Luis Silvio: la carriera rovinata da una parola fraintesa

Luis Silvio Pistoiese

Doveva essere il bomber brasiliano della Pistoiese, il campione esotico in grado di risollevare le sorti di una città e l’umore dei tifosi. Ma era un’ala destra. Fu un errore di traduzione a cambiargli il ruolo e il destino. Parabola di un calcio improbabile ma umano

La solitudine dell’ala destra iniziò ad avvertirla troppo tardi. Sul volo di ritorno, la gentilezza della hostess inadeguata a lenire la delusione, il via vai nevrotico per sistemare il bagaglio. Il suo, valigia di cartone con le aspettative stropicciate, giaceva in un angolo. Solo, dimenticato, inutile. Nascosto dal giornale sportivo, un passeggero si fece avanti. «Luis Silvio Danuello?» Lui non rispose, rimase a osservare il finestrino e il sogno che si allontanava, un punto giù all’orizzonte. Quando il Jumbo della Varig si posizionò al di là delle nuvole, lo prese un torpore. Una tranquillità infantile. La certezza che il passato, in quella forma, non sarebbe tornato. Avrebbe fatto in modo di ricominciare, aveva vent’anni in fondo.

Millenovecentottanta

Dopo un embargo durato 15 anni, il campionato italiano riapriva agli stranieri. Uno per squadra e niente scherzi. Il calcioscommesse aveva travolto il sistema, le giuliette della Gdf e dei carabinieri a bordo campo,gli arresti in diretta tv, i volti della domenica dietro le sbarre, i grossisti ortofrutticoli che tra una cassetta e l’altra propinavano quote, smistavano denaro, alteravano il quadro. L’Europeo disputato in Italia, in quel clima, si rivelò un disastro. Pubblico scarso, disinteresse assoluto. Serviva una scossa, meglio se esotica. Per alimentare le aspettative, si guardò all’estero.

Con i colori dell’Olanda e la taciturna saggezza dell’appennino tosco-emiliano, ragionò anche la Pistoiese. Dopo 59 anni di campionati minori e sofferenze sportive tutte legate al territorio, il torneo dei campioni, filtrato fino ad allora solo attraverso il bianco e nero angusto del Brionvega, diveniva finalmente realtà. L’Inter, la Juventus, il Milan. Il derby con la Fiorentina, soprattutto. Non ci si poteva presentare impreparati. Così Marcello Melani, il presidente, mise mani al portafogli: prima la costruzione della curva Nord, poi quella di un amore. Si cercò un volontario disposto a un’avventura itinerante. Tra tutti quelli che preferivano non allontanarsi da Pavana e dintorni, venne scelto Giuseppe Malavasi. L’allenatore in seconda, lo scudiero di Lido Vieri, l’ex portiere di Torino e Inter prestato alla panchina. Sudamerica.

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Una classe economica, i sedili stretti. Nove ore di trasvolata, poi le palme e lo Stato di San Paolo. Vennero organizzati provini e ricevimenti. Melani voleva Palinho. Ebbe invece Luis Silvio, ex molte cose, fattorino e impiegato di banca, poi ala trasformato attaccante da un equivoco. «In che ruolo giochi?». «Yo soi ponta». “Ponta” in portoghese sarebbe ala destra. Invece fu tradotto punta, centravanti. La vita stravolta da una vocale. Il refuso esistenziale che si fa commedia, un film di Germi. Italiani.

Duemilaotto

Luis Silvio vive in Brasile. Marilla, 200.000 abitanti immersi in una tranquillità a stretto contatto con l’oblio, è il cerchio che si chiude. Qui iniziò a sgambettare, qui si è insediato. Al campo comunale iniziò una carriera promettente, i cimeli da calciatore, tutti lì, nel retro dell’autorimessa tirata su con i guadagni accumulati dal ’78 all’89. Coppe, trofei, magliette incorniciate su cui la polvere non smette di cadere. Ha occhi azzurrissimi e una dolcezza non comune nello sguardo. Il passato non lo ha incattivito. Lo racconta quieto. Non aveva la genialità di uno Schiaffino ma non aspettava carità. Solo una rumba felice che non ci fu.

I rimpianti, ecco. A volte segnano reti crudeli. «In Italia non riuscii ad esprimermi. Arrivai in una realtà eccitata. A contatto per la prima volta con la serie A. Mi aspettarono in città. Feste e applausi. “Quanti gol farai?”. Io non capivo, sorridevo. Poi mi adeguai. Erano tutti gentili, a iniziare dai compagni di squadra. Il tecnico Vieri mi prese da parte subito. “Qui il calcio è diverso, ti devi adattare”. Mi diedero la maglia numero 9 e fin dall’inizio sintetizzarono il senso di quella gita premio. “Il tuo compito è stare al centro dell’area di rigore”».

