Le ultime parate di Ricky Albertosi

L’epilogo della straordinaria carriera di uno dei portieri più forti della storia del calcio. Le stagioni all’Elpidiense, in serie C2, del numero uno toscano.

Il 10 febbraio 1980 aveva disputato l’ultima partita a difesa dei pali del Milan, la centosettantesima, affrontando il Perugia. Subito dopo a Ricky Albertosi venne chiesto di farsi da parte. All’orizzonte si addensavano le nubi dello scandalo del calcioscommesse che avrebbe scosso il calcio italiano un mese dopo, travolgendo anche il portiere. In pochissimo tempo, Albertosi passò dalla copertina dell’Almanacco del Calcio, la bibbia annuale edita dalla Panini, eletto a simbolo di longevità agonistica e classe del football italiano, al dimenticatoio dell’ingratitudine più tagliente, con estimatori transitati immediatamente nella folta schiera dei critici e dei giudici più spietati, spesso senza aver letto le carte della vicenda scommesse.

Dopo la squalifica, il portiere dello scudetto della stella rossonera effettuò delle uscite nei campi di basket, animando gli intervalli delle esibizioni dei mitici Harlem Globetrotters, intento a parare i rigori degli spettatori. Chi gli faceva gol riceveva un premio. Passione, desiderio di misurarsi con qualcosa e la gioia di poter regalare qualche piccola soddisfazione a qualcuno: questo spinse Ricky ad indossare nuovamente calzoncini, maglietta, scarpette e guanti.

L’amnistia federale, conseguente alla vittoria dell’Italia nel Mundial spagnolo del 1982, determinò la fine anticipata anche della sua squalifica. Gli ultimi scampoli di agonismo, prima di appendere definitivamente i guanti al chiodo, portarono Albertosi all’Elpidiense, club marchigiano, fondato nel 1930, neopromosso in serie C2 dopo aver vinto il girone F dell’Interregionale. A determinare l’ingaggio del veterano dei pali contribuirono alcune partite disputate con gli ex nazionali di Messico ’70. Uscite che convinsero i dirigenti del club di Sant’Elpidio a Mare, a partire dal presidente Walter Cassetta, a mettere sotto contratto l’ex portiere milanista che all’inizio ebbe anche un ruolo di collaboratore dell’allenatore nella preparazione fisica e sulle scelte tattiche.

Il 14 settembre 1982, la Gazzetta dello Sport gli dedicò il titolo principale della prima pagina: “Albertosi torna a giocare”. I campi della provincia italiana del secondo livello di terza serie divennero per l’intramontabile estremo difensore lo scenario dove poter dimostrare, ogni domenica, di essere ancora un portiere all’altezza nonostante il lungo riposo forzato.

L’Elpidiense 1982/83

L’impianto di casa, lo Stadio Vincenzo Ciccalè, registrò un notevole incremento di spettatori. In tanti, nella stagione ‘82/83, seguirono le partite dell’Elpidiense per poter ammirare quel numero uno che con Cagliari e Milan, non tralasciando la nazionale azzurra, aveva scritto pagine di storia del calcio. Francavilla, Civitanova, Jesi, Monopoli e Brindisi, Teramo, Senigallia, Ravenna e Osimo: Ricky lasciò il segno a suon di parate, sempre con il suo inconfondibile stile e palesando una grande attenzione verso le giovani leve.

In C2, il portiere toscano indossava una maglia di un giallo differente rispetto a quello del periodo milanista ed era spuntata anche la tuta sotto i pantaloncini neri. Alcuni degli attaccanti avversari nell’ultimo tratto di carriera di Albertosi rispondevano ai nomi del bomber di provincia Franco Marescalco (Francavilla), Paolo Mazza (punta sammarinese del Teramo), Giovanni Asnicar (in forza alla Vigor Senigallia), Piero Fiorentini (Ravenna), Michele Morra (Civitanovese), Marco Molinari (Martina) e la futura meteora milanista Ricardo Paciocco (goleador stagionale dello Jesi).

