13 luglio 1966 – Adesso tocca a noi

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Adesso tocca a noi. E’ l’ora della verità per la nazionale azzurra: la squadra italiana sta per entrare nel campionato del mondo. Le polemiche, i dissapori, i dissensi improvvisamente si placano. La formazione che scenderà in campo per la partita di esordio non può e non deve essere la nazionale di una parte degli italiani che si occupano di calcio: è la nazionale di tutti.

Rappresenta le folle che appassionatamente seguono le vicende del foot-ball nel nostro Paese. Rappresento le centinaia di migliaia di giocatori, di ogni valore e di ogni categoria, che costituiscono gli interpreti del gioco. Rappresenta i tecnici che, indipendentemente dai personali e talvolta discutibili orientamenti, studiano il calcio nel tentativo di migliorarne le qualità. Rappresenta i dirigenti, distinti da passione o anche da ambizioni, che hanno profondamente giovato al progresso dell’organizzazione calcistica in Italia. Rappresenta tutto un mondo che ha assunto negli ultimi anni proporzioni sorprendenti e ha saputo conquistarsi un posto di rilievo negli interessi e nelle attività del Paese.

La nazionale che scende in campo per affrontare l’avventura dei «mondiali» è la nazionale di tutto il nostro calcio. Merita di essere seguita con amorevole benevolenza.

Il diritto alla benevolenza la nazionale azzurra, peraltro, lo ha acquisito attraverso la serietà inconsueta con cui il lavoro di preparazione è stato affrontato e sviluppato. Le polemiche più aspre hanno interessato la scelta di un giocatore oppure di un altro, ma le linee programmatiche fondamentali, dopo aver ottenuto un consenso pressoché generale, sono state rispettate con un rigore persino sorprendente in un ambiente irrequieto e volubile qual è quello del nostro calcio.

Il tecnico che la guida — indipendentemente dal giudizio che ciascuno esprime sul lavoro da lui compiuto — è lo stesso che prese in consegna la squadra quattro anni fa: segno che la preparazione della nazionale è stata difesa da ogni interferenza esterna e che lo svolgimento del programma non è stato più condizionato, di volta in volta, da occasionali risultati.

La squadra è tutta italiana, espressione autentica del nostro vivaio nazionale. Forse si poteva farla più forte, ricorrendo a giocatori d’oltre confine: si è preferito conferirle il compito di rappresentare la parte più vera del nostro foot-ball. Più che di ambire a titoli mondiali, il calcio italiano aveva innanzitutto la necessità di riconquistare il rispetto altrui. Ha già fatto molto cammino su questa strada: i giornali inglesi non hanno trovato per noi spunti per le loro spietate «vignette». Nè la nostra Federazione ha mosso alcuna obiezione allorché le è stato chiesto di concedere ai giocatori stranieri, militanti nel campionato italiano, di partecipare ai «mondiali» con le squadre dei loro Paesi d’origine. Stavolta abbiamo dato agli altri, anziché prendere.

Anche sul piano tattico ci si presenta dignitosamente. Adesso lasciamo che si sbizzarriscano gli altri nella deformazione del concetti più semplici e naturali del calcio: siano gli inglesi ad abolire le ali, a trasformare i centravanti a difensori, ad attenuare le attrattive del foot-ball. In Italia — pur senza nulla tralasciare delle esperienze vissute e pur senza dimenticare i nostri limiti — già si torna verso interpretazioni più accettabili del calcio: le ali sono state restituite alle loro funzioni naturali, dal centravanti ci si aspetta che faccia i gol, non che li eviti.

Tutto quello che si poteva fare per arrivare ai «mondiali» nella migliore condizione è stato fatto. Le ambizioni di partenza non sono smisurate: l’obiettivo è quello dell’ingresso nei quarti di finale. La nazionale italiana non riesce ad entrarvi dal 1938. Se dovesse fallire l’obiettivo anche stavolta, la spedizione si chiuderebbe con un bilancio fallimentare ed il calcio italiano si troverebbe dinanzi a un’amara realtà. Se, invece, l’obiettivo dovesse essere raggiunto, ogni altro passo innanzi rappresenterebbe una lieta conquista. Ma basterà tutto quello che si è fatto?

D’improvviso, ora che l’impegno è imminente, riaffiorano i timori, le perplessità, le incertezze: ci si ritrova come alla vigilia di un esame, allorché — pur quando si è seriamente studiato — si ha la sensazione di avere dimenticato tutto e di avere la mente vuota. La nazionale azzurra non è nuova ad impegni decisivi: è passata attraverso il collaudo del girone eliminatorio più difficile, cancellando dai «mondiali» la Scozia.

Tuttavia, le perplessità restano. Sussistono dubbi sul vigore atletico della squadra. Dopo avere visto giocare Inghilterra ed Uruguay, sono riaffiorate molte incertezze sulla capacità degli azzurri di resistere al gioco «forte» e nell’accettarlo. La squadra non si è mai trovata in passivo: se le circostanze del gioco le imponessero di recuperare, come reagirebbe all’inconsueta situazione? Si demoralizzerebbe? Si innervosirebbe? Si scoprirebbe troppo nel tentativo di risalire?

Domani già sapremo qualcosa sulle possibilità della nazionale italiana. Il resto lo sapremo sabato sera, dopo l’incontro con la Russia. Contro il Cile, conosceremo la forza psicologica ed offensiva della squadra azzurra. Tutti, italiani e cileni, hanno solennemente giurato di avere ormai dimenticato i «fatti» di Santiago. Ma inevitabilmente, nel corso del gioco, qualche asprezza riaffiorerà: sarà quello il momento in cui si potrà valutare sino a qual punto Fabbri sarà riuscito a rafforzare i nervi, di solito fragili, dei giocatori italiani.

Sul piano del gioco, la partita con il Cile permetterà di valutare le capacità offensive della squadra. I sudamericani, a ventimila chilometri di distanza, non dovrebbero coltivare elevate ambizioni. E’ prevedibile, quindi, che essi affrontino la partita con una tattica decisamente difensiva: sarà l’Italia a dover attaccare. Ciò spiega perchè Fabbri — che nei giorni scorsi ha pensato seriamente alla possibilità di inserire Leoncini nel settore di centrocampo — sembri adesso orientato alla riconferma del più fragile ma più tecnico Fogli. L’arma prescelta per la partita di esordio è quella del gioco. Se non interverranno sorprese Leoncini dovrebbe, invece, servire a far più vigorosa la squadra nella partita di sabato contro i russi.

Adesso, dunque, tocca a noi. E si comincia con ItaliaCile, cioè con la partita nella quale quattro anni fa ci rendemmo conto di aver toccato il fondo. E cominciò il lavoro della rinascita. Sapremo adesso quanto cammino abbiamo percorso da quel malinconico pomeriggio.

Gino Palumbo

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