18 luglio 1966 – Una Nazionale smarrita

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Gruppi di italiani arrivati sin qui per assistere ai «mondiali» hanno rifatto le valigie, delusi. E sono partiti. E’ mortificante dover temere di essere eliminati dalla Corea. Chi rimane, si chiede perplesso cosa sia accaduto alla nazionale azzurra. Non la si riconosce più. Non è quella che avevano salutato alla partenza: senza illusioni, ma con fiducia. Quella nazionale è apparsa ai «mondiali» soltanto per 10 minuti: i primi 10 minuti dell’incontro con il Cile. Poi è sparita e non si è più rivista. E tutto è cambiato: di improvviso, misteriosamente.

Non c’è più brio, non c’è più entusiasmo. Gli uomini appaiono infiacchiti, anche i giocatori più vigorosi stanno deludendo. Dopo la partita con i cileni — vinta ma giocata male — è stato tolto di squadra Rivera: si voleva una formazione più «forte». Ma contro la Russia, con la formazione «forte», si è giocato ancora peggio: sul piano atletico, è fallito persino Facchetti, che pure rappresenta un mirabile modello.

E’ cambiato radicalmente ed improvvisamente anche il tipo di gioco. Dopo avere sfidato per quattro anni le più roventi polemiche a sostegno di una manovra che tenesse conto delle esigenze della retroguardia, senza però trascurare l’attacco, la nazionale si è presentata ai «mondiali» manifestando mille paure e ha giocato tutta rattrappita, provocando così proprio quelle situazioni di inferiorità che si volevano ad ogni costo evitare.

Anche Fabbri ha perduto la testa. Preoccupato per le carenze di gioco emerse durante la partita con il Cile, per l’incontro successivo ha trasformato la squadra nei suoi punti cardine, dimenticando che di quello schieramento egli aveva fatto il perno del suo quadriennale lavoro. E così, dopo quattro anni di esperimenti, la nazionale italiana ha affrontato la Russia con una formazione del tutto inedita, nella quale peraltro era stato immesso un Bulgarelli in precarie condizioni fisiche e dalla quale era stato escluso un Barison che — pur con tutti i suoi limiti di classe — era stato elemento determinante per la vittoria contro i cileni ed era, quindi, psicologicamente «caricato» e, sotto il profilo fisico, appariva certo più adatto di Pascutti (reduce peraltro da un infortunio) ad affrontare il vigoroso contrasto della retroguardia sovietica.

Una partita è stata vinta, un’altra perduta. Non è accaduto, quindi, alcunché di drammatico e niente è compromesso.

Se non verrà beffata dalla Corea — e in tal caso si scadrebbe nella farsa — la nazionale azzurra arriverà sino ai quarti di finale. Non accade dal 1938. Ma tutto ciò non è sufficiente ad attenuare la delusione. Nel calcio contano i risultati ma anche il modo in cui si conseguono. E tranne che nei primi 10 minuti di ItaliaCile, la squadra azzurra ha giocato sempre in modo penoso. Sono pochissimi i giocatori che possono essere salvati: Burgnich, il più bravo di tutti, Salvadore e Rosato, in gran parte Albertosi. La squadra come gioco collettivo non è mai esistita. In 180 minuti, l’attacco azzurro, fragilissimo, non si è mai visto.

Affiorano angosciosi dubbi: la preparazione atletica appare sbagliata (troppa o troppo scarsa?). Facchetti ha confessato che, durante l’incontro con la Russia, le gambe gli tremavano e non riusciva a stare in piedi. Antiche convinzioni hanno trovato conferma. I nostri calciatori, anche i più forti, non sanno lottare e non sono abituati ad un calcio di continuo movimento. I nostri attaccanti sono peraltro quasi tutti troppo fragili fisicamente per affrontare il vigoroso gioco moderno. E il nostro calcio è troppo permeato di difensivismo perchè basti una impostazione diversa a portarlo su schemi di manovra dai quali anche gli attaccanti — invece di essere abbandonati in solitudine — potrebbero trarre maggior aiuto e sollievo.

