Leeds 1975: ultimo tango a Parigi

E’ quasi giorno. E’ l’alba del 29 maggio 1975. Una figura illuminata solo dal bagliore fluorescente dei lampioni, cammina lungo lo spartitraffico di una strada parigina. Ha in mano una bottiglia vuota di champagne che tiene stretta al suo fianco come fosse un’inseparabile appendice. L’amica di una notte che ha provato invano a consolarlo. E’ Jimmy Armfield, il manager del Leeds United. Non riusciva a dormire.

A dire il vero non aveva tentato nemmeno di farlo. Chiudere gli occhi avrebbe significato solo una cosa. Avrebbe rivisto tutto. Di nuovo. E sarebbe stato troppo doloroso. “Non sapevo dove andare, e che cosa fare” – disse qualche tempo dopo. “Non ero nemmeno ubriaco, avevo solo bisogno di stare lontano da tutti, almeno per qualche ora”. La causa sono i postumi della sera precedente, i momenti che gli hanno fatto male, divisi fra errori, ingiustizie e sfortuna. Prima di uscire ha lasciato un sacchetto sul tavolo della camera d’albergo. Dentro ci sono attorcigliate come serpenti velenosi, una ventina di medaglie d’argento che nessuno quella sera volle accettare serenamente. “Se non fosse stato per me”– racconta, “sarebbero rimaste tutte sulle panche dello spogliatoio del Parco dei Principi; poi nei giorni successivi con più calma le ho riconsegnate alla squadra”.

Il sogno del Leeds United di diventare campione d’Europa era finito. Evaporato in una tiepida serata francese di primavera inoltrata, dopo due schiaffi rimediati da insolenti tedeschi, per niente ammaliati da quelle eleganti e regali maglie bianche. E come se non bastasse l’umiliazione della sconfitta, ci pensarono i tifosi a rovinare ancora di più quella partita. Certo non tutti i 15.000 sostenitori giunti dallo Yorkshire si rivelarono protagonisti di nefandezze. Solo una piccola parte maniacale di loro. Ma fu sufficiente per seminare il panico, durante e dopo l’incontro. La prima finale europea macchiata da gravi disordini. Inutile girarci attorno. Il Leeds diventò così il primo club inglese a essere processato e condannato per il comportamento violento dei propri fans, con la conseguente sentenza che prevedeva l’esclusione dei bianchi di Elland Road dalle competizioni continentali per cinque lunghi anni.

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Leeds 1974/75. In piedi da sx: Gordon McQueen, David Stewart, David Harvey, Roy Ellam, Joe Jordan, Allan Clarke, Norman Hunter, Paul Madeley, Mick Jones. Seduti da sx: Eddie Gray, Peter Lorimer, Terry Yorath, Trevor Cherry, Paul Reaney, Frank Gray, Terry Cooper, Mick Bates, Billy Bremner.

Ci sarebbero anche delle attenuanti a essere sinceri. Ma accampare scuse per questo comportamento non avrebbe molto senso o significato. Certo è, comunque, che l’arbitro della finale, un certo Michel Kitabdjian, e i suoi collaboratori ci misero del loro per scaldare animi già fin troppo eccitati. Non era previsto che finisse in quel modo. Avrebbe dovuto essere il giorno più bello nella storia del Leeds United. Il riconoscimento, il coronamento di dodici anni di protagonismo ad alto livello. Dopo 87 partite di calcio europeo. Ma il più famoso dei “runners-up” inglesi, sarebbe ancora una volta stato destinato al ruolo di damigella d’onore.

A Leeds la stagione 1974/75 era cominciata con le abbondanti piogge di sempre sullo Yorkshire e con la razionalizzazione dell’energia elettrica voluta dalla severa austerity del partito conservatore. Ma tra i tagli energetici e le lotte sindacali, il football avrebbe dovuto essere il solito gradito diversivo, soprattutto per la comunità di minatori della contea che non se la passava esattamente bene. Innanzitutto fu l’anno dell’addio di Don Revie. Colui che condusse i “Peacocks”, a un invidiabile striscia di successi.

