11 luglio 1966 – Il verdetto del campo

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Si comincia da Wembley: e Wembley sarà il traguardo finale tra venti giorni. E’ la ribalta cui ambisce ogni calciatore, dinanzi alla platea più esigente e più raffinata. E’ la Scala del calcio. Il 30 luglio si svolgerà a Wembley la più solenne finalissima che i «mondiali» abbiano finora avuto. La speranza è che vi si giochi anche una finalissima degna del prestigio che il football conserva fra i britannici, e della popolarità immensa che — partendo dall’Inghilterra — il calcio ha conquistato in ogni parte del mondo.

Le attrattive spettacolari del football non sono purtroppo cresciute di pari passo con l’espansione del gioco. Dal 1954 il livello tecnico dei campionati del mondo è andato anzi progressivamente decrescendo. I «mondiali» svoltisi dodici anni fa in Svizzera rappresentano ancora oggi la più elevata rassegna offerta finora dal calcio. Si concluse, è vero, con un risultato a sorpresa, che non corrispose ai valori dell’epoca. Era il momento della grande Ungheria di Puskas, di Czibor, di Hidegkuti, di Boszik, di Kocsis. Aveva strappato ammirate ovazioni su ogni campo d’Europa. Invitata ad inaugurare lo stadio olimpico di Roma, aveva fatto dimenticare al pubblico la delusione per la cocente sconfitta (tre a zero agli azzurri) trascinandolo all’entusiasmo con le trame del gioco. Invitata a Wembley, contro gli inglesi, che in novant’anni di calcio non avevano mai perso in casa, passarono da trionfatori, segnando sei gol.

Vi sono squadre che hanno scritto la storia del calcio: in quel gruppo l’Ungheria del 1954 occupa un posto d’onore. Ma non riuscì a suggellare il suo splendido ciclo con la vittoria più ambita. Campioni del mondo furono i tedeschi. La finalissima venne affrontata dagli ungheresi con colpevole presunzione, fino al punto da mandare in campo Puskas, benché zoppo, affinchè fosse lui, il miglior rappresentante sportivo del regime, a ricevere la coppa: e invece vinse la Germania, che, subiti due gol nei primi dieci minuti, agguantò e superò gli avversari con un sensazionale recupero. Per la prima volta, nel calcio, si parlò di «doping», ma ciò non bastò ad attenuare la portata del sorprendente epilogo.

Al di là di quell’episodio clamoroso e sconcertante, il «mondiale» del 1954 si fa però ricordare tuttora per una lunga serie di partite ad altissimo livello che, sul piano tecnico, furono ancor più valide dell’incontro conclusivo. C’era l’Uruguay di Schiaffino, c’era il Brasile di Julinho, tutte squadre degne del titolo mondiale, eliminate una dietro l’altra — dopo appassionanti contese, protratte sino ai tempi supplementari — dalla inesorabile superiorità dello squadrone magiaro. Almeno quattro squadre avrebbero potuto vincere quel titolo, senza che il prestigio del calcio ne uscisse compromesso; almeno quattro partite avrebbero potuto sostituirsi alla finalissima, senza che il livello tecnico dell’avvenimento avesse a soffrirne.

Poi d’improvviso, dopo quattro anni, nel 1958 in Svezia, ci si accorse stupiti che il calcio nel mondo stava declinando. «Esplose» il Brasile, è vero: il Brasile di Pelè, di Didì, di Garrincha. E fu uno spettacolo nuovo di arte calcistica: l’irresistibile funambolismo dei sudamericani finalmente disciplinato dalle esigenze del gioco di squadra. Ma alle spalle del Brasile si trovò il vuoto. Quella dei sudamericani fu una galoppata trionfale, favorita però anche dalla mancanza di validi avversari. Come antagonista, nella finalissima, il Brasile trovò una nazionale svedese nella quale giocava ancora Gren, già rimpatriato dall’Italia; giocava Liedholm all’epilogo della sua carriera; giocava Skoglund, già ceduto dall’Inter al Palermo; giocavano anche calciatori rispediti a casa dalle società nostre più modeste dopo un insufficiente collaudo. In quattro anni, delle grandi squadre del ’54 era rimasto in piedi quindi — ed anzi era migliorato — il solo Brasile. Scomparsa la formazione ungherese, disgregata dalla rivoluzione; scomparsa la Germania campione, logorata dalla intossicazione epatica; scomparso l’Uruguay, cui le società italiane avevano sottratto i migliori giocatori.

L’affermarsi dei clubs sulla scena del calcio, con l’ingaggio di numerosi giocatori stranieri, non è stato estraneo al declino di molte nazionali. Molte scuole si sono inaridite. Ha assunto un ruolo secondario, ad esempio, l’Argentina, cui le società spagnole e quelle italiane «distrussero» in pochi anni almeno due squadre nazionali. Né miglior sorte hanno avuto svedesi e danesi. L’eccezione del Brasile — che ha resistito al vertice dei valori mondiali, benché il suo mercato fosse insistentemente battuto da mediatori di ogni Paese — deriva dal fatto che i suoi campioni di più spiccato valore (Pelè e Garrincha, i Santos, Gilmar) hanno sempre respinto ogni allettante offerta di trasferimento. In realtà dal Brasile sono partiti soltanto i giocatori che potevano essere più facilmente sostituiti.

