21 luglio 1966 – Ecco le colpe di Fabbri e dei calciatori da mezzo miliardo

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Adesso licenzieranno Fabbri. Ed è giusto. E’ un generale che ha disastrosamente perduto la guerra. O lui si dimetterà; e sarebbe una decisione dignitosa. Quando Fabbri, con schiettezza apprezzabile, dichiara «la colpa è mia», egli sintetizza una situazione estremamente chiara. Non vi sono responsabilità da suddividere. Per quattro anni Fabbri ha potuto disporre della nazionale e dei giocatori, talvolta del campionato, con una ampiezza di poteri quali mai nessun commissario tecnico era riuscito ad ottenere.

Intorno a lui l’apparato federale ha operato con una fermezza e una serietà di intenti inconsueti nell’inquieto e volubile mondo del nostro calcio. Tutte le decisioni di Fabbri — anche le più discusse e le più discutibili — sono state protette. Ogni interferenza è stata evitata. Si è lavorato con abilità per dissolvere le ostilità e le diffidenze che il calcio italiano, con mille errori, si era procurate nel tempo: la rinuncia agli oriundi è stata effettuata per evitare che astiose e beffarde polemiche si ripetessero; con il mondo arbitrale è stata condotta una politica di buona amicizia, onde impedire che permanesse il ricordo dei contrasti avuti in Cile con l’inglese Aston. Nulla è stato lasciato di intentato, perchè la spedizione dei calciatori azzurri in Gran Bretagna si svolgesse nelle condizioni ideali per il miglior rendimento. E a Fabbri non è stato posto alcun ambizioso obiettivo: il traguardo erano i quarti di finale, da raggiungere attraverso uno dei gironi più facili del torneo.

Gioco penoso

La nazionale italiana è stata invece eliminata dalla Corea del Nord. E non vi sono stati, stavolta, arbitraggi avversi o determinanti episodi di sfortuna. In un meccanismo spietato qual è quello dei campionati del mondo — ove spesso basta una sconfitta a provocare l’eliminazione — la nazionale italiana ha avuto invece la buona sorte di poter perdere senza danno la partita con la Russia e di dover raggiungere poi un pareggio con i coreani per passare al turno decisivo. La squadra azzurra è stata esclusa dal campionato del mondo in quanto, dal momento in cui è apparsa sulla scena inglese — eccettuati i primi 10 splendidi minuti della partita con il Cile — ha giocato penosamente. Il fallimento della spedizione è quindi esclusivamente di natura tecnica. E la responsabilità. dunque, è soltanto di Fabbri.

Il commissario unico è mancato clamorosamente nella fase conclusiva del suo lavoro. E’ inevitabile che adesso riaffiorino antiche polemiche sui metodi di scelta da lui operati durante i quattro anni di selezione. C’è chi lo accusa di avere sbagliato a rinunciare al blocco dell’Inter; c’è chi fa della mancanza di Corso il motivo fondamentale della disfatta azzurra. Sono polemiche destinate a restare sul piano dialettico, in quanto manca, e mancherà sempre, la possibilità di accertarne la validità.

Esiste invece la prova concreta che Fabbri, un mese fa, aveva nelle mani una squadra efficiente, formata secondo orientamenti che l’andamento del campionato del mondo non ha smentito. Il commissario tecnico italiano si era convinto che, per affrontare con possibilità di successo le squadre straniere, occorreva impostare un gioco di maggiore movimento di quanto si pratichi abitualmente in Italia.

Portata al collaudo, la nazionale nuova aveva superato efficacemente la prova: più che dalle partite di allenamento del precampionato, la conferma era venuta dagli incontri risolutivi del torneo di qualificazione, quello con la Polonia, quello con la Scozia. D’improvviso, invece, nel momento in cui il «mondiale» è cominciato, la squadra si è dileguata, e non si è più rivista; è scomparsa ancora prima di lottare. Il fenomeno può spiegarsi soltanto attraverso una errata preparazione fisica, e forse anche psicologica.

Esistono versioni contrastanti. Taluni giocatori affermano di essere arrivati al «mondiale» già «cotti», come se le partite di preparazione li avessero portati in superallenamento, svuotandoli. Altri giocatori, invece, i ritengono di avere lavorato poco, soprattutto rispetto alle abitudini contratte nelle società di appartenenza. Sia vera l’una o l’altra delle due versioni, la realtà è che sin dal primo momento s’è vista in campo una squadra agonisticamente imbelle. Persino Facchetti, un giocatore portato ad esempio nel mondo per i suoi requisiti atletici, è apparso sulla scena del campionato del mondo in penose condizioni fisiche.

