30 luglio 1966 – Gladiatori, non artisti

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Scocca l’ora del giganti. Inglesi contro tedeschi. Chi vince è campione del mondo. La selezione è stata durissima. Spietata. In venti giorni di lotta, le squadre legate a un’interpretazione tecnica e raffinata del calcio sono state spazzate via, inesorabilmente. Non ha resistito neanche il Brasile: non è servito neanche Pelè. La nazionale italiana è naufragata miseramente. Le squadre sudamericane più efficienti — Argentina e Uruguay — non sono andate al di là dei quarti di finale. A stento, delle squadre latine s’è salvato il Portogallo in virtù dei gol di Eusebio; ma s’è dovuto fermare al terzo posto.

La forza ha sopraffatto la tecnica: chiunque vinca tra Inghilterra e Germania non altererà la nuova fisionomia del calcio. L’interpretazione ha una comune matrice nel vigore atletico. Non ci si domanda neanche se gli inglesi e i tedeschi possano essere stanchi per lo sforzo cui sono stati sottoposti: sei partite in venti giorni, tre nell’ultima settimana. Ma chi osa sospettare che i muscoli dei gladiatori del calcio moderno siano esposti al rischio della usura? Raramente una finale del campionato del mondo ha sintetizzato con altrettanta efficacia — nelle caratteristiche del suoi protagonisti — il filo conduttore del torneo e il motivo dominante del momento calcistico.

La regina Elisabetta torna a Wembley. Venti giorni fa conferì un tono solenne alla cerimonia mondiale del campionato. Ma quando terminò la partita, alcuni giocatori inglesi — innervositi e delusi per il pareggio con l’Uruguay — dimenticarono persino di salutarla. L’ambiente del calcio britannico visse momenti d’apprensione. Anche stavolta, in casa propria, l’Inghilterra avrebbe dovuto adattarsi a fare da comparsa nella rassegna d’uno sport al quale ha dato origine e di cui s’è sempre ritenuta maestra?

Nel generale pessimismo, solamente Ramsey, il tecnico britannico. proclamò la sua inalterata fiducia. «Con questa squadra —- egli disse — vinceremo il titolo mondiale». Poche ore dopo, a Sunderland, sconfitto il Cile, gli italiani — e persino Fabbri — intentavano il processo alla loro squadra, mediocre ma vittoriosa, contribuendo a demolirne il già fragile morale. Spesso il successo premia anche chi più caparbiamente lo cerca.

La nazionale inglese non ha percorso con passo agevole la strada che l’ha condotta alla finalissima del campionato del mondo. Rivoluzionata nel suoi schemi di gioco, la squadra britannica ha stentato a trovare il giusto passo. Il calcio inglese ha contato sempre sull’apporto di ali poderose e di possenti centrattacchi serviti con lunghi traversoni. Adesso Ramsey ha abolito le ali e al centrattacco ha affidato i compiti che nella grande Ungheria assolveva Hidekguti e nei Real ricopriva Di Stefano. La manovra, allora interpretata con incessanti lanci, viene adesso realizzata con un fitto palleggio collettivo, del tutto rivoluzionario nelle tradizioni antiche del football inglese.

Gli scompensi, quindi, erano inevitabili allorché la squadra si fosse trovata ad affrontare impegni risolutivi. Ed è innegabile che, nel periodo più delicato per la nazionale inglese, siano sopravvenuti in suo aiuto quel favoritismi che sempre agevolano i «padroni di casa».

Vi sono state le compiacenze arbitrali. Alla squadra inglese è stato consentito di giocare tutte le partite sullo stesso campo, senza doversi assoggettare al disagio di un trasferimento anche brevissimo. La nazionale britannica è stata quella che ha usufruito dei più lunghi periodi di riposo fra un incontro e l’altro. Però nel momento in cui il moltiplicarsi dei trattamenti preferenziali stava ormai superando ogni limite sopportabile, e l’opinione pubblica di tutto il mondo cominciava a dare manifesti segni d’irritazione, la squadra inglese s’è improvvisamente ritrovata: e anche contro il Portogallo ha fornito un esemplare dimostrazione di gioco, interpretando un’esibizione di alto livello e contribuendo a dissipare — con la sua lodevole condotta — le molteplici perplessità affiorate sull’avvenire del calcio dopo la violenta rissa tra russi e tedeschi a Liverpool. Contro i portoghesi la nazionale britannica ha dunque reso legittimo il suo diritto a trovare un posto nella finalissima di Wembley.

E’ la prima volta che gli inglesi arrivano così vicini al titolo mondiale. Nel passato, per lungo tempo, trascurarono di dargli importanza: si ritenevano troppo superiori agli altri per accettare di scendere in competizione, e si accontentarono di sfidare le squadre vittoriose, per immancabilmente batterle.

Quando però, dopo la conclusione della seconda guerra mondiale, venne abbandonata in ogni campo la politica dell’isolazionismo, gli inglesi si resero concretamente conto delle difficoltà e dei rischi che comporta una competizione mondiale dal meccanismo tanto spietato. Nel 1950, alla loro prima apparizione, vennero ridicolizzati dagli Stati Uniti, al cui cospetto in campo calcistico la Corea vale «il resto del mondo». Nei tornei successivi non arrivarono al di là delle semifinali. E’ questa, dunque, la prima volta in cui gli inglesi possono finalmente soddisfare il loro desiderio di vedere ufficialmente riconosciuti i diritti a un ruolo di preminenza in quel calcio che essi hanno insegnato al mondo. Una delusione provocherebbe cocente amarezza.