Luis deglutiva e annuiva impaurito. «Non l’avevo mai fatto». Il bluff durò lo spazio di un mattino. «Disputai sei gare, senza mai avere la soddisfazione di esultare, di volare sotto la curva, di lanciare la maglietta oltre la recinzione». I dirigenti mugugnarono e meditarono la frattura dopo poche settimane. Per togliere dall’imbarazzo Malavasi, contattarono la società originaria, il Ponte Preta. Prenotarono un volo ma all’aeroporto, lo mandarono in taxi. «L’ultima partita la affrontai con una profonda tristezza. Correvo e piangevo. Guardavo la panchina e pensavo “tiratemi fuori, fatela finita”». Gli diedero retta.

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I perché di un fantasma

«Fallii per molte ragioni. Il clima, la lingua, il ruolo, l’età. Ma non è vero che il provino organizzato per l’emissario della Pistoiese fosse stato un bluff. Certe cose, davanti a migliaia di persone, non si improvvisano». Su di lui gli pseudobiografi impegnarono l’immaginazione. Venditore di noccioline allo stesso stadio di Pistoia, barista, persino attore pornografico nella parte di un calciatore ninfomane. Balle che alimentarono leggende e dicerie.

Luis prende fiato, prosegue. «Feci un paio di gol molto belli e mi tesserarono. Su di me sono state raccontate molte bugie. Che non avessi mai giocato a calcio, è quella che più di ogni altra mi riesce insopportabile. Tornato in Brasile, rimasi fermo per sei mesi. Diedi una mano nella pasticceria dei miei e poi ricominciai con l’attività di sempre. Non ero Cruijff e neanche Pelè. Ero solo Luis Silvio, un buon calciatore. Non il salvatore della patria».

Della sua esperienza toscana, ricorda ogni cosa Marcello Lippi. Il futuro CT azzurro spendeva nel 1980 gli ultimi centesimi di un salvadanaio svuotato. Aveva 32 anni, il ruolo di stopper che finiva per confluire in quello di libero e non era ancora diventato campione del mondo e avrebbe chiuso con spogliatoi e scarpini soltanto 24 mesi più tardi. «Luis? Come no. Sembrava un pulcino bagnato. Faceva un’enorme tenerezza. Era giovanissimo, spaesato, intimidito. Per farlo sentire a suo agio, lo invitavo spesso a cena. Parlavamo, gli facevo coraggio ma al tempo stesso intuivo il disagio. Pareva capitato in un microcosmo di cui non capiva nessi e ragioni ma non era un brocco, era molto veloce, anzi. Vuole sapere la verità? Gli mancò il tempo di adattarsi».

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«Luis? Gli volevamo bene »

Il marziano flaianeo fa capolino anche nella memoria di Poerio Mascella, baffuto portiere di quella formazione sfortunata, capace di vincere in trasferta con l’Inter e con la Fiorentina, di spingere l’abbaglio fino a coltivare ambizioni europee e di precipitare poi in B, con 3 soli punti, minimo storico ancora imbattuto, conquistati nel girone di ritorno. «Le colpe non furono tutte di Luis. Noi cercavamo un attaccante in grado di risolvere i problemi. Invece giunse Danuello. Stava lì sulla fascia, a un passo dalla linea laterale, distante dalle mischie, dal centro del gioco, della questione. Sarebbe anche servito per mettere cross e palloni al centro ma per chi?».

È trascorso un trentennio ma a Mascella, l’epopea popolare del più limpido bidone della recente storia del pallone, non è mai andata giù. «È una cattiveria gratuita. Luis Silvio era solo un bambino. Acerbo, anche fisicamente ma i colpi li aveva». Qualcosa in effetti doveva possedere Luis Silvio Danuello da Julio Mesquita, pagato 170 milioni delle vecchie lire. Un investimento divenuto il paradigma di un’illusione. Agli altri gli olandesi volanti, i brasiliani danzanti e gli irlandesi dal tocco flautato, Krol, Juary e Liam Brady. A Pistoia Luis Silvio, con la sua maglia arancio Messico. Come una vecchia Fiat fuori produzione. Un equivoco. La faccia triste dell’America con nuvole interiori e lacrime a portata di mano.

Luis vive con la famiglia di sempre, la moglie Jane e il figlio. È felice e dell’Italia ha conservato istantanee limpide. «Era un paese incredibile. Mi proposero l’opportunità e non dubitai un istante. Se tornassi indietro? Rifarei tutto. Per non deludere la gente feci l’impossibile. Non bastò. Posso essere condannato per questo?».

Testo di Malcom Pagani originariamente apparso su L’Unità (2008)

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