28 luglio 1966 – Violenza e vigore, la differenza c’è

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La televisione ha enormemente giovato alla popolarità del calcio, portandolo in ogni casa. Nelle ultime settimane le attività di ogni Paese sono state subordinate alle trasmissioni dei campionati del mondo, provocando paralisi nel lavoro, sottraendo spettatori al cinematografi ed ai teatri, condizionando gli orari dei pasti, quelli dei riposi, quelli del ricevimenti. Wilson ha dovuto spostare l’ora di un discorso nel quale si annunciavano importantissime decisioni per l’economia britannica. Un tedesco si è impiccato perché non riusciva ad ottenere dal suo apparecchio una efficiente trasmissione delle partite. Tre argentini sono rimasti fulminati per aver tentato di rimuovere l’antenna televisiva nella speranza di ricavarne una più chiara ricezione. Erhard si è interessato della nazionale tedesca che vince. Saragat ha confortato la nazionale italiana, che ha perso.

Da una indagine statistica risulta che nei Paesi direttamente legati alle vicende del «mondiale», più dell’80 per cento delle popolazioni si è interessato all’avvenimento. Nè l’interesse è scaduto quando le squadre locali sono state via via eliminate: oggi in Italia si parla molto più della nazionale inglese e di quella tedesca, che non delle polemiche provocate dal deludente comportamento della nazionale italiana. Si calcola che la finalissima di sabato a Wembley verrà seguita, nel mondo, da 800 milioni di persone.

Le trasmissioni televisive hanno creato un altro problema: la deformazione del giudizio. Coloro che assistono ad una partita di calcio dal «video», stando in poltrona, a migliaia di chilometri dal luogo in cui l’incontro si svolge, estranei all’atmosfera, impossibilitati a «vedere» il gioco nella sua completezza, si fanno di una partita un concetto spesso opposto, o radicalmente diverso, da quello che ne ricava chi alla partita assiste dalle tribune dello stadio. Di uno stesso incontro, comincia ad esservi una doppia interpretazione: quella del telespettatore e quella degli spettatori.

Il calcio ha sempre consentito di essere visto e giudicato in maniera diversa. E’ il suo fascino. Nella sua semplicità consente a chiunque di ritenersi «competente»: lo ricordava nel giorni scorsi, in un divertente articolo, il nostro Mosca. Nelle infinite contraddizioni, consente a tutti di avere ragione. Di una partita si possono dare interpretazioni opposte, e sostenere le tesi contrastanti con argomenti altrettanto validi.

Se fosse uno sport scientifico — come l’atletica leggera — legato inesorabilmente alle leggi dei numeri (i minuti, i metri), non avrebbe riscosso tanta popolarità. Adesso è sopravvenuta la televisione ad accentuare quei contrasti d’opinione, con l’aggravante che, poiché coloro i quali televedono una partita sono in maggioranza nei confronti di coloro che la vedono, fatalmente essi sono indotti a ritenere che le opinioni giuste siano quelle scaturite dal «video».

Accade persino quando la televisione trasmette soltanto un tempo di una partita, oppure solo gli spezzoni delle fasi dei gol. E’ facile immaginare quello che sta accadendo adesso che le partite vengono trasmesse per intero. Ci è capitato di parlare con amici in Italia, dopo l’incontro tra Inghilterra e Portogallo. Noi qui si era entusiasti di taluni esaltanti momenti offerti dalla nazionale inglese, e dell’appassionante drammatico finale di cui erano stati protagonisti i portoghesi. Dall’altro capo del filo, si è subito provveduto a gelare quell’entusiasmo: «Bella partita, dici? Tutt’altro: una partita noiosa, mediocre».

Dopo l’incontro tra Germania e Russia, telefoni per sfogare la tua indignazione contro quella rissa, nella quale il bersaglio non è stato quasi mai il pallone, ma quasi sempre la tibia dell’avversario, e si sono viste più smorfie di dolore che vere lezioni di football e l’amico tuo risponde: «Ma sei matto? Che spettacolo! Questo è il vero calcio».

Dopo di che fai un rapido calcolo tra le poche decine di migliaia di persone che hanno visto una verità, ed i milioni di persone che ne hanno vista un’altra: e ti vien voglia, la prossima volta, di non muoverti di casa, e rimanere seduto in poltrona, davanti ad un televisore, schiavo dell’opinione della maggioranza.

