Stranieri d’Italia: M

MANFREDINI – MARADONA – MARTINO – MASCHIO – MASSEI – MATTHÄUS – MIKE – MONTI – MONTUORI


MANFREDINI: le avventure di Piedone l'incompreso

Curioso, per un giocatore che portava soltanto il quarantadue di scarpe, essere conosciuto come “Piedone”. Il fatto è che nella foto che lo ritraeva intento a scendere la scaletta dell’aereo che lo aveva condotto a Roma, il campione argentino appariva dotato di due enormi estremità, a causa di un curioso effetto prospettico. Da quel momento in poi, quel soprannome lo accompagnò. Pedro Waldemar Manfredini era nato calcisticamente nella squadra della sua città, il Deportivo Maipu, allenato da Raimundo Orsi, campione del mondo 1934. E proprio per Manfredini, così diverso dagli altri giocatori sudamericani, stravedeva la vecchia gloria azzurra, che lo considerava una pedina fondamentale della sua squadra. Ma il destino di Piedone era di vivere da incompreso: freddo, rapido e potente come un europeo, scavò un solco fra detrattori e accaniti ammiratori tra i tifosi del Racing, squadra alla quale era nel frattempo approdato. E anche dalle nostre parti Manfredini divise la critica: chi vedeva in lui un fenomeno, chi un brocco.
Nelle prime quattro stagioni in giallorosso andò a segno con una regolarità impressionante, nonostante i black-out che frequentemente lo coglievano nel corso degli incontri e che gli alienarono le simpatie di parte della tifoseria.
Per anni l’Inter di Herrera gli fece la corte: il Mago, infatti, lo riteneva come la punta più adatta per il suo gioco d’attacco fatto di contropiedi e cross di Jair, lanci di Suarez e assist in area di Corso e Mazzola (seconda punta). E nel 1965 l’Inter lo acquista, ma ancora oggi rimane un mistero per quale motivo verrà immediatamente “girato” al al Brescia (8 presenze e una sola rete) e poi al Venezia (14 presenze e 3 reti).

MARADONA: genio immenso e disperato

È entrato, con Pelé e Di Stefano, nella ristretta cerchia dei più grandi di ogni tempo, eppure è stato soprattutto l’uomo degli eccessi. Campione innanzitutto, di straordinaria levatura. Piccolo, robusto e muscoloso, capace col sinistro di disegnare qualunque traiettoria, di inventare il più imprevedibile dei dribbling, il più fulminante dei gol. La rapidità di esecuzione gli consentì di dominare come straordinario solista nell’epoca già consegnata all’atletismo imperante. Poverissimo di nascita, magico funambolo nelle “cebollitas” (cipolline), i pulcini dell’Argentinos Juniors, debuttò a neanche sedici anni in prima squadra e fu subito campione, inventore di gioco e di gol dalle intuizioni saettanti. Menotti, Ct argentino, lo prende con sè, lo fa esordire in Nazionale, ma ai Mondiali ’78 lo tiene nel gruppo solo per risolvergli i problemi alimentari. Nell’81 passa al Boca Juniors per 10 miliardi, cifra stratosferica, e l’anno dopo, con all’attivo lo scudetto e 144 gol in 206 partite di campionato, varca l’oceano per il Barcellona. Buttato fuori dall’epatite virale il primo anno e dall’esecuzione di un boia (lo stopper Goicoechea dell’Athletic Bilbao, tibia e perone tranciati di netto) il secondo, scappa a Napoli nell’estate 1984, fuggendo dalle polemiche e creandone mille altre, specie per i 12 miliardi e mezzo del suo cartellino. Ben spesi. Porta a Napoli il primo scudetto della storia e poi anche il secondo, Coppa Uefa, Coppa Italia e Supercoppa.
Campione del mondo juniores 1979, porta l’Argentina al titolo mondiale 1986 pilotando da solo una ciurma di mediocri gregari e sfiora il bis quattro anni dopo. Travolto da ricorrenti polemiche, fughe, ritardi e litigi col presidente Ferlaino, idolatrato dai tifosi e dai compagni per la sua inesauribile generosità, nella primavera 1991 l’antidoping lo getta nella polvere (bianca) e la sera di Pasqua, inseguito dai fantasmi della cocaina e da un processo per riconoscimento di paternità, fugge in patria, dove qualche settimana dopo viene arrestato per droga. Promette di disintossicarsi e l’anno dopo, scontata la squalifica, torna al calcio in Spagna, nel Siviglia, poi in patria, nel Newell’s, lasciato dopo pochi mesi per l’ennesima polemica.
Quando la patria è in pericolo, eccolo di nuovo in maglia biancoceleste, con una invenzione delle sue riporta l’Argentina al Mondiale nel delicato spareggio con l’Australia. Il suo nome è esposto dalla Fifa nel cartellone del mondiale statunitense. Arriva a Usa ’94 da disoccupato, ferocemente dimagrito, per esibire di nuovo il micidiale scatto e l’antico senso del gol. Segna alla Grecia, fa mirabilie con la Nigeria incantando il mondo, ma di nuovo viene bloccato per doping (sostanze dimagranti).
Piange e scappa, come sempre. Fa l’allenatore scontando la squalifica poi, irriducibile, torna in campo nel Boca Juniors, dove viene di nuovo fermato per doping: è la fine della sua carriera come professionista. Dopo mille vicissitudini, oggi è ancora sulla breccia. con lo sguardo disperato del fuoriclasse incapace di dominare la vita, finito più volte e poi risorto dai suoi vizi, esagerati come il suo immenso talento di campione.

