4 luglio 1966 – Gli Azzurri verso i Mondiali

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Quando nel 1962 il presidente della federcalcio Pasquale annunciò una serie di drastici provvedimenti per la riorganizzazione della nazionale azzurra — abolizione delle commissioni, troppo numerose e caotiche; designazione di un commissario unico da mantenere in carica per quattro anni, indipendentemente dai risultati; esclusione degli oriundi dalla rappresentativa nazionale per una migliore valorizzazione del vivaio italiano — molti plaudirono, ma tutti ritennero che l’intervento federale fosse stato consigliato da un’esigenza demagogica, nell’intento di placare le furibonde polemiche divampate dopo la malinconica e fallimentare spedizione in Cile: dopo un po’, sarebbe stato tutto dimenticato.

In quell’epoca l’opinione pubblica era indignata con l’organizzazione calcistica italiana. Nei quattro anni intercorsi tra i «mondiali» del ’58 e quelli del ’62 si erano avvicendati alla guida della nazionale azzurra sei tra commissari e foltissime commissioni. I giornali avevano riportato clamorose rivelazioni di taluni giocatori, testimoni (non visti) di paradossali riunioni notturne durante le quali elementi estranei all’apparato tecnico ufficiale avevano suggerito o imposto le formazioni ad essi più gradite. Era ancora scottante il ricordo del penoso viaggio di trasferimento della nazionale azzurra da Roma a Santiago. Durante ogni scalo, in Sudamerica, gli oriundi erano stati sottoposti a martellanti polemici interrogatori: «Ci dica. Altafini, cosa avvertirà se dovrà incontrare il Brasile, con il quale è diventato campione del mondo? E lei, Sivori, come si troverà a giocare contro la squadra del suo Paese?». Anche Maschio, anche Sormani furono tormentati.

Pasquale, abile dirigente, intuì che la sua permanenza alla guida della federazione era subordinata ad un deciso intervento. In realtà era lui, nella qualità di presidente federale, il maggior responsabile del caos in cui era caduta l’organizzazione calcistica italiana. Lui aveva tentato di compiacere troppa gente disgregando l’ambiente della nazionale con frequenti «cambi di guardia»; lui aveva messo alla guida della squadra azzurra una commissione debole, inevitabilmente esposta al compromesso; lui — stimolato dall’ambizione di raggiungere «comunque» un’affermazione — aveva consentito l’indiscriminato uso degli oriundi nella rappresentativa nazionale. S’udivano già sinistri scricchiolii, quando Pasquale avanzò imperiosamente alla ribalta, dettando il programma di riorganizzazione.

L’iniziativa venne accolta con molta diffidenza. Altre volte dal più alto seggio federale erano stati emanati solenni editti, poi disinvoltamente trascurati o contraddetti. «Vedrete — si profetizzò — quanti commissari tecnici cambieranno da oggi sino ai mondiali di Londra: alla prima sconfitta, vi sarà il repulisti, com’è sempre accaduto; sarà la federazione stessa ad ordinarlo per trovare un capro espiatorio che le impedisca di essere coinvolta nelle critiche. E se andremo ai mondiali, il commissario tecnico dell’epoca (chiunque egli sia) non rinuncerà di certo all’impiego di un Sivori e di un Altafini».

Stavolta, invece, Pasquale ha mantenuto la parola. La nazionale azzurra parte oggi per l’avventura dei «mondiali» contando su ventidue giocatori di purissima scuola italiana: si è rinunciato, per coerenza, anche a Sormani che pur non aveva mai militato nella nazionale brasiliana. E alla guida della squadra azzurra, c’è ancora Edmondo Fabbri, il tecnico di provincia, che la Federcalcio chiamò alla guida della nazionale quattro anni fa, e ha sempre caparbiamente difeso, affinchè il programma allora emanato fosse rigorosamente rispettato. Nel momento in cui la nazionale parte per raggiungere l’Inghilterra, ove si radunerà l’aristocrazia del calcio mondiale — nella quale essa è entrata vincendo uno dei gironi eliminatori più difficili — è doveroso puntualizzare e sottolineare l’azione coerente e ferma che la Federcalcio ha svolto in favore della squadra nazionale, riparandola dalle insidie di un ambiente irrequieto, volubile, non sempre sereno ed obiettivo, scosso da violente polemiche, spesso turbato da faziosi interessi. Adesso anche i clamorosi errori commessi dal 1950 in poi, attraverso Belfast sino al Cile, appaiono sotto una luce diversa: forse hanno rappresentato un inevitabile prezzo pagato alle inesperienze e ai turbamenti del dopoguerra, e sono serviti ad introdurre finalmente criteri di serietà in un ambiente che di quell’espressione aveva dimenticato il significato. Quando verrà il momento di fare il «punto» sul nostro calcio in rapporto ai valori mondiali, sarà bene ricordare che in suo favore si è cominciato a lavorare con concreti intenti soltanto quattro anni fa: quando Pasquale ha avuto il merito di capire che ogni altro errore, ed ogni altro cedimento, sarebbero stati fatali.

La fedeltà del presidente Pasquale ad un programma coerente ha giovato anche al lavoro di Fabbri. Nessun commissario tecnico, dal dopoguerra, ha goduto in Italia di un così costante e concreto appoggio. La nazionale italiana non aveva ancora conquistato la qualificazione per i «mondiali», che già la federazione rinnovò la sua fiducia al tecnico garantendogli un altro contratto quadriennale. Si volle così consolidare la posizione del commissario unico di fronte alle inevitabili polemiche; si volle rafforzare il suo prestigio nei confronti dei giocatori; si volle ribadire il definitivo rifiuto di ogni improvvisazione in favore di una linea programmatica consapevolmente scelta.

