9 luglio 1966 – Gli inglesi e il calcio

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Quando il 23 ottobre del 1863 i rappresentanti di 11 clubs britannici si riunirono nella Freemason’s Tavern, il mondo non conosceva ancora il football. E soltanto da pochi anni l’impertinenza di uno studente — il quale si era impossessato del pallone e se l’era stretto sotto il braccio, oltrepassando così la porta dopo una lunga fuga — aveva indotto ad abolire l’uso delle mani, creando una netta distinzione con il rugby, il nuovo gioco nato da quello scherzo. Furono dunque gli inglesi ad allevare il calcio; e poi a diffonderlo anche oltre i confini.

La prima partita internazionale di cui è rimasta traccia è un incontro tra Inghilterra e Scozia, giocato nel 1870. Vi partecipò anche un personaggio dell’aristocrazia britannica, lord Kinnaird, famoso per essere stato tra i precursori del gioco duro. Si racconta che la moglie — preoccupata per la sua incolumità — gli avesse più volte consigliato di rinunciare a un passatempo così rude e pericoloso. Ma un amico la rassicurò: «Stia tranquilla, signora: se lei sentirà parlare di una tibia fratturata, non sarà mai quella di suo marito». Nacquero i primi idoli. Gli inglesi hanno dato sempre maggior valore al gioco collettivo che non alle qualità fantasiose dei singoli calciatori: ma in quell’epoca suscitò illimitata ammirazione un tale Vidal, il quale in tre partite consecutive ripetè sempre lo stesso gol, con azione solitaria, partendo dalla metà campo, al calcio di inizio, e scartando tutti gli avversari, portiere compreso.

Dall’Inghilterra il calcio si diffuse. Ma non si trattò di un’azione preordinata e organizzata. Gli inglesi portarono il calcio nel mondo attraverso i loro frequenti viaggi. Nelle città di porto, lo diffusero i marinai; altrove i colonizzatori, oppure gli impiegati delle ditte britanniche sparse in ogni continente. Anche in Italia molti clubs nacquero per iniziativa degli inglesi, e con rapporto di numerosi giocatori britannici. Il gioco fu accolto con largo favore, ovunque: e divenne in breve, quasi dappertutto, lo sport più popolare. Il fenomeno di crescita del football dura tuttora. Alla fase finale dei «mondiali» che stanno per cominciare, partecipa la Corea del Nord; alle fasi eliminatorie hanno preso parte financo la Giamaica e la rappresentativa del Costarica; vi sarebbero stati rappresentati anche il Ghana e molti Paesi africani se non fosse intervenuto un dissidio con l’ente che presiede all’attività calcistica nel mondo. Si calcola che i «mondiali» saranno visti da 400 milioni di spettatori in 36 Paesi, di cui 23 europei. 4 africani, 7 dell’America del Sud, il Messico e gli Stati Uniti via satellite. Dove non arriverà la televisione, arriverà la radio.

Il rapido diffondersi del calcio ha molteplici spiegazioni. E’ semplice nelle regole; si adatta ad ogni caratteristica fisica e ad ogni temperamento; non esistono limiti razziali che possano precludere il successo a chi lo tenta. Chi non è vigoroso, può sopperire con la tecnica; vi sono stati ottimi giocatori molto alti ed altrettanto bravi molto bassi; c’è chi gioca bene pur sapendo calciare con un solo piede, spesso solo il destro, talvolta perfino solo il sinistro. Possiede poi il fascino della imprevedibilità. E’ uno del pochi sport in cui chi è più bravo non è sempre sicuro di poter vincere. Da anni ci si sforza di ridurre il football a freddi schemi, ma il gioco si ribella; e spesso si affida al caso per risolvere anche i confronti più importanti. Tra un tiro che manda il pallone contro la traversa ed un altro che invece «infila» il pallone giusto sotto l’incrocio dei pali, c’è in partenza — al momento in cui il pallone viene calciato — la differenza di qualche millimetro sul cuoio della scarpa, un po’ più su, o un po’ più giù; un po’ più a destra, o un po’ più a sinistra. E spesso un gol, proprio quel gol fortuitamente ottenuto, basta a decidere una partita. Nel calcio manca sempre la sicurezza nella previsione: è questo il suo maggior fascino.

