26 luglio 1966 – È finito il calcio dei Sivori e dei Pelé

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Se questo è il calcio, il calcio di GermaniaRussia, se questo dev’essere il calcio di domani, non potranno più fiorire i campioni che più accendono e conquistano la fantasia delle folle. Sivori non vi troverebbe posto. Pelé, in questi «mondiali», è riuscito a stare in campo poco più di mezz’ora, fiaccato dalla caccia spietata alle sue caviglie. Quanto tempo resisterà Eusebio? Vi può essere avvenire per un gioco nel quale diventa pressoché impossibile impostare e condurre un’azione, svolgere una trama di attacco, destinata a essere infranta con un calcio agli stinchi, con una gomitata, con uno spintone non appena si delinei un pericolo?

Dirigeva Lo Bello, ma neanche lui è riuscito a contenere le rudezze con cui russi e tedeschi si sono affrontati: gli arbitri migliori non riescono più a frenare la moda che ormai dilaga e ucciderà il football, perchè non vi potrà essere football senza quel soffio di poesia che soltanto la tecnica può dargli.

L’incontro fra tedeschi e russi si è placato e ha permesso qualche sprazzo di gioco solo quando la nazionale sovietica è stata virtualmente ridotta a nove uomini e mezzo: dapprima ha perduto Szabo, colpito due, tre, quattro volte fino a quando non s’è dovuto appartare dal gioco resistendo stoicamente ma sterilmente nella zona sinistra del campo; poi è stato espulso Cislenko atterrato due, tre volte consecutive da Schnellinger e colpito duramente (senza che Lo Bello intervenisse) nella fase da cui, dopo 43’ di gioco, scaturì il primo gol tedesco splendidamente realizzato da Haller. Cislenko, rientrando in campo zoppicante, si trovò a portata di piede una caviglia di Held e lo colpì platealmente. La sua espulsione fu giustissima.

Sarà bene però ricordare che contro i tedeschi dall’inizio dei «mondiali» sono stati espulsi un argentino, due uruguaiani e un russo. Come si può evitare il sospetto che la durezza dei tedeschi sia il motivo costante dell’irritata e impulsiva reazione dei loro avversari?

Il calcio così interpretato non piace neanche alle folle inglesi, che pure sono abituate a una applicazione atletica del football. Lo ha detto chiaramente il pubblico, dapprima fischiando, poi scandendo «England-England»: infine invocando le squadre della città, il Liverpool e l’Everton, amaramente rimpiante. A peggiorare il livello dello spettacolo è sopravvenuta l’impostazione tattica con cui le due squadre hanno affrontato l’incontro, applicando entrambe una rigorosa copertura difensiva, con un marcamento assillante, che ha favorito ed esasperato le rudezze e le fallosità. La squadra sovietica ha cambiato schieramento solo quando vi è stata costretta dall’infortunio di Szabo e dalla espulsione di Cislenko, ma ormai era tardi per poter portare un contributo positivo al livello tecnico della partita.

Helmut Haller è stato il protagonista della vittoria tedesca. In quella sagra di calci e di spinte il suo è stato calcio autentico, un calcio d’artista. I tedeschi del nostro campionato sono i soli «italiani» a sostenere un ruolo dignitoso nella rassegna mondiale. Haller è sempre abilmente sfuggito alle cariche più cattive, intelligentemente evitandole e limitandosi a cercare con abili passaggi la testa di Seeler, che era il più basso tra i giocatori in campo, ma si mostrava insidiosissimo nel gioco di testa. Quando poi l’avversario diretto di Haller, Szabò, chiave di volta del gioco sovietico, si è infortunato, il giocatore tedesco ha abilmente sfruttato la libertà di cui ha potuto improvvisamente godere. Il tecnico sovietico aveva fatto arretrare su di lui l’ala sinistra Porkujan, ma trattandosi di un elemento dalle caratteristiche spiccatamente offensive, Porkujan non ha resistito alla tentazione di inserirsi nelle trame d’attacco trascurando di curare Haller. E Haller, giocatore di classe autentica, ricco di fantasia e di verve, ha costruito le premesse della vittoria tedesca.