Poco tempo dopo il suo ritorno in campo, il guardiapali, nato a Pontremoli il 2 novembre 1939, sciorinò a Matera una magnifica prestazione a quasi 44 anni. I padroni di casa collezionarono ben undici palle gol, cingendo quasi d’assedio la trequarti dell’Elpidiense, arroccata sulla difensiva, guidata da Paolo Beni, un ex centrocampista che in carriera era stato bandiera della Sambenedettese. Il vecchio leone dei pali anche in quella occasione regalò agli spettatori una parata spettacolare, preceduta da un colpo di reni da fare invidia ad un ragazzo. Ed ancora: deviazioni acrobatiche in angolo e tuffi per sventare le conclusioni avversarie indirizzate nello specchio della porta.

Sugli spalti partirono una selva di applausi verso il portiere che si arrese soltanto ad uno stacco di testa dello stopper Pierobon, giocatore romano di 22 anni, sbucato a sorpresa dalle retrovie. Albertosi riuscì solo a sfiorarlo quel pallone, infilatosi in rete dopo una parabola quasi a pallonetto. E si arrabbiò, tanto, con i suoi difensori, colpevoli di essersi fatti sfuggire l’autore del gol. Nella ripresa continuò lo show dell’ex portiere del Milan, autore di altre tre prodezze, fino allo strepitoso intervento a mano aperta che nel finale tolse dall’angolino destro il pallone della vittoria materana.

A fine gara, un capannello di bambini e ragazzi attorniò il campione a caccia di un autografo o anche solo per salutarlo, stringendo la mano ad un pezzo di storia calcistica. In quell’annata, il salto in C1 venne centrato dal Francavilla di Ezio Volpi e dalla Civitanovese di Osvaldo Jaconi. L’Elpidiense chiuse il campionato al sesto posto, sospinta dalle parate di Albertosi e dai gol di Domenico Lepidi, miglior realizzatore stagionale della squadra con 10 reti. Nella compagine marchigiana spiccarono i difensori Antonio Borraccini e Antonio Marini, oltre al già citato Lepidi, non tralasciando elementi come Maurizio Marozzi e Massimo Trotta.

Con il figlio Alberto

Più controversa e deludente fu la stagione 1983/84 che vide Albertosi nel doppio ruolo di allenatore e giocatore. In rosa c’era anche suo figlio Alberto, un giovane giocatore dotato di un buon destro. “Deve sveltire un po’ il passo per farsi rispettare come mezzapunta e con lui devo essere più severo che con altri. Ho una grossa responsabilità nell’immetterlo nei ranghi, verso i dirigenti e verso i compagni di squadra”, dichiarò Ricky al Corriere della Sera il 23 settembre ‘83. Tre mesi prima, il portiere era diventato nuovamente papà: era nata Alice.

L’obiettivo di Albertosi era quello di ben figurare in quella stagione per poi affrontare il supercorso di Coverciano per allenatore. Tra i primi impegni della stagione spiccò un incontro valido per il turno iniziale della Coppa Italia di serie C. Una partita in cui si ritrovarono, sullo stesso rettangolo di gioco, Albertosi e Boranga in occasione di FolignoElpidiense. Ricky e Lamberto: 43 anni il primo, 40 il secondo. Albertosi aveva fatto da chioccia a Boranga ai tempi della militanza nella Fiorentina. Ricorda Lamberto Boranga:

“Quando sembrava dovessi rimanere nel Perugia, il vecchio e scaltro segretario Caporali mi chiamò al telefono e mi disse di essere stato ceduto alla Fiorentina. A Firenze sapevano tutto di me, mi seguivano da tempo. Rimasi sorpreso, dispiaciuto di lasciare Perugia. Accettai. Della nuova squadra conoscevo solo Albertosi, Hamrin e De Sisti, con il quale giocai una volta nella nazionale juniores. Poco tempo dopo vidi una partita della nazionale italiana, il debutto del ventenne Albertosi, il mio idolo calcistico. Era un’Italia-Argentina e Ricky parò tutto, anche le nuvole. Pur giovane, dimostrò carattere, esuberanza, coraggio, sicurezza e una personalità invidiabile. Non potevo crederci che che a 19 anni un portiere potesse volare, uscire e parare l’impossibile. Mi fulminò. Capii subito che un confronto con lui era impossibile, assurdo solo pensarlo. Andai a Firenze solo per imparare da quel portiere monumentale”.

Boranga e Albertosi

La sfida di Coppa Italia la vinse il Foligno, squadra militante in C1. I padroni di casa s’imposero 1-0, riuscendo anche a passare il turno per la migliore differenza reti rispetto alla Maceratese.

