12 luglio 1966 – Si comincia con una sorpresa

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Solo sette giocatori inglesi, taluni disperatamente richiamati, si schierano con gli uruguaiani al centro del campo per salutare la regina e ascoltare l’inno; gli altri sono già entrati, a passo svelto, negli spogliatoi, coi nervi a pezzi, incapaci di accettare cavallerescamente il deludente verdetto della partita inaugurale dei «mondiali» di calcio. Invano l’arbitro imperiosamente li richiama. Greaves, i due Charlton, Hunt — i divi della squadra — se ne vanno con un gesto di dispetto. La platea di Wembley resta attonita, mai un inglese ha girato le spalle alla regina, uscendo prima di lei, e senza salutare. E’ un avvenimento ancora più sconcertante della mancata vittoria britannica sull’Uruguay, che apre i «mondiali» con una clamorosa sorpresa. E con uno «zero a zero» che potrebbe rappresentarne, purtroppo, la sigla dominante.
Il primo velo si è alzato sui misteri dei campionati del mondo. E’ difficile segnare un gol all’Inghilterra, ma è anche difficile che l’Inghilterra lo segni. La nazionale inglese non ha più il gioco tradizionale dei britannici, fatto di velocissime sgroppate fondate sul vigore atletico, concluse con fortissimi tiri, interpretate da attaccanti molto incisivi, con ali sempre ficcanti e pericolose, abilissime nel cross. Ramsey ha voluto dare un nuovo gioco alla squadra inglese, e ha voluto fame una squadra pensante: per realizzare il suo piano ha cominciato col sopprimere le ali. Ha fatto del tradizionale robusto centravanti del calcio inglese, un centravanti tornante, alla Di Stefano, mai presente nelle fasi conclusive; ha rallentato il ritmo del gioco e del tradizionale calcio inglese non è rimasto più nulla. Adesso la nazionale britannica è una squadra che potrebbe «pensare» il calcio, ma non sa farlo.

Per lunghi tratti della partita l’Uruguay ha ridicolizzato gli avversari sul piano tecnico, se ne è presa beffe, ha inflitto loro l’umiliazione dei dribblings a ripetizione, dei palloni passati due o tre volte sopra la testa, del pallone fatto improvvisamente deviare e quasi sparire, nel momento in cui gli inglesi si accingevano a calciarlo. Alcuni giocatori britannici, soprattutto lo scorretto Stiles (il mediano destro) non sono riusciti a controllare i propri nervi e spesso hanno reagito con rudezza. Avrebbero meritato da parte dell’arbitro Szolt ben più decisi interventi. Ma Szolt punta a dirigere la finalissima sullo stesso campo di Wembley e non intendeva evidentemente turbare proprio oggi i suoi buoni rapporti con gli inglesi.

Gli uruguaiani hanno rischiato la sconfitta soltanto nel tre minuti iniziali della partita e poi nell’infuocato finale, allorché gli inglesi, dimenticata ogni disciplina tattica, si sono rovesciati all’attacco con l’impeto e l’aggressività di un tempo. Appena dopo il fischio di inizio si è avuta la sensazione che la nazionale inglese dovesse vincere con estrema facilità. Nei primi due minuti i britannici hanno conquistato tre calci d’angolo; e la retroguardia uruguaiana, in palese difficoltà, se la cavava a stento, con affannosi rinvii, neanche molto precisi o ben calciati.

Ma la sensazione che la nazionale britannica dovesse realizzare una facile vittoria è durata pochissimo. Superato il primo breve periodo di sbandamento, la nazionale uruguaiana ha cominciato a soffiare dolcemente nel flauto magico della sua vecchia ma sempre suggestiva manovra.

E piano piano, dapprima ha sconcertato e poi ha addormentato gli inglesi. Gli uruguaiani giocano ancora come trent’anni fa, ma, come trent’anni fa, sono inarrivabili nel palleggio. Riflettono l’antica classe di Andrade, quella di Schiaffino. Il loro gioco è volutamente lento. Spesso viene impostato addirittura da fermo, in maniera irritante. Una rete di passaggi, di lievissimi tocchi, orizzontali, anche all’indietro, ma eseguiti sempre con tecnica raffinata e con distaccata sicurezza.