Prima di partire per l’Inghilterra ci si era preoccupati del consueto irritante nervosismo dei giocatori italiani, della loro abitudine a protestare verso gli arbitri e a commettere falli cattivi nei confronti degli avversari: neanche questo è accaduto. Se c’era una squadra che poteva essere sottratta al controllo antidoping, senza correre il rischio che qualche reato sfuggisse, è stata senza dubbio quella italiana. Era una squadra alla camomilla, cloroformizzata, una squadra di signorine, anche se di signorine da mezzo miliardo.

E‘ probabile che nell’ambito delle responsabilità interne, Fabbri possa ora chiamare in causa il medico o il preparatore atletico. Di fronte all’opinione pubblica, la responsabilità della condizione in cui la squadra si è presentata al «mondiale» è soltanto sua, come suo sarebbe stato il merito se quella condizione fosse apparsa felice.

Il peggio è però accaduto dopo. Quando cioè Fabbri — durante l’incontro con il Cile — ha avuto la sensazione che la squadra non rispondesse più ai comandi. E invece di reagire — ecco la prova della immaturità a guidare una nazionale in un torneo che impone saldezza di nervi e decisioni rapidissime ma riflessive — invece di scuotere i suoi uomini, invece di galvanizzarli, ha trasmesso loro la sua repentina sfiducia, il suo abbattimento, il suo crescente nervosismo.

Dopo aver lavorato per quattro anni alla costruzione di una squadra che avrebbe dovuto rispondere a determinate finalità di gioco, Fabbri d’improvviso ha cambiato tutto, e ha mandato in campo contro la Russia una formazione diversa, mai sperimentata, non solo negli uomini che la componevano, ma anche nel tipo di manovra che avrebbero dovuto, e potuto, esprimere; e contro la Corea del Nord ha cambiato nuovamente, schierando peraltro uomini fra i più inadatti per struttura fisica a contrastare le agili evoluzioni dei coreani. Insomma il lavoro compiuto per quattro anni è servito soltanto a fare la squadra che ha incontrato il Cile nella prima partita; le altre due formazioni sono state inventate al momento, segno palese di scarsa fiducia nelle proprie idee, chiaro sintomo di paura.

Anche l’incidente occorso a Bulgarelli scaturisce da un errore di Fabbri. Bulgarelli si era infortunato contro il Cile: doveva e poteva essergli risparmiata la partita con la Russia, c’era Juliano da poter utilizzare, come controfigura. E Bulgarelli, nel frattempo, avrebbe completato la sua guarigione per gli incontri risolutivi. Invece lo si mandò ugualmente in campo, giocò male, e appena sottoposto al primo sforzo contro la Corea cedette. Era inevitabile che accadesse. Ma Fabbri ormai non era più in grado di riflettere con la necessaria serenità.

Anche nel gioco si sono avute contraddizioni sconcertanti. La squadra è stata impostata perchè giocasse in maniera diversa dall’Inter. «Non si può imitare l’Inter — aveva sempre detto Fabbri — se non si può disporre dei lanci lunghi di Suarez e delle sgroppate di Jair». Ma quando poi è giunto il momento di affrontare le partite del campionato del mondo, la nazionale ha tentato di giocare proprio come gioca l’Inter. Ma se questo ci si proponeva — abbandonando d’improvviso tutte le teorie sostenute per quattro anni — perchè non ci si è affidati allora al giocatori nerazzurri, che quella tipica manovra di difesa e di contropiede l’applicano da anni, costantemente, ed anche con notevole successo? O si deve davvero credere a chi sostiene che Fabbri non abbia voluto attingere in maggior misura dai ranghi dell’Inter, per non dare soddisfazioni ad Herrera, o per antichi puntigli verso la società nerazzurra?