L’accoglienza favorevole riservata dagli appassionati italiani al gioco praticato nel corso dell’incontro GermaniaURSS (motivo di profonda preoccupazione in ogni ambiente calcistico) ha però anche una spiegazione psicologica. E’ una reazione impulsiva e rabbiosa alla fragilità, ai timori, al rammollimento, alla pavidità dei calciatori nostri. E’ stata così avvilente l’esibizione «atletica» degli azzurri, che adesso per contraccolpo gli italiani sono pronti a gridare «bravo» anche a chi per assicurarsi il possesso del pallone dovesse mettere k.o. l’avversario con un diretto al mento, o mandarlo all’ospedale. E’ rimasto così insoddisfatto il desiderio di vedere un giocatore nostro contrastare con vigoria un avversario che oggi chiunque lo faccia, con qualunque mezzo, ci sembra incarnare il giocatore ideale del calcio, il simbolo di una squadra che noi avremmo voluto avere ed invece non possediamo.

Ma la realtà è diversa. C’è una strada di mezzo tra l’imbelle comportamento dei giocatori nostri e quello esasperatamente violento tenuto dai russi e dai tedeschi. Non è calcio il nostro, ma non è calcio neanche quello loro. Il calcio interpretato dagli italiani è salottiero. sembra ricordare i tempi del minuetto, delle parrucche e degli alti colletti ricamati. Ma quello dei tedeschi e dei russi eccede in senso opposto: se si continuasse su quella strada, occorrerebbero per il calcio le stesse bardature che usano i giocatori del foot-ball americano o dell’hockey. E che vi sia una strada di mezzo quella giusta, nella quale il vigore fisico ha la sua importanza, senza però mai sopraffare il gioco, lo hanno dimostrato gli inglesi contro il Portogallo.

I britannici erano fisicamente più forti, e il loro vigore atletico ha avuto il suo peso nella partita, ma la vittoria è arrivata attraverso il gioco, non attraverso la riduzione numerica dell’avversario più fragile. Il vigore fisico deve consentire di essere più forti nei contrasti; deve permettere di affrontare l’avversario senza temerlo; ma non deve essere usato per mutilarne la completezza. L’obiettivo deve essere sempre il gol, non la barella. E in GermaniaRussia i gol sono venuti solo dopo che già era entrata in funzione la barella: Szabò zoppicante all’ala, Cislenko seriamente contuso prima d’essere espulso.

Il corretto comportamento della nazionale britannica, e accompagnato da un gioco di ottima fattura, è servito tuttavia a placare notevolmente le polemiche sulla violenza del calcio moderno, insorte vivacemente dopo l’incontro di Liverpool. Il modo in cui era stata giocata la partita tra Germania e Russia aveva portato a conclusioni amare: in quel calcio, solo i nordici avrebbero potuto trovare posto. Mai una squadra dell’Europa latina o sudamericana, ma neanche i danubiani puri avrebbero potuto coltivare ambizioni, quali potessero essere nel futuro i loro criteri di selezione e di preparazione.

Dopo la vittoria dell’Inghilterra sul Portogallo — con Eusebio fermato e controllato, senza che sorgesse la necessità di «ucciderlo» — si è adesso più propensi a riconoscere la legittimità dei trionfo del calcio nordico, sintetizzato da una finalissima della quale saranno protagonisti inglesi e tedeschi. Ieri a Wembley si è avuta la conferma che la violenza non è un indispensabile complemento del gioco, neanche per le squadre che sono le più fedeli interpreti del calcio atletico. Anche il vigore ha un invalicabile confine: e quel confine difende l’avvenire del calcio.

Chi vincerà? L’interrogativo è appassionante. L’incontro per il terzo e quarto posto, tra Russia e Portogallo, è un platonico appuntamento. L’interesse è già proiettato sulla finalissima. L’Inghilterra è la gran favorita. Gioca in casa. E possiede una manovra collettiva superiore. E’ sempre ammassata, sia quando si difende, sia quando attacca. Si scorgono uomini della prima linea in retroguardia, quando la squadra è costretta a subire l’iniziativa avversaria; si scorgono uomini della retroguardia in prima linea, quando è la squadra inglese ad andare all’offensiva. E’ il gioco che Heriberto Herrera sogna per la sua Juventus. Il limite più evidente si avverte in fase di conclusione: Bobby Charlton è il solo uomo di classe tra coloro che cercano il gol.

La squadra tedesca è più massiccia, più solida, più lenta nell’impostazione della manovra: ma possiede attaccanti più ricchi di estro, più capaci forse degli inglesi d’inventare un gol. C’è Haller. E da metà campo, spesso parte un mediano, Beckenbauer, più pericoloso di un attaccante. L’equilibrio è palese. Che partita! Helmut Haller o Bobby Charlton?

Gino Palumbo

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