Gli inglesi, che pur lo hanno inventato, ne hanno fatto la esperienza più amara. Si era a Belo Horizonte, in Brasile, nel 1950. Per la prima volta l’Inghilterra aveva aderito a partecipare ai campionati del mondo, inaugurati vent’anni prima con una edizione organizzata dall’Uruguay. I britannici si erano rifiutati di prendervi parte. Ed il rifiuto era stato presuntuoso ed irritante. Agli inglesi aveva dato fastidio che il calcio si fosse diffuso rapidamente e che altri Paesi avessero l’ardire di mettersi in competizione con loro, che se ne consideravano i maestri. L’organizzazione del campionati del mondo — cioè una iniziativa con la quale si disconosceva esplicitamente la superiorità britannica, e si affidava ad una competizione il compito di stabilire i valori gerarchici nel calcio — fu quindi ritenuta offensiva. La nazionale britannica non partecipò ai mondiali del ’30, nè a quelli del ’34, nè a quelli del ’38. Però ogni volta, a «mondiali» conclusi, trovò il modo di sfidare la squadra vittoriosa: e poiché in quelle circostanze non venne mai battuta — l’Italia ha conquistato due titoli mondiali, ma non è mai riuscita a sconfiggere gli inglesi — il mito della sua supremazia restò intatto. Sicché quando nel 1950, essendo ormai anacronistica anche sotto il profilo politico ogni forma di isolazionismo, l’Inghilterra decise di presentarsi finalmente alla rassegna mondiale, l’opinione generale fu che la squadra britannica avrebbe facilmente trionfato. Invece, nel girone eliminatorio, venne subito sconfitta da una squadra turistica degli Stati Uniti, in una partita che rappresenta tuttora l’episodio più clamoroso avvenuto nella storia del calcio e l’esempio palese della imprevedibilità del football.

La differenza di valore fra il calcio dei due Paesi è ancora oggi abissale: proprio nel giorni scorsi, i dirigenti americani hanno deciso di ingaggiare cento calciatori professionisti inglesi di seconda categoria, ed anche attempatelli!, per poter organizzare un decente campionato negli Stati Uniti. E’ facile quindi immaginare quale fosse la differenza fra il calcio statunitense e quello inglese sedici anni fa. E non vi è neanche da supporre che gli inglesi — almeno per quanto riguarda la formazione — avessero snobbato i loro avventurosi avversari: lo schieramento britannico, in quella occasione, comprendeva fra gli altri il portiere Williams, l’attuale commissario tecnico della nazionale Ramsey, Wright, Finney, Hughes e Mortensen.

Il paradossale risultato parve quasi una vendetta del calcio, il quale si prese beffa di coloro che — per averlo inventato — avevano ritenuto per decine e decine d’anni di doverne essere considerati gli unici depositari. E cominciò per il foot-ball inglese — sconcertato dall’inatteso verdetto di Belo Horizonte — una affannosa disperata rincorsa alla ricerca di quelle competizioni e di quel titoli che per anni aveva sdegnosamente ignorato. Ma il calcio non ha ancora perdonato gli inglesi. Fino ai mondiali del 1962 non sono mai andati al di là delle semifinali. Essi posseggono giocatori di eccellente qualità; i clubs si avvalgono di una esemplare struttura organizzativa: ci sono squadre capaci di interpretare spettacoli di alto livello agonistico e tecnico. Tuttavia non c’è ancora nella storia del calcio inglese un titolo di cui i britannici possano andare fieri. La disperata rincorsa continua.

Per capire il clima del campionato del mondo che sta per cominciare, occorre innanzitutto rendersi conto di ciò che esso significhi per gli inglesi che lo organizzano e lo ospitano. Il calcio è una creatura loro; ma sinora gli ha negato ogni soddisfazione.

Gino Palumbo

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