Innervosito e travolto

La nazionale eliminata dal «mondiali» non è dunque quella che era stata pazientemente preparata e tante speranze aveva alimentato. Anche Fabbri si è improvvisamente trasformato. Le conferenze-stampa attraverso le quali quotidianamente si esponeva alle domande dei giornalisti di ogni Paese, cercando di spiegare le sue contraddittorie decisioni, hanno avuto momenti penosi. Quando gli chiesero perchè la nazionale italiana avesse giocato male con il Cile, rispose che «il gol segnato subito l’aveva psicologicamente scaricata», quasi che segnare subito sia un evento negativo e non un fattore stimolante.

Dopo la sconfìtta con la Russia, indicò nei sovietici i probabili vincitori del «mondiale» provocando le divertite ma anche sarcastiche proteste dei giornalisti inglesi ai quali — sia pure nell’intento di accattivare alla squadra italiana utili simpatie — Fabbri aveva quotidianamente detto che a vincere il titolo sarebbe stata l’Inghilterra. Affidando la nazionale a Fabbri quattro anni fa i dirigenti della Federcalcio non si nascosero i pericoli della scelta di un tecnico che non aveva esperienze internazionali, e il cui maggior merito era stato quello di portare il Mantova in serie A: «Maturerà con la nazionale», si disse. Invece è fallito con la nazionale. Sin quando ha operato nell’ambiente italiano ha operato bene. Giunto in Inghilterra, nel vivo del campionati del mondo, si è trovato di fronte a cose più grandi di lui. Si è emozionato, si è sfiduciato, si è innervosito. Ed è stato travolto.

Adesso Fabbri se ne andrà. E ciò basterà a placare le furiose reazioni dell’opinione pubblica. Non è stato mai neanche molto simpatico alla gente. Non lascerà rimpianti. La sua caduta provocherà anzi negli ambienti del calcio nazionale soddisfatte reazioni. Ma c’è qualcuno il quale possa sostenere, in piena onestà, che una volta mandato via Fabbri, e modificata la guida tecnica, i problemi della nostra nazionale saranno risolti?

Ripercorriamo per un attimo la storia del nostro calcio nel dopoguerra, dal giorno in cui Vittorio Pozzo — sottoposto ad una critica martellante — fu costretto ad abbandonare la carica di commissario unico, dopo aver assicurato al football italiano due titoli mondiali ed un titolo olimpico. Da quel momento, di campionati del mondo ne sono stati giocati cinque: e la nazionale italiana — sebbene guidata ogni volta da uomini diversi, taluni bravi altri meno — non è mai più riuscita ad arrivare ai quarti di finale. Nel 1950 la squadra azzurra venne eliminata dalla nazionale dei dilettanti svedesi, alla quale poco tempo prima avevamo sottratto Nordahl, Gren e Liedholm, ritenendo così di averla definitivamente indebolita. Nel 1954 gli azzurri furono eliminati dalla Svizzera, i cui giocatori professionisti erano allora pochissimi e che non rappresenta neanche ora una potenza rilevante in campo calcistico. Nel 1958 la nazionale italiana venne addirittura eliminata nel corso della qualificazione e ad eliminarla fu l’Irlanda del Nord, un Paese di due milioni e mezzo di abitanti, i cui giocatori di calcio militano quasi tutti nel campionato inglese.

Il giorno in cui si giocò la partita decisiva, la nazionale irlandese dovette schierare il portiere di riserva in quanto il portiere titolare, Greig, atteso ansiosamente dall’allenatore, fuori della porta dello stadio, non riuscì a prendere l’ultimo aereo disponibile da Londra, ove aveva dovuto giocare un incontro di campionato. Nel

1962 fummo eliminati dal Cile i cui limiti tecnici sono stati ribaditi ampiamente dal «mondiale» in corso. Non c’è stato mai bisogno di un Brasile, di una Germania o di un’Inghilterra per cancellarci dai «mondiali»: sono state sempre sufficienti le più piccole squadre del mondo. Stavolta è bastata persino la Corea.

Ogni volta, dopo ciascuna eliminazione, sono state cercate, e trovate, spiegazioni che parevano esaurienti, o che comunque bastavano a placare la impulsiva, rabbiosa reazione dell’opinione pubblica: nel 1950 la sconfitta venne attribuita al lungo viaggio di trasferimento realizzato via mare, da Napoli al Brasile; nel 1954 si disse che Czeizler si era lasciato imporre una formazione del tutto sbagliata, nel 1958 la colpa venne attribuita alla presenza in squadra di quattro giocatori d’oltre confine e all’ostilità dell’arbitro Szolt; nel 1962 ce la prendemmo con i giornalisti che avevano irritato i cileni e con l’arbitro Aston. Stavolta la colpa è di Fabbri.

