Luigi Necco: molto più di un semplice guitto

Non solo 90 minuto: il giornalista napoletano nasconde in realtà una vita ricca di episodi drammatici e passioni inaspettate.

Ammettiamolo, quando pensiamo a Luigi Necco, la prima immagine che ci viene in mente è quella del famoso giornalista sportivo napoletano che commentava le partite del Napoli su “90°minuto”, spesso circondato da una folla di scugnizzi che lo osannavano. Con i suoi atteggiamenti da “guappo calcistico” e le battute irriverenti, Necco è diventato un’icona popolare nel mondo del calcio italiano. Eppure, la sua storia personale è molto più ricca e avvincente di quanto si potrebbe immaginare.

Dietro quella maschera da “giornalista-tifoso” si cela un uomo dalle mille sfaccettature, la cui vita si è intrecciata con episodi drammatici legati alla cronaca nera e alle sue passioni per l’archeologia. Un personaggio controverso, che ha sfidato le convenzioni e ha dimostrato di essere molto più di un semplice “guitto“.

Nato a Napoli l’8 maggio del 1934, la sua carriera giornalistica inizia sul Corriere di Napoli, ma è con l’ingresso in Rai nel 1978 che Necco raggiunge la notorietà nazionale. Per quindici anni, dal 1978 al 1993, è il telecronista di punta di “90°minuto“, prima da Avellino e poi da Napoli. Ed è proprio ad Avellino che si verifica il primo, inquietante episodio che dovrebbe mettere in guardia chiunque dal sottovalutare Necco.

Nell’ottobre 1980, durante il processo per camorra che vede imputato Raffaele Cutolo, il presidente dell’Avellino Calcio Antonio Sibilia si reca insieme al brasiliano Juary a un’udienza e saluta il boss con tre baci sulla guancia, presentandogli il calciatore che gli dona una medaglia d’oro con dedica. Un gesto scioccante, che Sibilia giustifica come una “decisione del consiglio di amministrazione” per compiacere il “supertifoso” Cutolo.

Necco, che in quel periodo sta curando una serie di servizi sul terremoto e la camorra ad Avellino, riporta la notizia e ipotizza che lo stesso Avellino Calcio si regga finanziariamente grazie ai proventi di affari poco puliti legati al riciclaggio di denaro sporco. Una mossa coraggiosa, che però attira l’ira della camorra.

Nonostante Cutolo cerchi inizialmente di proteggerlo, il luogotenente Enzo Casillo, detto “O’Nirone“, non gradisce affatto le insinuazioni di Necco. Così, alla vigilia di Avellino-Cesena nel novembre 1981, manda tre sgherri ad aspettarlo fuori dal ristorante dell’Hotel Cinzia a Mercogliano, dove Necco pranza prima di ogni partita, e lo fa gambizzare. Un avvertimento inquietante, accompagnato da una scritta sulla sua macchina: “Non fare il criticone. Stai attento ai commenti che fai“.

Eppure, Necco non si lascia intimidire. Ristabilitosi dall’attentato, mantiene il suo posto ad Avellino per altre due stagioni, prima di passare alla sede di Napoli. E qui, al San Paolo, dove non c’era nemmeno una cabina per la diretta, Necco inventa una soluzione geniale: sale sul gradone più alto dello stadio e prova a trasmettere da lì, attirando l’attenzione di una folla di ragazzotti che lo seguono. Invece di cacciarli, Necco li invita a restare, intuendo che la loro presenza renderà la sua telecronaca più autentica. Un gesto che gli viene ricambiato quando, durante una vittoria per 7-1, perde il filo della sequenza dei gol e sono proprio gli “scugnizzi” a suggerirgli il marcatore: “Era Savoldi, era Savoldi!“.

Con l’arrivo di Maradona a Napoli, la presenza di Necco in onda cresce ulteriormente. Sono gli anni del duello-scudetto tra Milan e Napoli, e il tifo spesso prende il sopravvento sulle telecronache. In un’occasione, dopo una vittoria per 3-0 degli azzurri, Necco chiosa il celeberrimo: “Napoli chiama e Milano non risponde“, mostrando tre dita alla telecamera. Un gesto provocatorio che non passa inosservato, e la domenica successiva Gianni Vasino da Milano gli risponde per le rime: “Oggi il mio amico Necco non avrà molto da agitare con la mano“. Una polemica che si protrae fino a quando il solitamente serafico Paolo Valenti, esasperato, chiude così: “Preghiamo i colleghi Vasino e Necco di telefonarsi dopo la trasmissione e dirsi a voce quello che si vogliono dire“.

Chiusa l’esperienza a “90°minuto”, Necco conduce per qualche mese “Mi manda Raitre“, ma soprattutto si dedica alla sua passione di gioventù: l’archeologia. Ed è qui che emerge un’altra faccia di questo personaggio poliedrico.

Con ottimi, anche se misconosciuti, risultati, Necco realizza ben 360 documentari sui tesori archeologici dell’area mediterranea. Ma il suo più grande successo è legato alla ricerca del Tesoro di Troia. Questo tesoro, ritrovato da Heinrich Schliemann nel 1873 fra le rovine di Troia, era stato portato in Germania e le autorità tedesche lo avevano dato per distrutto fra i bombardamenti di Berlino del 1945. Eppure, Necco non si arrende e, con minuziose ricerche in tutta l’Europa Orientale, riesce a individuare i ladri e il nascondiglio del tesoro, che viene recuperato ed esposto il 16 aprile 1996 nel Museo Puskin di Mosca.

Un trionfo straordinario, che Necco ha raccontato nel suo libro “Giallo di Troia“, ma che purtroppo è passato quasi inosservato in Italia. Perché, come suggerisce amaramente lo stesso Necco, nel nostro Paese “per farsi prendere sul serio, bisogna parlare di calcio“.

E così, Luigi Necco rimane principalmente conosciuto come il “guappo calcistico” di “90°minuto”, nonostante abbia dimostrato di essere molto di più. Un uomo coraggioso, che non si è fatto intimorire dalle minacce della camorra e che ha perseguito con tenacia le sue passioni, ottenendo risultati straordinari ma spesso trascurati.

La sua storia ci ricorda che non bisogna lasciarsi ingannare dalle apparenze, perché dietro a una maschera apparentemente superficiale può celarsi un personaggio ricco di sfumature e di talenti insospettati. Luigi Necco è stato molto più di un semplice guitto, ed è giunto il momento di riconoscere il suo valore e la sua versatilità, al di là delle battute irriverenti e degli atteggiamenti da “tifoso-giornalista”.