19 luglio 1966 – La lunga notte di Feola e Fabbri

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Le sorti del Brasile e dell’Italia ai campionati mondiali di calcio si decideranno in novanta minuti. La squadra sudamericana è arrivata in Inghilterra come gran favorita, sicura di poter riconquistare per la terza volta (e definitivamente) quella coppa che detiene da otto anni; la squadra azzurra è arrivata in Inghilterra senza cullare illusorie ambizioni, ma con la consapevolezza di potervi sostenere un ruolo dignitoso.

Alla vigilia dell’ultima partita del girone eliminatorio, la situazione dei campioni del mondo appare invece disperata: solo una sostanziosa vittoria sul Portogallo (almeno 3 a 0) può consentire ai brasiliani di evitare l’eliminazione. Quanto alla squadra italiana, essa ha espresso solo per dieci minuti, i primi dieci minuti del campionato del mondo, contro il Cile, il gioco di cui è capace e adesso è costretta a fare della partita con la Corea un incontro decisivo con tutti i rischi di natura psicologica che partite del genere, contro squadre ritenute molto più deboli, comportano. Se si vince, non se ne ricava gloria; la sconfitta provoca il ridicolo.

Per don Vincenzino Feola e per Edmondo Fabbri, la notte della vigilia è forse trascorsa insonne. Da Rio de Janeiro già son giunte notizie di manifestazioni popolari di protesta contro i metodi con cui è stata preparata e viene adesso condotta la nazionale brasiliana. Il calcio, laggiù, è l’argomento più appassionante: vi si sfiora il fanatismo. I brasiliani non si rassegnerebbero a perdere il titolo mondiale senza sfogare il loro risentimento. Feola rappresentava sino ad ieri una divinità intoccabile. E’ l’uomo che ha portato la nazionale brasiliana a due titoli consecutivi: è il tecnico che nel 1958 ha vinto il «mondiale» lanciando Pelé e quattro anni dopo lo ha difeso senza poter contare su Pelé. Ora lo accusano di essere invecchiato.

«Si addormenta in panchina — dicono i giornalisti brasiliani —, è ingrassato troppo e si stanca presto». Lo accusano anche di essere entrato in contrasto con la «perla nera». Molti non credono che Pelé sia stato davvero infortunato e ritengono che l’assenza del campione brasiliano abbia nascosto invece un profondo dissidio sui metodi di conduzione della squadra. Altre accuse vengono rivolte alla federazione. Nel 1958 e nel 1962 la nazionale brasiliana ha avuto come dirigente responsabile un popolare personaggio, Carvalho, e stavolta Carvalho non c’è. Si dice che lo abbiano messo in disparte in quanto un altro dirigente ha voluto assumersi il merito di tornare in Brasile con il terzo titolo mondiale e con la coppa. «Se il Brasile verrà eliminato — si dice — l’aereo che riporterà la nazionale in Sudamerica farà bene ad atterrare nel Paraguay».

E’ questa l’atmosfera nella quale la nazionale brasiliana si prepara all’incontro decisivo. Un incontro «storico» per il calcio mondiale. A Liverpool può chiudersi un importante capitolo del romanzo del football. Un capitolo durato otto anni. Può andarsene Pelé e restare alla ribalta Eusebio. La partita racchiude anche un duello fra due grandi giocatori. Oltre che fra due grandi squadre. Ma prima che quel capitolo si chiuda, se si chiuderà, avremo forse i novanta minuti più drammatici, più appassionanti, più tesi, più furiosi, che siano mai stati scanditi su un campo di calcio. Prima di arrendersi all’amaro verdetto la nazionale brasiliana lotterà con disperata rabbia, e poiché si tratta d’una squadra che sa anche giocare duro — ne hanno fatto esperienza gli ungheresi quando li hanno incontrati e battuti — la funzione dell’arbitro assumerà un ruolo decisivo affinchè la partita non scada malamente in rissa.

Gli inglesi osservano, intanto, compiaciuti che le speranze loro si stanno avverando, il «girone di ferro» aveva appunto il compito di logorare il Brasile, e di portarlo ai turni successivi ormai stanco — Portogallo. Ungheria e Bulgaria assumevano, negli intenti, le funzioni del picadores e dei banderilleros, il Brasile era il toro da fiaccare —, avrebbe pensato poi la nazionale inglese ad esaltare la platea, infilzandolo. E’ probabile, invece, che il toro fosse già stanco prima. E che bastino i preliminari a stroncarlo. Non saranno certo gli inglesi a dolersene. Il cammino verso il titolo sembrerà più agevole.