Nell’estate del 1974 è convocato dai vertici della federazione per assumere il ruolo di allenatore della nazionale inglese. Gli articoli su chi potrebbe essere il suo successore dominano la stampa sportiva del momento. Poi quando il nome di Brian Clough diventò certezza, la notizia scioccò un po’ tutti. Adesso non ci soffermeremo troppo su quei famosi 44 giorni. Basterà dire, solo per rinfrescare qualche memoria, che Clough arrivava dal Derby County dove aveva avuto un buon successo. Ma dove troppo spesso si era lasciato andare a critiche pesanti sullo stile intransigente del Leeds, tant’è che non appena arrivato nel suo nuovo club pronunciò il celebre discorso dove invitava tutti i giocatori che avevano vinto qualcosa con Revie a rinunciare a quegli allori perché prodotti da vittorie ingiuste. Apriti cielo.

Il suo tentativo messianico andò fallito e dopo un solo successo in sette partite se ne andò, restando per la statistica uno dei peggiori allenatori della storia di questo club. Ed ecco allora arrivare al suo posto Jimmy Armfield. Con lui le cose in campionato non furono comunque eccelse. Non scordiamoci che il Leeds partiva da campione in carica. Alla fine si trattò di archiviare un nono posto, frutto di sedici vittorie, tredici pareggi e altrettante sconfitte.

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Jimmy Armfield catechizza i suoi durante i supplementari di Leeds-Ipswich

In FA Cup invece il cammino dei bianchi si interruppe a un passo dalle semifinali, dopo tre estenuanti partite contro l’Ipswich Town terminate nell’ultima drammatica gara giocata al Filbert Street di Leicester, dove i Tractor Boys si imposero per 3-2. Il cammino europeo sembrò potesse riservare però gradite sorprese al gruppo di Armfield. I primi tre ostacoli (nell’ordine Zurigo, Ujpest, e Anderlecht) furono spazzati via con disarmante facilità, anche grazie alla particolare vena realizzativa di gente del calibro di Allan Clarke e Peter Lorimer. A fine torneo il loro tabellino personale parlerà di quattro centri a testa.

L’ostacolo più complicato fu senza dubbio quello pescato in semifinale, vale a dire il Barcellona dei tulipani Johan Cruijff e Johan Neeskens. Il 9 aprile 1975 si gioca la prima partita a Elland Road davanti a oltre 50.000 spettatori. Il giorno precedente la gara, i residenti di Thackley pugno di case a nord est di Bradford, dove il Barcellona aveva stabilito la sede del ritiro, restarono incuriositi e affascinati dai metodi di Rinus Michels, allenatore olandese dei blaugrana, che guidò una sessione di allenamento di “calcio totale” della squadra catalana. Una squadra che fino a quel momento non aveva concesso un solo goal agli avversari nella competizione. A infrangere il record ci pensò subito il capitano di mille battaglie Billy Bremner che dopo aver ricevuto un pallone invitante dalla testa di Joe Jordan sparò un autentico missile alle spalle di Salvador Sadurnì per la gioia incontenibile del pubblico di casa.

Abbiamo nominato Jordan, all’anagrafe Joseph Jordan. Qualche tifoso italiano di una certa età non può dimenticarlo. Era nativo di Cleland in Scozia. Altissimo, sgraziato, a lui è associato uno dei soprannomi più famosi della storia goliardica del calcio: “lo squalo”. Fu coniato dopo una partita giocata con le riserve del Leeds dove, in uno scontro di gioco perse i due incisivi superiori. Naturalmente gli vennero applicate delle protesi, ma per motivi di sicurezza le lasciava in spogliatoio. In tal modo, questa menomazione, sul campo gli conferiva un aspetto poco rassicurante e ancora più goffo del normale, in quella che in lui sembrava un eterna lotta più con l’equilibrio che con il pallone. Ad ogni modo un centravanti del suo tempo, con una discreta media realizzativa, rispettato e temuto dalle difese avversarie.

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Billy Bremner e Johan Cruijff si scambiano i gagliardetti nel match di andata a Ellan Road.

Il Barcellona sotto di un goal provò a reagire e i loro sforzi furono premiati nel secondo tempo quando, su una punizione dal limite dell’area, Crijuff tocca magistralmente la palla per Manuel Asensi che infila la sfera a fil di palo dove David Stewart non riesce ad arrivare. Siamo 1-1. Ma quella notte si percepiva che il Leeds avrebbe vinto, c’era qualcosa nell’aria, qualcosa di magico. E chi meglio di “mister Leeds” avrebbe potuto realizzare l’impresa. Mister Leeds è Allan Clarke, detto anche “sniffer” per essere riuscito nella sua prima stagione a annusare e mettere a segno la bellezza di 26 reti. Fatto sta che a undici minuti dal termine, in una mischia sotto porta con la complicità del compagno Paul Reaney, segna il punto del 2-1.