Sotto il profilo psicologico, infine, siamo i più deboli di tutti: la responsabilità del risultato opprime i giocatori ed anche chi li guida. Perciò la nostra nazionale si esalta nelle «amichevoli» e teme nelle partite decisive. O vengono commessi errori che in situazioni di minor tensione verrebbero evitati.
Tutti questi motivi — fisici, psicologici, tattici, umani — hanno contribuito a determinare la «delusione» italiana. Anche la partita con il Cile, per quanto vittoriosa, ha messo in mostra più difetti che pregi. Essa s’è svolta nelle condizioni ambientali più favorevoli, ma non è bastato. Il pubblico era tutto in favore degli azzurri. Anche gli inglesi, oltre agli italiani, numerosissimi e, naturalmente, chiassosi. L’arbitro — lo svizzero Dienst — inappuntabile. I cileni molto corretti. E per di più gli azzurri hanno avuto la fortuna di segnare per primi. S’erano già create le premesse per una trionfale galoppata, dei tipo di quelle già realizzate nel corso degli incontri amichevoli contro squadre sudamericane che ai «mondiali» si stanno dimostrando molto più forti del Cile.

Invece, proprio dopo avere segnato, la squadra azzurra, improvvisamente, si afflosciò. All’indomani, nel corso della quotidiana conferenza-stampa, venne data una spiegazione poco convincente: «La squadra — si disse — s’è scaricata psicologicamente dopo il gol». E giustamente qualcuno domandò: «Ma quale affidamento si può fare su una squadra che si scarica dopo avere segnato un gol e non ha ancora dimostrato di saper bene reagire quando lo subisce?». In realtà, il motivo della delusione offerta dalla nazionale contro il Cile non fu di natura psicologica. La causa della sua depressione fu essenzialmente tattica.

Il Cile aveva affrontato la partita tutto racchiuso in difesa. Ma, dopo avere subito il gol, portò alcuni suoi uomini in posizione più avanzata nella zona del centrocampo: e, come talvolta avviene nel gioco degli scacchi, la squadra italiana — affrontata in quel settore del campo dove è più fragile — ne restò come paralizzata. La nazionale azzurra s’accartocciò in difesa. E si creò così una frattura profonda fra retroguardia e attacco. La «fluidificazione» — che avrebbe dovuto appunto impedire situazioni del genere — venne invano invocata. L’abitudine contratta dai giocatori in campionato prevalse sugli schemi preparati per la nazionale. E nel vuoto che si determinò naufragò Rivera.

La partita con il Cile rappresentava la prova del fuoco per il discusso milanista. Fabbri aveva caparbiamente resistito a coloro che avrebbero voluto lasciarlo a casa insieme a Corso. Ne aveva fatto il cardine della sua nazionale e non aveva l’intenzione di modificare tutto poco prima della partenza per l’Inghilterra. Era però implicito che Rivera non avrebbe potuto più sbagliare una partita. Se l’avesse fatto, lo avrebbero inesorabilmente colpito e Fabbri non avrebbe avuto più la forza, nè il coraggio, di difenderlo. Rivera sbagliò. Forse sbagliò anche per altruismo — lui, sempre arido calcolatore —, sbagliò rincorrendo ogni pallone, contrastando ogni avversario, tentando di sopperire lui, che non è uomo di spola, a quelle lacune che il fallimento di Meroni ed il mancato collegamento di Lodetti avevano creato alle sue spalle. Ma i palloni che rincorse non li raggiunse; gli avversari che tentò di contrastare non li fermò.

Rivera voleva giocare ma l’esito del suo impegno fu disastroso. Sbagliò persino quei passaggi «di prima» che — quando gli avversari gli lasciano spazio — rappresentano la sua specialità. Molti gridarono al tradimento: invece era soltanto una prova d’impotenza, favorita da un insufficiente gioco collettivo. Il secondo gol azzurro — splendida prodezza di Barison dopo gli interventi con cui Albertosi aveva impedito il pareggio — salvò la squadra, ma non salvò Rivera. Fabbri aveva paura di confermarlo. Come avrebbe reagito l’opinione pubblica se Rivera avesse sbagliato anche la partita, per lui molto più difficile, contro la Russia? E Rivera venne lasciato in tribuna.

Le opinioni divergono. Taluni ritengono che Fabbri abbia sbagliato a togliere di squadra il milanista in quanto tutta la preparazione e l’impostazione della nazionale erano state imperniate su Rivera e sulle caratteristiche del suo gioco: cioè raccogliere i palloni provenienti dalla retroguardia e trasferirli in lanci e ispirazioni per gli uomini più avanzati dell’attacco. Altri sostengono che la riconferma di Rivera avrebbe incontrato anche il dissenso di molti componenti la squadra, da tempo orientati verso la costruzione di un gioco sempre più consistente.