Per Edmondo Fabbri la notte è ancor più tormentata. Lui non ha glorie passate con cui difendersi. Tutte le sue ambizioni e le sue speranze si compendiano nel bilancio con cui la giovane nazionale italiana concluderà il «mondiale». E il bilancio comincia già ad essere amaro. Messa a contatto con la realtà la squadra azzurra non ha mantenuto le promesse. S’è mostrata immatura sul piano del temperamento, la responsabilità del risultato l’ha quasi paralizzata. Non è stata neanche in grado di mantenere la formula di gioco per cui era stata costruita. Appena impegnata in partite risolutive, la squadra si è immediatamente accartocciata e ha lasciato l’iniziativa agli avversari provocando quella situazione d’inferiorità a centrocampo e quell’isolamento degli uomini più avanzati — e tanto fragili — che la fluidificazione si prefiggeva appunto di evitare.

Sono subito riaffiorate le conseguenze di una diversa interpretazione del calcio: quindici squadre su sedici giocano aggredendo, cioè cercando di anticipare l’avversario e di conservare quanto più a lungo possibile il possesso del pallone. Talune (le squadre sudamericane) realizzano l’intento in virtù di una tecnica superiore; altre (le squadre europee) lo realizzano in virtù di un superiore vigore atletico. La sedicesima squadra, quella italiana, si trova in una sconcertante posizione intermedia: non è tecnica quanto le formazioni sudamericane e non è vigorosa quanto le più forti formazioni europee. E perciò prova disagio con entrambe. L’interpretazione del gioco deriva peraltro da una mentalità che si contrae in campionato, in lunghi anni di attività: è difficile, forse impossibile, liberarsene in un mese.

I giocatori italiani non sono abituati a manovrare a centrocampo: da anni, nel nostro calcio, impera la legge del lungo rilancio verso gli uomini di punta come unico schema offensivo. Nè sono abituati al movimento. Ancor oggi, se un mediano o una mezz’ala corrono verso il fronte d’attacco, dalle tribune si sente gridare: «Ma perchè corre? Fermo, torna a posto». Gli altri invece corrono, si distendono all’attacco, rientrano in difesa. Non vi sono che i giocatori italiani ad interpretare il calcio in una sola maniera: o fermi in difesa, o fermi all’attacco. Tutti gli altri sono ambivalenti. Quell’ambivalenza nel nostro calcio è stata soppressa, in quanto si è ritenuto che il fisico degli italiani fosse inadatto a sopportare tanta fatica. Ma adesso ai «mondiali» ci accorgiamo che il movimento è una legge fondamentale del calcio non solo per gli inglesi, per i tedeschi o per i russi che vantano fisici più robusti, ma anche per gli uruguaiani, per i cileni e per i coreani. O dovremmo ammettere che sotto il profilo razziale siamo proprio gli ultimi al mondo? E poiché ciò non è vero, se ne deduce che nel calcio i nostri giocatori si muovono poco, e non contrastano gli avversari, e non sanno lottare, in quanto hanno perduto l’abitudine a farlo.

Da noi il calcio è un gioco di attesa: aspettare che l’avversario imposti l’azione, fermarlo e poi colpirlo in contropiede. Ma perchè l’avversario possa essere fermato, si rende necessario rafforzare la retroguardia: il che naturalmente avviene a tutto discapito della prima linea, inesorabilmente impoverita. E quando si tenta di rovesciare l’azione, ci si accorge di non possederne la forza. Cosa si può pretendere da tre uomini abbandonati in prima linea a contatto con poderosi difensori avversari e serviti di tanto in tanto con palloni o troppo alti o troppo «lunghi»?

In Cile si provò con Altafini al posto di Mazzola: non rese certo di più. E’ bene ricordarsene nel momento in cui si fa il processo ad un attaccante esposto dal «non gioco» della squadra ad una situazione che nessun altro calciatore al mondo sarebbe stato in grado di superare.

Nonostante così amare considerazioni sulla posizione del nostro calcio nel mondo — posizione già denunciata dagli insuccessi di tutti i club italiani, ad eccezione dell’Inter, nelle competizioni europee — le speranze che hanno accompagnato la nazionale azzurra nella sua avventura in Inghilterra non sono ancora del tutto tramontate. I quarti di finale sono a portata di mano. Basterebbe una grande partita contro il Portogallo — ed una grande partita, una sola, la nazionale azzurra potrebbe anche consentirsela — per includere la rappresentativa italiana nel gruppo delle prime quattro.

Bando al sogni. C’è la Corea da affrontare. Ed è fanatica e fastidiosa. L’interpretazione del movimento da parte degli asiatici è financo esasperata. Nell’ultima mezz’ora, la preparazione atletica consente ai coreani un incredibile ritmo di gioco: la partita occorrerà vincerla prima. E per vincerla sarà necessaria soprattutto una ferrea saldezza di nervi. Bisognerà pretenderla non solo dalla squadra, ma anche da Fabbri che nel preparare la partita con la Russia ha sbagliato troppo.

Gino Palumbo

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