Una bella vittoria, ma che in Spagna sarebbe stato complicato difendere, quindi meglio attaccare, colpire subito. E il cuscino su cui adagiarsi con una certa serenità lo trova Peter Lorimer che sfrutta un lancio del centrocampo per incunearsi in maniera letale nell’area di rigore del Barcellona. Non finirà lì, ci sarà ancora da soffrire per guadagnarsi la finale. E tanto. Parigi val bene una messa diceva d’altro canto Enrico IV. Gli ultimi 20 minuti sono snervanti. Prima pareggia Manolo, poi Gordon McQueen viene espulso, e Bremner salva sulla linea un tiro di Neeskens. Al triplice fischio è un autentica liberazione. Il Leeds andrà a giocarsi la finale della Coppa dei Campioni per la prima volta nella sua storia contro il Bayern Monaco.

La squadra di Armfield ebbe un mese per preparare al meglio la partita più importante della loro vita. La prima divisione si era conclusa il 29 aprile. Dal canto loro i tedeschi invece dovettero correre fino al 14 giugno data dell’ultima giornata della Bundesliga. Era un vantaggio? Arrugginirsi in amichevoli con gli under 23 della Scozia e i modesti pedatori del Walsall, mentre i rossi di baviera tenevano un ritmo serrato? In più il Bayern era una signora squadra. Campione d’Europa in carica, e molti dei loro giocatori, anche freschi campioni del mondo. Qualche nome: Sepp Maier, Hans Schwarzenbeck, Franz Beckenbauer, Gerd Muller e Uli Hoeness.

La sera del 28 maggio 1975 la voce chiara e calda di Alan Parry portò nelle case inglesi le emozioni del Parco dei Principi. “Questa è la notte del Leeds United, nella spettacolare cornice di uno degli stadi più moderni del mondo, la più grande notte per i club inglesi dal 1968”. Il fischio dell’arbitro e la partita incomincia, mentre si alzano nitidi i cori della gente dello Yorkshire. Privo dello squalificato McQueen, Armfield decide di spostare in difesa il versatile Paul Madeley al fianco di Norman Hunter. Sarà una partita maschia, a tratti perfino eccessivamente dura. Il Leeds provò a prendere in mano il pallino del gioco, e dopo sette minuti Clarke viene steso da Beckenbauer in area di rigore. Sembrava un fallo piuttosto netto ma l’arbitro francese non fu dello stesso avviso e lasciò correre. Uno di quegli episodi che poteva non solo cambiare il volto alla partita, ma che contribuì ad alimentare le prime preoccupazioni sugli spalti.

Alla fine del primo tempo il ct tedesco Dettmar Kramer poteva considerarsi un uomo felice, visto che, nei giorni precedenti la finale aveva più volte sottolineato il fatto, che se il Bayern avesse passato indenne la prima parte di gara poi le speranze di vittoria per i suoi, sarebbero cresciute in maniera esponenziale. Fu buon profeta ma ancora una volta la terna arbitrale ci mise del suo. Al 67′ Lorimer batte Maier con un tiro al volo, ma la rete è annullata per la posizione di fuorigioco di un giocatore del Leeds ritenuta attiva ai fini dell’azione. Polemiche, furiose, ma inutili.

E qui praticamente il match si chiude e le gradinate in subbuglio sono vigilate da agenti anti-sommossa. Il Leeds aveva dominato per quasi settanta minuti e la beffa ovviamente era nell’aria. Prima Roth in contropiede porta in vantaggio i bavaresi, poi a dieci dal termine Muller anticipa la sbilanciata difesa dei bianchi depositando in rete un traversone rasoterra di Kappelmann. Fra i due goal, un’interruzione per cercare di placare la rabbia dei tifosi inglesi. Ma ormai la coppa aveva già preso la strada di Monaco. Una brutta sconfitta. La fine di un epoca. Una farsa, e una tragedia. E da contorno le sirene della polizia che squarciano la notte di Parigi.

Testo di Simone Galeotti