Nel 1958 si vide dunque un grande Brasile e più nulla. Qualche sprazzo di buon gioco venne dalla formazione francese, che presentò in attacco un eccellente trio — Kopa, Fontaine, Piantoni — ed avrebbe meritato più degli svedesi di apparire come protagonista della finalissima. Ma il «fattore campo» — sotto l’aspetto agonistico, ed anche per quel che concerne la «cassetta» — ha avuto sempre notevolissima importanza nelle classifiche finali di un campionato del mondo. Forse non ha mai falsato il verdetto conclusivo — il titolo mondiale è stato, cioè, sempre assegnato senza sotterfugi — ma il cammino della squadra di casa ha goduto altrettanto costantemente di innegabili agevolazioni. Perciò adesso si guarda all’Inghilterra come alla squadra favorita; perchè è molto forte, perchè sui suoi terreni rende per tradizione il doppio ed anche perchè è padrona di casa.

Il declino dei valori mondiali del calcio avvertito nel 1958 fu poi palesemente confermato nel 1962 in Cile. In quella occasione non si vide neanche più il grande Brasile ammirato in Svezia. La squadra sudamericana — priva di Pelè infortunato — apparve lenta e monotona nel gioco, si salvò dalla eliminazione contro la Spagna per due invenzioni di Amarildo. La protessero le prodezze solitarie di Garrincha. Ma il suo titolo venne difeso sovrattutto dalla mancanza di antagonisti validi.

In otto anni, dal 1954, il calcio non era stato ancora in grado di esprimere un’altra squadra a livello di quella brasiliana. Riguardiamo la classifica dei campionati cileni: al secondo posto, la Cecoslovacchia, che non figura neanche nei «quadri» dei mondiali che stanno per cominciare; al terzo posto l’immancabile squadra di casa che non rappresenta un’entità valida nella gerarchia del calcio; al quarto la Jugoslavia, anch’essa assente nel torneo di quest’anno. Fu uno squallido campionato del mondo.

La manifestazione che si svolge in Inghilterra ha dunque anche il compito di ravvivare la fiducia nell’avvenire spettacolare del football. Il trasferimento da un Paese all’altro di molti buoni giocatori improvvisamente sottratti alla loro naturale matrice, ha avuto notevole importanza nel progressivo decadere delle rappresentative nazionali. Nè è da considerare estraneo a tale declino il prevalere del concetto difensivistico, esasperato alla ricerca del risultato ad ogni costo. Il risultato sta diventando importante ovunque nel mondo dello sport. Una vittoria sportiva è diventata, dappertutto, motivo di orgoglio nazionale, cui non sono estranei interessi di propaganda politica. Ma mentre in molti sport la ricerca del risultato impone sovrattutto la ricerca del progresso e della vittoria — di qui la scientifica professionistica preparazione di atleti, nuotatori, canottieri, pugili, ginnasti — nel calcio si è imboccata una via inversa, e si è andati alla ricerca di tutto ciò che potesse servire innanzitutto a non perdere. In Italia si è passati attraverso le più parossistiche esasperazioni; ma anche altrove — persino in Inghilterra — la tendenza si è accentuata. Fino a qual punto lo spettacolo continuerà a soffrirne? I «valori» tecnici stavolta appaiono più elevati. C’è un gruppo di squadre più forti di quattro anni fa. La parabola discendente dovrebbe essersi conclusa in Cile. Ma sarà vero?

Il campionato del mondo che sta per cominciare deve dare soluzione anche a questo interrogativo. Sono molte le risposte che si attendono dall’Inghilterra. Riguardano il gioco: fino a qual punto il vigore atletico prevarrà sulla tecnica? Riguardano la gerarchia dei valori: il Brasile, invecchiato, riuscirà a resistere all’assalto che l’Inghilterra ed anche la temibilissima Germania, in nome del calcio europeo, gli porteranno? Riguardano i giocatori: vi sarà qualcuno capace di emulare Pelè? E quale ruolo saprà sostenere Eusebio, che del sudamericano sembra l’antagonista più valido? Quali nomi nuovi scaturiranno dalla rassegna mondiale? Già si fa il nome di un altro brasiliano, un centrocampista, Gerson. E si parla del giovanissimo Edu; si parla dell’urugaiano Rocha; si parla di Asparuhov. Quale ruolo sapranno sostenere i giocatori già collaudati attraverso il difficile campionato nostro: Haller, Suarez, Schnellinger? E gli arbitri saranno in grado di controllare un torneo che si annuncia infuocato, rissoso, violento? Si aspettano i «mondiali» per conoscere quali sono i progressi, o i limiti del calcio asiatico rappresentato dalla misteriosa Corea. E la Russia sarà riuscita a completare la sua perfetta meccanica con l’indispensabile fantasia che il calcio pretende? Poi si intrecciano le nostre speranze. Si è lavorato bene per la nazionale. Ma cosa vale? E’ troppo fragile? Come reagirà, se si troverà in svantaggio? Saprà evitare isteriche reazioni? Non possiede un uomo-partita: nè un Pelè, nè un Eusebio: ne risentirà? E’ fondata la fiducia da cui viene circondata? L’obiettivo è quello dei quarti di finale: dopo il 1938, mai nessuna nazionale italiana è riuscita ad arrivarvi. Ma in realtà quali sono le vere ambizioni di questa enigmatica squadra azzurra?

Si vorrebbero trovare tutte le risposte. Ma la logica, nel calcio non serve. L’imprevedibilità è l’arma del suo fascino. Pensate un po’ a quel che accadrebbe nel mondo del calcio, se il torneo cominciasse con una sorpresa a Wembley: l’Inghilterra battuta dall’Uruguay. Forse non accadrà. Ma provate ad immaginare se accadesse.

Gino Palumbo

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