La designazione di Fabbri a commissario unico aveva provocato notevoli perplessità. Era un tecnico di provincia. Non possedeva esperienza internazionale. Non godeva di gran prestigio nell’ambiente. Pasquale rispose che la federazione non avrebbe potuto porsi in concorrenza con le grandi società per strappar loro, con regali ingaggi, i tecnici di cui disponevano; e dichiarò di non esser più disposto a usare allenatori in comproprietà. «Formeremo una nazionale ed anche un commissario unico — disse Pasquale —. Matureranno insieme. Quanto all’esperienza internazionale se la farà».

Fabbri non ha deluso le speranze della federazione. E’ ambizioso, convinto delle proprie idee, caparbio ed anche coraggioso nell’applicarle. La sua azione si è sviluppata secondo due direttrici: scegliere per la squadra un gioco più adatto agli impegni internazionali, e creare un ferreo spirito di corpo tra i giocatori. Per riuscire nel duplice intento è dovuto arrivare anche a decisioni sconcertanti o discusse; talvolta — sottoposto a violente pressioni esterne, come per il tandem CorsoRivera — ha preferito accontentare formalmente i suoi oppositori, con l’intento però di dimostrar loro d’essere in torto.

La scelta del gioco ha provocato le polemiche più aspre, in quanto e andata ad accentuare una frattura già profonda nel mondo calcistico italiano. Nel nostro Paese le esasperazioni del difensivismo avevano snaturato taluni concetti fondamentali del calcio. Si schieravano alle ali giocatori di reparti arretrati; si multavano i laterali, e talvolta anche le mezzeali, che superavano la metà campo: si concepiva ormai il calcio soltanto in senso distruttivo. Fabbri si rese conto che tali formule di gioco sarebbero state inattuabili in campo internazionale; nessuna squadra italiana di club riesce infatti a prevalervi, e l’Inter — che rappresenta l’unica eccezione — supera le lacune con i lunghi rilanci di un Suarez di cui la nazionale non può disporre, e di cui nel nostro calcio non esiste «copia». Il commissario tecnico quindi decise di ottenere dalla nazionale un gioco diverso. E cominciò a percorrere una strada tutta sua. Inventò il tandem RosatoSalvadore, affidando ai due giocatori compiti diversi da quelli sostenuti nelle rispettive squadre di club. Lavorò intensamente per colmare con Mazzola la lacuna di un autentico centravanti di ruolo. Scelse Bulgarelli, allora molto discusso, per fame il perno della squadra. Attuò una manovra offensiva più affollata che consentisse lo sfruttamento delle qualità migliori di Rivera (poi gli è venuto però a mancare Mora, che di quel meccanismo rappresentava l’uomo cardine). Si pronunciò decisamente per un attacco che avesse sempre due ali di ruolo: e la sola volta in cui, negli ultimi tempi, vi ha rinunciato, a Glasgow, è puntualmente arrivata la sconfitta. Se sarà una squadra forte o debole lo diranno i «mondiali»; è però indubbio che Fabbri abbia tenacemente tentato di costruire una squadra.

Il secondo intento è stato quello di legare gli uomini attraverso un saldo spirito di corpo. E qui Fabbri ha avuto buon gioco proprio in virtù dell’intensità e della violenza delle critiche che venivano rivolte al suo lavoro e alla squadra ch’egli stava preparando. Più tempestavano gli oppositori, più lui e i suoi uomini si stringevano dappresso per difendersi. Più si sosteneva che Mazzola non era un centravanti, più l’interista — toccato nel suo orgoglio — s’impegnava per contraddire i suoi critici; e cresceva la sua gratitudine nei confronti di Fabbri che lo sosteneva. Più avversavano Salvadore, più Salvadore — che Heriberto minacciava spesso di lasciar fuori squadra — si legava a Fabbri che gli garantiva la carriera. Più discutevano Bulgarelli, più il bolognese s’affezionava a Fabbri che riponeva fiducia in lui. E così per Rivera. E’ nato, silenziosamente, un patto di reciproca fedeltà: proprio quello «spirito di corpo» cui Fabbri tendeva, e per il quale ha finito col sacrificare anche giocatori come Sarti e Corso.

Basterà tutto questo — la serietà con cui è stato realizzato il programma, gli accettabili criteri tattici del gioco, la saldezza morale della squadra — a garantire un positivo risultato agonistico? E’ un interrogativo senza risposta. Da questo momento tutto diventa occasionale: una partita può essere vinta o perduta, per un complesso di circostanze anche banali o inspiegabili. E in un torneo impostato su una così rapida eliminazione, basta una sconfitta a distruggere un lavoro di quattro anni. La nazionale azzurra si porta peraltro appresso talune perplessità: non ha ancora trovato la soluzione migliore al problema dell’ala destra (dove nel gioco collettivo Perani si lascia preferire al fantasioso Meroni); non si è mai trovata a dover rimontare un gol di svantaggio; ha spesso mostrato disagio lontana dai campi di casa; non ha mai sostenuto impegni così logoranti nel mese di luglio; s’ignora come potrà reagire al clima «infernale» dei «mondiali».

Queste risposte verranno dall’Inghilterra: e ad esse son condizionate le nostre speranze. Tuttavia, nel momento in cui la nazionale parte per l’avventura dei «mondiali», è doveroso sottolineare che — indipendentemente dalle inevitabili polemiche che ha provocato e dagli errori che sono stati compiuti — il lavoro di preparazione è stato condotto con inconsueta serietà. Rispetto al passato, è già un bilancio positivo.

Gino Palumbo

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