Più che nella esclusione di Rivera — che appare, peraltro, come esclusione temporanea — l’errore di Fabbri è però da individuare nelle soluzioni date al problema che l’assenza di Rivera provocava. Avendo deciso di escludere il milanista e non volendo peraltro rinnovare completamente la coppia degli interni in una partita tanto impegnativa, Fabbri costrinse Bulgarelli a scendere in campo in condizioni menomate, privo di una adeguata preparazione. Nè sostituì Rivera con il giocatore più vicino alle caratteristiche del rossonero: cioè Fogli, invece di rimpiazzare un uomo fuori condizione con un giocatore capace di svolgere eguale manovra, il tecnico azzurro — in preda ad una paura pressoché simile a quella di Glasgow e ritenendo, come allora, che lo 0-0 fosse un traguardo utile e soddisfacente — preferì concentrare ogni sforzo nel consolidamento della difesa. Inserì Leoncini in retroguardia e spostò Lodetti al posto di Rivera.

Poiché nè LeonciniLodetti sono uomini di manovra, la squadra si trovò priva di un elemento capace di alimentare con utili passaggi il gioco della prima linea e. quasi tutto questo non bastasse, gli uomini di punta — costretti dalla prevedibile manovra dei reparti arretrati a dover fare affidamento sulle loro forze personali — vennero inspiegabilmente alleggeriti. Fu mandato in campo Meroni, il più coraggioso di tutti, pronto a lanciarsi in ogni mischia ma fisicamente troppo fragile per poter impensierire i solidi difensori sovietici. Fu mandato in campo Pascutti, alla sua prima uscita dopo l’infortunio, ed inserito al posto di Barison, il solo attaccante italiano capace di tirare da lontano e di fronteggiare fisicamente la retroguardia russa.

Fallirono tutti, come fallì anche molte volte il disorientato Mazzola. Ma si possono onestamente mettere sotto processo gli uomini più avanzati, lasciati nel vivo della possente retroguardia avversaria, quando la partita testimonia quanto siano state rare e disordinate le azioni offensive suggerite dagli altri reparti della squadra? Jascin, in tutta la partita, fu impensierito soltanto due volte: ed una di quelle occasioni non gliela fornì un attaccante, bensì Burgnich che — fin quando non si infortunò — badò a controllare la sua ala, badò spesso ad aiutare lo sconcertato Facchetti e non trascurò d’inserirsi rabbiosamente nelle azioni d’attacco.

Quando una squadra si stende così poco all’ offensiva, quando si mostra così povera in prima linea, quando palesa una così netta inferiorità fisica — il confronto con i russi richiama alla mente la partita con i sovietici di Roma, pressoché analoga tranne che nell’epilogo — non si può aspirare a risultato diverso dalla sconfitta. Il gol di Cislenko fu agevolato da uno dei tanti errori di Facchetti, incapace di fronteggiarlo o anticiparlo: ma la squadra russa, più forte, più fantasiosa nel gioco, più aggressiva, aveva meritato abbondantemente la vittoria.

Il campionato del mondo non consente soste. Non c’è neanche il tempo per polemizzare. Gli eventi incalzano. La partita di martedì con la Corea è diventata decisiva. E — per paradossale che possa sembra il giudizio — non sarà una partita facile. I coreani sono stati ricaricati psicologicamente dal pareggio con il Cile. E poiché intravedono la possibilità di qualificarsi a nostre spese, il loro fanatismo può anche diventare pericoloso. Il loro calcio è semplice, ingenuo, elementare ma nei marcamenti sono fastidiosi come sciami di api: appena uno degli avversari entra in possesso della palla, un coreano gli piomba tra i piedi. E ciò avviene, inesorabilmente, dai primo al novantesimo minuto di gioco.

Sembra un discorso assurdo, ma i coreani adesso fanno paura. E’ la conseguenza amara della mancanza di grinta dei nostri calciatori e degli errori che il tecnico ha commesso. Non ci aspettiamo più molto da questi a «mondiali»: ma che almeno si sappia trovare la strada giusta per uscirne — quando verrà il momento — dignitosamente.

Gino Palumbo

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