L’azione è scaturita da uno spunto del redditizio Schnellinger il quale — superato fallosamente Cislenko senza che Lo Bello fermasse il gioco — ha visto Haller lanciato in profondità, libero e lo ha servito con un preciso allungo. Haller si è proteso per raggiungere la palla e con un mirabile equilibrio, la gamba distesa in avanti, l’ha dapprima fermata e poi scagliata in rete. Jascin era stato splendido sino a quel momento, neutralizzando da solo l’evidente superiorità dei tedeschi in fase offensiva: ma il tiro di Haller non consentiva prodezze. Un minuto più tardi si faceva espellere Cislenko. Il campionato del mondo per la nazionale sovietica era ormai finito. In nove uomini e mezzo, un gol al passivo e i tedeschi forti, aggressivi, rudi, non era più possibile coltivare speranze. Jascin si difese splendidamente anche nel secondo tempo. Ma proprio dopo aver compiuto un’esaltante prodezza si lasciò sorprendere da un tiro da lontano del giovane e insidioso mediano tedesco Beckenbauer. S’era infranto anche il suo sogno di concludere con una prova leggendaria la sua trionfale carriera. Il gol segnato da Porkujan a due minuti dalla fine non può essere servito a lenire la sua amarezza.

C’è la mano del vecchio Sepp Herberger in questa massiccia squadra tedesca che, dopo dodici anni, torna ad essere protagonista della finalissima del mondiale. Sepp Herberger è il tecnico che nel 1954 portò il calcio germanico alla sorprendente vittoria di Berna, quando la grande Ungheria, ormai sicura di essere arrivata al titolo mondiale, fu dapprima sorpresa e poi sconvolta dalla vigoria, dall’impeto, dalla forza morale di una squadra che, dopo avere subito due gol nei primi dieci minuti, si scatenò all’attacco, raggiunse il pareggio e vinse. Fu quella la prima occasione in cui — a ragione o a torto non si sa — si parlò della «droga» nel mondo del calcio. Qualche tempo dopo si sviluppò, infatti, tra i calciatori tedeschi una forma quasi epidemica di epatite. Molti giocatori non furono più capaci di tornare al rendimento offerto durante il mondiale. La nazionale tedesca si disgregò. Herberger intanto era invocato. La Germania continuava ad ammirarlo, come da noi si fa con Pozzo: continuavano gli autografi per strada. Ma si avvertiva ormai la necessità di affidare la nazionale tedesca ad un uomo più giovane. E fu lo stesso Herberger a segnalare il nome di un suo allievo: il quarantenne Schoen. Cominciò così la ricostruzione della nazionale germanica. Con il lavoro di Schoen e i consigli di Herberger.

Schoen ha avuto il merito di non infastidirsi mai dell’ombra del «grande vecchio». Ha accettato anche di diventare bersaglio di qualche sarcasmo. Talune vignette lo hanno raffigurato come un bambino in carrozzina, spinto da Herberger in funzione di balia. Non se ne è mai adontato. «Herberger — egli ha sempre detto — è un uomo che ha molta più esperienza di me: perchè dovrei dolermi se mi aiuta?». E quando è giunto il momento di partire per i mondiali è stato Schoen a chiedere che Herberger facesse parte della comitiva ufficiale tedesca. E’ lui a decidere, ma ogni sua decisione nasce da uno scambio di opinioni col vecchio che gli fu maestro. «Abbiamo la fortuna di avere un Herberger — è solito dire — e dovremmo rinunciare ad avvalerci dei suoi consigli. Qui non esistono questioni personali; l’obiettivo è di portare la nazionale tedesca quanto più avanti possibile». E la nazionale tedesca è andata avanti. E’ arrivata alla finalissima. Giocherà sabato a Wembley. A parte le eccessive rudezze, è una squadra ben costruita, nella quale la solidità difensiva viene efficacemente completata da un insidioso gioco di attacco. La matrice comune è la potenza, ma nelle manovre di attacco la massiccia impostazione dei difensori si stempera nella verve di Haller, nella costante pericolosità di Seeler (sovrattutto sui palloni alti), negli inserimenti sempre insidiosi del mediano Beckenbauer. E’ una squadra che non parte battuta, quale che sia la rivale da affrontare a Wembley: l’Inghilterra o il Portogallo. E’ una squadra che può ripetere il trionfo di dodici anni fa.

Gino Palumbo

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