I tedeschi hanno invece già conosciuto l’ebbrezza del titolo mondiale. Lo conquistarono dodici anni fa a Berna, in una sorprendente finale, allorché la leggendaria squadra ungherese — che aveva dominato il calcio mondiale per quattro anni ed era stata l’indiscussa protagonista del torneo — dopo aver segnato due gol nei primi dieci minuti, si lasciò sorprendere dall’impetuosa riscossa della squadra germanica. Sorsero allora i primi sospetti di doping. nel mondo del calcio: e forse furono sospetti fondati. Ma nessuna pillola può imprimere vigore a una squadra se tra le sue peculiari caratteristiche non trovano posto il coraggio, la volontà e l’orgoglio.

La nazionale tedesca, vittoriosa ne! 1954, non durò a lungo. Era stata la protagonista di una impresa, non di un’epoca. Ma da quel giorno, il proponimento tenace dei tedeschi fu di costruire una squadra che potesse imitarla. E per raggiungere l’intento, ebbe inizio un profondo lavoro di organizzazione del football in Germania, secondo gli schemi professionistici italiani, ma con la serietà tipica ed esemplare che i tedeschi pongono nell’ affrontare ogni problema. Dai primi frutti di quel lavoro è scaturita la nazionale che contende agli inglesi il titolo mondiale: una squadra nella quale la tradizionale solidità del calcio tedesco — talvolta «forte» anche al di là del lecito — s’integra con la fantasia e la verve di una valida rappresentanza di uomini di classe. Questa nazionale tedesca, se riuscirà a giungere al titolo mondiale, vorrà essere non più soltanto la protagonista di un’impresa, ma intende dare la sua impronta a una epoca.

Unite dalla comune matrice del vigore atletico e della forza, la squadra inglese e quella tedesca potrebbero sembrare eguali nelle caratteristiche del gioco. Anche le cifre, esigue, dei gol subiti indurrebbero a crederlo: il portiere inglese è stato battuto solo una volta, su calcio di rigore, da Eusebio; quello tedesco appena due volte. Nonostante le affinità difensive, esistono invece radicali differenze nella fisionomia tecnico-tattica delle due squadre.

La Germania adotta un rigoroso «catenaccio». Schulz è Picchi; Weber è Guarneri. E non c’è neanche Facchetti che avanza: i terzini tedeschi restano, in genere, fedeli alle posizioni di partenza. Il movimento viene creato attraverso l’incessante andirivieni degli uomini di centrocampo; le esigenze offensive vengono assolte attraverso la capacità risolutiva degli uomini più avanzati — Haller per la sua inventiva; Seeler per una pericolosità nel gioco di testa sorprendente; in un giocatore di così piccola statura; Emmerich per la potenza di tiro con cui colma le lacune d’indole tecnica — al quali, allorché gli consentono di sganciarsi, si aggiunge il laterale Beckenbauer che predilige le lunghe distanze per piazzare, di sorpresa, il suo tiro insidioso.

Sul piano degli uomini di classe, l’Inghilterra non può sostenere il confronto. La nazionale inglese dispone di un solo giocatore di eccezionale capacità: Bobby Charlton, che con il suo dinamismo rappresenta la verticale lungo la quale si sviluppa il gioco, in fase difensiva, in fase di disimpegno, in fase di attacco. E Bobby Charlton — mancando Greaves, come sembra — è anche il solo uomo-gol della rappresentativa britannica, priva di altri risolutori di buona classe, e spesso affidata in prima linea a due giocatori, come Hunt e Hurst, pressoché simili nel fisico e sinora anche nella mediocrità.

A quale sorte, dunque, la squadra inglese sarebbe destinata, se i tedeschi riuscissero a ingabbiare Charlton e a stroncarlo, attraverso un marcamento radicalmente diverso, nella forma e nella sostanza, da quello di cui poteva essere capace Coluna? In compenso la nazionale inglese è più compatta come squadra. La sua manovra è sempre interpretata collettivamente. Anche le ali sono difensori. Anche i terzini sono attaccanti. Il gioco si sviluppa attraverso un movimento ininterrotto. che consente agli inglesi di assumere spesso l’iniziativa in entrambe le situazioni, sia in difesa (dove sono fortissimi) che all’attacco (dove sono mediocri).

Ma la partita sarà davvero decisa dalle caratteristiche tecnico-tattiche delle due squadre, o interverranno a risolverla altri fattori, emotivi e psicologici? La Germania appare più forte. Ma l’Inghilterra, a Wembley. in cento anni ha perduto solo tre volte. E i tedeschi non sono mal riusciti a battere gli inglesi, nel football. Possono riuscirvi proprio ora che i britannici giocano la partita più importante della loro storia?

La platea sarà di oltre cinquecento milioni di persone, in ogni parte del mondo. Un quarto dell’umanità.

Gino Palumbo

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