Gli inglesi non sono stati capaci di reagire, e sono caduti nel tranello. Soltanto il giovane Ball ha tentato di ribellarsi, cercando di anticipare gli avversari o rincorrendoli mentre lentamente avanzavano. Gli altri sono stati progressivamente intimoriti dalla superiorità tecnica degli uruguaiani: e presi nel mezzo delle fittissime trame, non sono più riusciti a ritrovare il filo del gioco. E’ scomparso dapprima Bobby Charlton, è naufragato Greaves, non s’è più ritrovato Moore. A tratti era davvero penoso vedere gli inglesi correre da un uruguaiano all’altro e non riuscire quasi mai a prendere il pallone.

Talvolta erano in tre e un uruguaiano solitario sfuggiva in mezzo a loro, con la palla al piede, sottraendogli la sfera con un sorprendente tocco, magari da terra. La superiorità dell’Uruguay — mantenuta per l’intero primo tempo e per lunghi tratti della ripresa — non ha trovato concreto sfogo per due motivi ben precisi: innanzitutto perchè la retroguardia britannica è ben salda in difesa, dove accorrono molti uomini dalla prima linea; in secondo luogo perchè la manovra dei sudamericani, brillantissima nella fase di impostazione, non è altrettanto efficace allorché giunge in zona di conclusione. L’Uruguay non dispone di efficaci tiratori. E quella fitta manovra che spesso ha strappato applausi a scena aperta, si prolunga anche nell’area di rigore avversaria, allorché occorrerebbe invece ben altra decisione e rapidità.

Peraltro anche l’Uruguay, che è difensivista per tradizione, usa le ali di posizione arretrate più come interni di spola che come uomini-gol. Quanto a Rocha, di certo l’uomo di maggior classe della squadra uruguaiana, il suo sensazionale controllo di palla e la sicurezza con cui sa impostare il gioco, non trovano completamento in
un’altrettanto efficace azione risolutiva. In fondo il tiro più pericoloso è stato scagliato verso la rete inglese da un uomo della forte retroguardia sudamericana, Goncalves, un autentico stantuffo, prezioso nelle retrovie, e pronto a inserirsi nelle manovre della prima linea.

Nel secondo tempo l’Uruguay ha inevitabilmente e progressivamente accentuato la sua impostazione difensiva: gli è stato in parte suggerito dal progredire del tempo, cioè dall’avvicinarsi dell’ambito traguardo del pareggio; in parte gli è stato imposto dalla crescente pressione degli inglesi, una pressione sempre più disordinata e nervosa, non più tatticamente disciplinata, ma indubbiamente efficace. Il portiere uruguaiano è stato chiamato spesso al lavoro: due o tre suoi interventi sono stati notevolissimi per scelta di tempo e sicurezza. Gli inglesi vistisi a mal partito, hanno tentato di stuzzicare gli avversari con entrate scorrette. I sudamericani hanno fama di uomini dal sangue caldo: ma stavolta hanno resistito anche alle provocazioni: è una lezione sulla quale anche i calciatori italiani faranno bene a riflettere.

Gli ultimi minuti dell’incontro sono stati appassionanti, drammatici. L’Uruguay tutto contratto in difesa, gli inglesi disperatamente all’offensiva. Due o tre volte, i britannici non hanno avuto neanche fortuna nelle fasi conclusive: si sono visti palloni uscire sul fondo di un soffio, un paio di volte anche a portiere battuto. La superiorità espressa durante il serrate finale non deve tuttavia far credere che la nazionale inglese sia stata defraudata della vittoria.

Il pareggio dell’Uruguay è sorprendente, ma più che meritato. La partita inaugurale è servita a chiarire le idee sulle caratteristiche della nazionale inglese. Tra poche ore scenderanno in campo Germania, Brasile e Russia; poi sarà il turno della Spagna, del Portogallo, dell’Ungheria e della nazionale azzurra. Fra due giorni tutti i veli saranno stati sollevati sui misteri del campionato mondiale di calcio. Con l’augurio che dietro ogni velo non si nasconda uno «zero a zero».

Gino Palumbo

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