L’ultima corsa di Ludo Coeck

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Nell’ottobre del 1985 a seguito dei gravi traumi successivi ad un incidente stradale in Belgio muore Ludo Coeck. Il centrocampista aveva militato nell’Inter 1983-84 di Luigi Radice. Falcidiato da una catena di infortuni collezionò solo una quindicina di presenze


Fino a 26 anni, aveva tutto ciò che un giovane innamorato del pallone potesse desiderare: bello, famoso, ricco, amato e invidiato, un fuoriclasse lanciato in campo internazionale e con una lunga carriera in una squadra vincente, una specie di Juventus belga: l’Anderlecht, collezionista di scudetti e di coppe europee accanto a giocatori quali Van der Elst , Haan, Rensenbrink, Vercauterern e Van Himst. Nell’estate del 1983 Ludo Coeck accetta di venire In Italia, all’Inter, e da allora si trasforma d’improvviso in uno degli atleti più sfortunati che la storia del calcio ricordi. Ma nessuna sfortuna sportiva è paragonabile neppure lontanamente alla sciagura che lo porterà via ad appena 30 anni il 9 ottobre 1985.

Quella sera Ludo Coeck viaggia con la sua auto sull’autostrada Bruxelles-Anversa dopo aver partecipato al programma televisivo «Extratime», durante il quale aveva parlato soprattutto dei suoi guai fisici e delle speranze di poter tornare a giocare al più presto. Giunto all’altezza della cittadina di Rumst, forse a causa, dell’asfalto viscido, rimane coinvolto in un incidente con un’altra auto ed un camion. La sua vettura va ad infrangersi contro il guard-rail. Le condizioni di Ludo appaiono subito disperate: non dà più segni di vita.

Riporta un trauma cranico, un’emorragia cerebrale, lo spappolamento del fegato, numerose altre fratture. Troppo, anche per il corpo di un atleta. Viene sottoposto ad un disperato intervento chirurgico, ma poche ore dopo l’incidente i medici lo dichiarano “clinicamente morto”. Coeck veniva da due anni bruttissimi: un matrimonio fallito alle spalle e una serie impressionante di infortuni per quello che era considerato uno dei migliori giocatori europei.

Coeck era nato a Berchem, un sobborgo di Anversa, il 25 settembre 1955. Nell’ottobre del 1972, a soli 17 anni appena compiuti, gioca la sua prima partita nelle file dell’Anderiecht, con cui in seguito conquistaterà la bellezza di tre scudetti, cinque coppe del Belgio, due Coppe delle Coppe, una Coppa Uefa e una Supercoppa. Nato come centravanti, diventa un mediano splendido, forte nel contrasto, saggio nell’impostazione del gioco, pericoloso nel tiro (aveva letteralmente la dinamite nel piede sinistro). Secondo agli Europei del 1980 con il Belgio di Guy Thys, ai mondiali di Spagna del 1982 tutto il mondo si accorge di lui: nella partita inaugurale ruba la scena nientemeno che a Maradona, annullandolo nel confronto diretto e contribuendo alla vittoria (1-0) del Belgio oltre a segnare una splendida rete da 40 metri con El Salvador.

La svolta (negativa, purtroppo) col passaggio all’ Inter. Doveva andare al Milan. Lo avevano visto Castagner e il vicepresidente Nardi, avevano parlato con lui, raggiunto un accordo di massima. Arriva all’Inter al posto di Falcao, già comprato da Mazzola (bisognava solo depositare il contratto in Lega) ma rifiutato da Fraizzoli dopo una telefonata di Viola. Uno stiramento muscolare a Livorno, in amichevole; una distorsione alla caviglia a Parma, in Coppa Italia; una botta al costato ad Udine, in campionato; un infortunio alla caviglia sinistra il 9 novembre 1983, a Berna, durante Svizzera-Belgio, qualificazioni europee. Quell’anno Coeck riesce a giocare con l’Inter solo quindici partite, senza lo straccio di un gol.

Coeck viene ceduto all’Ascoli per la stagione 1983/84 ma con i bianconer di Rozzi non scenderà mai in campo. La società marchigiana ha infatti inserito una clausola nel contratto; portà “restituirlo” se non risultaterà perfettamente sano. Gli riscontrano una malformazione all’anca. Torna in Belgio. Si fa operare ancora, il sesto intervento (tra ginocchio, caviglia e piede) della sua carriera. Ora si sente guarito, ha offerte da società belghe e olandesi, telefona all’amico Beltrami, chiedendogli di sistemarlo da qualche parte. Essendo uno straniero in soprannumero, l’Inter nel frattempo ha scelto Brady e Rummenigge e Coeck si trovava nella situazione di Juary, ceduto al Porto, e di Muller, passato all’ Innsbruck. Poi la tragedia.

Eppure, proprio l’uomo Coeck era ancora tutto da scoprire, una mosca bianca nel panorama calcistico italiano: un ragazzo gentile e intelligente, padrone di cinque o sei lingue, capace di considerare il calcio come una parentesi umana da vivere con un saggio equilibrio di ironia e professionalità. Il dopo calcio non sarebbe stato un problema per lui. E invece una Bmw impazzita sull’autostrada Bruxelles-Anversa gli negherà la possibilità di farsi largo nella vita anche senza il pallone.