In realtà — al di là di queste cause occasionali — esiste un fatto costante e ricorrente: la nostra nazionale viene eliminata sempre, chiunque la guidi, contro chiunque giochi. E non è allora venuto il momento di guardare più profondamente dentro le cose del calcio nostro, e domandarci se sia giusto cercare di volta in volta soltanto dei responsabili occasionali, invece di chiamare in causa una volta per tutte i giocatori, e noi stessi — stampa, opinione pubblica, dirigenti di società —- che in modo più o meno palese li idolatriamo, e soltanto ad essi perdoniamo tutto?

Mentre la nazionale partiva per Londra, si chiudeva a Milano la campagna acquisti, in vista del prossimo campionato nazionale: una folla convulsa di dirigenti e mediatori, nell’atmosfera opprimente di una sala d’albergo, si disputava taluni giocatori offrendo e controffrendo cifre da capogiro. Un miliardo per Riva e per Meroni. Quattrocento milioni per Rosato. E già circolavano fondate notizie sulle prime richieste avanzate dai giocatori quale premio personale; c’è chi chiede quaranta milioni l’anno, oltre ai premi per non perdere, e gli stipendi; oppure cento milioni per due anni.

Non sanno lottare

Il valore vero di quei giocatori l’abbiamo visto adesso in Inghilterra, in una rassegna che non consente menzogne: non si gioca tra di noi; si gioca con il meglio che c’è al mondo. E ci siamo resi conto che i nostri sono fra i peggiori: non hanno vigore agonistico, non posseggono il gusto del gioco, non sanno lottare, taluni si sono esposti a confronti penosi. Sono, è vero, il frutto di un ambiente nel quale squallidi calcoli di mercato e di risultati hanno soppresso l’ebbrezza della lotta sportiva. Ma sarebbe ingiusto escluderli dal novero dei responsabili. Se Meroni vale mezzo miliardo, non c’è bisogno di arrivare ad Eusebio per trovare uno che ne valga molto di più: ci si può fermare a Pak Seung Zin, mezz’ala della Corea, un Paese che conosce il calcio da pochi anni, lo ha studiato in casa come un autodidatta, non ha avuto confronti internazionali nei quali fare esperienza, lo ha provato come fosse in laboratorio, e già lo gioca meglio di quanto si faccia da noi.

La spedizione in Inghilterra ha rappresentato un’esperienza amara per noi italiani; ma potrebbe trasformarsi in un’esperienza utile se ci aiutasse a ridimensionare tante deformazioni che nel mondo del nostro foot-ball sono avvenute. Quante volte si è sentito dire che da noi si gioca il miglior campionato che vi sia al mondo? E invece ci sbattono via ogni volta, appena ci presentiamo ai «mondiali»; e persino gli spagnoli escludono Suarez che noi consideriamo, giustamente, il migliore del nostro torneo.

Abbiamo, evidentemente, perduto il senso delle proporzioni. Non conosciamo più il calcio vero. Non dovremmo di certo quindi dolerci dell’eliminazione da parte della Corea, se ciò ci aiutasse a considerare le partite del nostro campionato, ed i giocatori che le interpretano, alla luce di una dimensione che i «mondiali» ormai da troppi anni ci confermano perchè vi possa essere un errore nel giudizio: e perciò a stimolare severamente gli allenatori e i giocatori, affinchè in umiltà riflettano sugli errori compiuti ed inizino il lavoro della ricostruzione tecnica del nostro gioco.

Vogliamo calciatori veri, non signorine da mezzo miliardo. Anche il pubblico può intervenire in quest’opera di ricostruzione, rifiutandosi di pagare ottomila lire per entrare in uno stadio dove — come hanno detto le partite della nazionale italiana — operano i peggiori giocatori del mondo. Ma non accadrà. A settembre saremo tutti lì di nuovo ad esaltarci per il campionato, placati dalla rimozione del commissario tecnico. Come già avvenne nel 1950, poi nel ‘54, poi nel ’58, poi nel ’62. E tra quattro anni, di questi tempi, diremo le stesse cose e invocheremo un’altra rimozione. L’unica cosa nuova, sarà il nome del commissario da destituire.

Gino Palumbo

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