MARTINO: la meteora che inventava il calcio

Rinaldo Fioramonte Martino brillò nel cielo del calcio italiano come una meteora, incarnando tuttavia uno dei più completi interni che abbiano calcato i campi del nostro campionato. Fisicamente solido (1,71 di altezza per 74 kg), geniale e imprevedibile, sapeva indirizzare l’azione e concluderla personalmente. Arrivò alla Juventus nell’estate del 1950, dopo otto mesi di inattività dovuti al celebre sciopero che aveva bloccato il calcio nel Paese sudamericano, e divenne subito protagonista. L’avevano soprannominato “Mamucho” perché da ragazzo, sentendosi accostato a De la Mata, grande interno dell’Independiente, aveva risposto che no, l’altro era “mas mucho”, un errore di grammatica paragonabile al nostro “più migliore”. Nato da padre italiano (originario di Castrovillari, emigrato a Rosario dove aveva trovato fortuna con il commercio) e da madre figlia di italiani, aveva studiato l’italiano, il che gli facilitò l’ambientamento a Torino, dove arrivò fresco dì matrimonio. A dodici anni era entrato nelle giovanili del Belgrano di Rosario, per farsi largo grazie alla potenza del tiro e alla resistenza fisica che ne sublimavano la classe di grande inventore di gioco. Ricercatissimo dai grandi club bonaerensi, era passato diciannovenne al San Lorenzo de Almagro, dove aveva conquistato il posto da titolare come interno sinistro e prima della fine della stagione aveva debuttato in Nazionale, formando da interno destro un celebre trio offensivo con Farro e Renato Pontoni. Nella Juventus ingranò subito la quarta come interno destro brillante e tremendamente efficace. Un virtuoso sensazionale, nel tocco e nei gol, gran protagonista dello scudetto, vinto dai bianconeri con 100 gol all’attivo. Esordì nella Nazionale azzurra contro l’Inghilterra a Londra il 30-11-49, ma la sua avventura non ebbe seguito. Di carattere taciturno, legatissimo alla moglie, a fine stagione si fece da questa convincere a tornare in Patria. E l’Italia perse un fuoriclasse.

MASCHIO: un angelo senza fortuna

Era uno dei tre “angeli dalla faccia sporca”, lo strepitoso trio d’attacco dell’Argentina fine anni Cinquanta: Sivori, Angelillo e Maschio. E proprio Dionisio Humberto Maschio, dei tre, nonostante le tredici reti in dodici incontri con la maglia della Nazionale, era la mente, in grado di “vedere” l’azione prima che si sviluppasse. Puntualmente, la cessione di tanto campione scatenò le ire dei “calienti” tifosi del Racing, che tentarono di linciare gli sciagurati dirigenti della società. Mentre Angelillo strabiliava all’Inter e Sivori inebriava in bianconero, il nuovo regista del Bologna conosceva più dolori che gioie: allergico al gioco duro delle nostre difese, non tardò a suscitare i malumori del pubblico felsineo, ancora memore di vecchi campioni sudamericani come Sansone e Fedullo. Nel 1959-60 la cessione all’Atalanta, dove ritrovò se stesso, conquistando anche la maglia azzurra, in virtù delle sue origini lombarde. Ai Mondiali del Cile nel 1962 ha poca fortuna: nell’incontro che ci oppone ai padroni di casa si scatena una furibonda rissa, e proprio lui rimedia da Lionel Sanchez un terribile diretto al volto che gli costa la frattura del setto nasale. Dopo la disgraziata avventura cilena viene ingaggiato dall’Inter, dove pesta i piedi a Luisito Suarez ed Herrera lo leva di squadra per lanciare il giovane Mazzola. La Fiorentina ne tenta il recupero, ricavandone un buon rendimento solo al secondo colpo. Poi il ritorno al Racing, dove ritrova in pieno se stesso.