Un grave infortunio al ginocchio sinistro, rimediato tre mesi dopo, costrinse Albertosi a gettare la spugna. La panchina passò a Filippo Cammoranesi, originario di Sant’Elpidio a Mare, un ex attaccante con una dignitosa carriera, passata anche dalla militanza in B con Spal e Cremonese tra il 1947 e il ’51. Nel finale di stagione a guidare l’Elpidiense arrivò anche Urano Navarrini, una presenza in campionato da calciatore con la maglia del Milan, figlio di Nuto Navarrini, il re dell’operetta e più volte spalla di Totò al cinema. L’Elpidiense, diciassettesimo in classifica, retrocesse malamente dopo una stagione oltremodo mediocre conclusa in penultima posizione.

L’annata ‘83/84 sancì l’addio al calcio giocato di Albertosi. L’ultimo eroe ancora in attività della “partita del secolo” contro i tedeschi occidentali decise di chiudere la carriera calcistica a quasi 45 anni. E nel tempo libero, chissà quante volte Ricky avrà riletto le parole che Niccolò Carosio gli dedicò dopo l’esordio in A sul campo neutro di Livorno, in un Roma-Fiorentina senza reti. Era il 18 gennaio ’59.

“L’ottimo Albertosi – scrisse Carosio sul Calcio Illustrato – ci ha fatto provare emozioni, vertigini e stupore. Il portiere appare come uno qualunque al termine di una comune giornata lavorativa. Non emozionato e per nulla commosso, guarda stupito tutta quella gente che si occupa di lui, che lo festeggia, facendogli auguri a non finire per una brillantissima e proficua carriera”.

Al di là delle tanti partite in scenari prestigiosi, nazionali e internazionali, che hanno visto Ricky Albertosi protagonista, ci piace ricordare quello che l’estremo difensore pontremolese, ad inizio carriera, fece a difesa dei pali dello Spezia, in un triangolare valido per l’assegnazione del titolo nazionale di quarta serie che vide di fronte, oltre alla squadra ligure, Cosenza e Ozo Mantova. A ridosso della Sila, gli spettatori calabresi apprezzarono il giovanissimo portiere della squadra spezzina, capace di sfoderare una prova maiuscola. La società ligure lo aveva soffiato all’Inter. Albertosi parò anche un rigore.

Pochi giorni dopo quella prestazione si fece avanti la Fiorentina, dicendosi pronta a versare subito allo Spezia i sei milioni di lire per l’acquisto del portiere. Trattativa chiusa grazie ad una segnalazione arrivata alla società gigliata dal ragioniere Luciano Giacchetti, suocero di Rino Marchesi. Con la sua spregiudicatezza, Albertosi ha confermato che quello del portiere è un ruolo davvero speciale. Carlo F. Chiesa lo ha definito “portiere dal fisico stratosferico, dal colpo d’occhio eccezionale, riflessi felini e con quella facilità d’inarcarsi in volo che conquistò subito tecnici e tifosi”. Il Calcio Illustrato lo definì “un tipo alla Hiden con il fisico di Planicka”.

Ad avviarlo al football era stato suo papà, Cecco, insegnante elementare a Pontremoli e portiere della squadra locale. Tra il primo e il secondo tempo delle partite, nel campo sportivo di Verdeno, Cecco Albertosi restava in campo ad allenare il figliolo.

Icona indelebile del calcio, Ricky ha rappresentato la quintessenza del numero uno, l’ultimo baluardo, l’astronauta di Kubrick chiamato ad affrontare, da solo, le incognite ed i rischi dell’ingresso nell’orbita di Giove, consapevole che nessuno potrà aiutarlo. Nella sala dei ricordi immortali della gloriosa storia del Milan, un posto di rilievo spetta certamente al corsaro dei pali in maglia gialla con righe nere: Ricky Albertosi, simbolo di altissima classe, coraggio e libertà.

Testo di Sergio Taccone, coautore del libro “Ricky Albertosi. Romanzo popolare di un portiere” (Collettivo Soriano, prefazione di Emanuele Dotto, Urbone Publishing Editore, 2019, vincitore del Premio Selezione Bancarella Sport 2020).

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