbaglia l’unico dei 50 rigori calciati in carriera: a dirgli no e’ Mark Crossley del Forest.

Archiviata senza rimpianti la gestione Branfoot, nel ’94 arriva Alan Ball: ex gloria dei Saints, “Bally” si rivelera’ la guida più efficace di Le Tissier, da cui riuscira’ a ottenere il meglio. 30 reti complessive, di cui 20 in Premier, e una serie di perle sufficiente a compilare un’intera collezione di “Goal of the Season”, la hit parade delle reti più spettacolari dell’anno. La chicca e’ il pallonetto da oltre trenta metri, dopo un doppio dribbling, rifilato ai futuri campioni del Blackburn.

Qualche mese prima, la crescita di Matt era stata certificata dall’esordio con l’Inghilterra (Danimarca l’avversaria), primo capitolo di una storia travagliata, un amore a senso unico, con Le Tissier mai adeguatamente corrisposto. E dire che, in virtù del particolare status delle Isole della Manica, Le God avrebbe potuto scegliere una qualunque delle quattro nazionali del Regno Unito. Perfino Michel Platini, quale Ct della Francia, provo’ a convocarlo sfruttando le antiche origini francesi della famiglia. Ma Le Tissier respinse anche la corte di Roi Michel. Non aveva occhi che per la nazionale dei Tre Leoni. Scelta sfortunata, se e vero che a fine carriera potra’ vantare solo 8 presenze e nessun gol. Prima di Francia 98, l’ultima amarezza: Le Tissier viene chiamato nella selezione B. «Gioca bene e ti convochero’» gli promette il Ct Glenn Hoddle. Le God esegue: stende la Russia con una tripletta, ma non basta. Non entra neppure. nella lista preliminare di 30 giocatori diramata prima dei Mondiali. Una beffa vendicata dal destino: l’Inghilterra esce ai rigori contro l’Argentina. Se a disposizione di Hoddle ci fosse stato il più efficace rigorista del calcio inglese, forse l’epilogo sarebbe stato diverso.

Archiviato il capitolo nazionale, Matthew continua a cercare soddisfazioni col Southampton. Dalla seconda meta’ degli Anni 90 inizia inesorabile la parabola discendente: Le God e’ spesso limitato dagli infortuni. I muscoli si fanno fragili, il calcio sempre più duro, colpi di genio restano, ma senza la regolarita’ degli anni precedenti. I Saints preparano l’addio allo storico “The Dell”. L’ultima nel catino che da fine ‘800 e’ stato teatro delle gare interne del Southampton arriva il 19 maggio 2001, match di chiusura del campionato contro l’Arsenal. Ed e’ li che la leggenda diventa realta’. Il vecchio Matt non ha ancora segnato un gol in stagione. La partita e’ spettacolare, vibrante, ma inchiodata sul 2-2 a un minuto dalla fine. Le Tissier, entrato da poco, controlla un pallone spalle alla porta, si gira e lo fionda all’incrocio. E l’apoteosi: il solitamente sobrio numero 7 si lascia andare a un’esultanza sfrenata, in tribuna non c’e’ un occhio asciutto, tutti sono commossi per il miglior addio immaginabile al vecchio “The Dell”. Una storia che, fosse stata scritta, non sarebbe riuscita cosi’ perfetta. Gol vincente, all’ultimo minuto, nell’ultima gara giocata nel vecchio stadio: nulla di banale, in perfetto stile Le Tissier.

Testo di Alessandro lori