MASSEI: la 'mente' di Ferrara

Capocannoniere in Argentina con la maglia del Rosario Central, Oscar Alberto Massei fu ingaggiato dall’Inter nella stagione ’55-56, durante la quale, pur segnando con impressionante regolarità, collezionò solo quattordici presenze. Dopo un brillante secondo campionato in maglia nerazzurra, subì un grave infortunio, preludio di una scalognata stagione per la Beneamata: prima il cambio ai vertici della società (Moratti per Masseroni), poi una incredibile girandola di allenatori (Campatelli, Meazza, Carver e di nuovo Meazza). Una stagione incolore a Trieste, poi Massei fu acquistato per pochi milioni dal patron della Spal, il leggendario Paolo Mazza. A Ferrara Massei conobbe i suoi anni migliori: arretrato da centravanti a interno di regia, diventò una pedina imprescindibile dello schieramento biancazzurro per quasi un decennio. Soprannominato “la mente”, seppe proporsi come uno dei migliori centrocampisti del torneo, perfetto nelle geometrie, fantasioso nelle intuizioni, e il presidente Mazza, pur pressato da incessanti richieste da parte dei club di mezzo Stivale, rifiutò sempre di cederlo fino al suo addio al calcio, nel ’67-68.

MATTHÄUS: un leader per l'Inter dei record

L’annuncio degli acquisti di Lothar Matthäus e Andy Brehme non suscitò eccessivi entusiasmi tra i tifosi nerazzurri, per la sfortuna che aveva funestato le recenti avventure con la Beneamata di Hansi Müller e Kalle Rummenigge. Eppure di lì a poco la coppia diede cemento a una delle più straordinarie edizioni di una squadra-scudetto che il nostro campionato ricordi. Non appena Trapattoni mescolò il cocktail di potenza pura con la fantasia del piccolo Matteoli, nacque un complesso di terrificante efficacia. Matthäus accettò di sacrificarsi per le ragioni della squadra, poi, superato il periodo di ambientamento, cominciò a esplodere con tutta la sua potenza. Leader di centrocampo ma non regista nel senso classico, trascinava il gioco con dirompenti percussioni capaci di travolgere tutto e tutti fino alla conclusione in gol. Molti dei record di quella stagione 1988-89 sono tuttora imbattuti. Matthäus era cresciuto nel Borussia Mönchengladbach, diventando precocemente una stella. Una lite con l’allenatore e qualche concessione di troppo a birra e ragazze lo precipitò in una profonda crisi. Dopo un anno l’ingaggio da parte del Bayern e la rinascita, come straordinario mediano incontrista. Finita l’epoca delle grandi stelle (Beckenbauer, Haller, Overath), divenne lui, L”operaio” Matthäus, il leader della Nazionale. Fu però l’arricchimento tecnico-tattico del campionato italiano a completarne le potenzialità, facendone un fuoriclasse, che trascinò la rappresentativa tedesca alla vittoria del Mondiale 1990, in rivincita sull’Argentina, vincitrice quattro anni prima, con Matthäus invano impegnato a marcare Maradona. Vinse il Pallone d’Oro, poi il campionato 1991-92, con il fallimento di Orrico, e un gravissimo infortunio, con annesse polemiche con la dirigenza, lo portarono al divorzio dal club nerazzurro. Considerato fisicamente irrecuperabile dall’Inter, tornò al Bayern, per vivere una seconda giovinezza che lo porterà a giocare fino al 2000 e a collezionare ben 150 presenze in Nazionale.

MIKE: potenza e grande cuore

In realtà il suo nome di battesimo era Istvan Miki Mayer, ma per i tifosi del Bologna fu subito Mike. Fuggito dalla natia Ungheria dopo l’avvento del comunismo, il gigante si presentò sotto le Due Torri dichiarando ventitré anni, tra il sospetto generale che ne contasse qualcuno di più, voluto dal tecnico magiaro Lelovich, intenzionato ad affiancarlo all’altro connazionale Bela Sarosi. Capace di giocare sia da ala che da centravanti, quella montagna di muscoli dal cuore d’oro non tardò a guadagnarsi l’affetto e la stima dei tifosi rossoblu. Mike, soprannominato in seguito “Pista”, era dotato di un tiro al fulmicotone e di una potenza devastante: fu paragonato al grande Nordahl per l’irruenza con cui era capace di travolgere le difese avversarie. Tre stagioni rossoblu a suon di gol trascinanti, poi Lucchese, Napoli e ancora Bologna per due anni. Giocò le ultime partite nel Genoa, poi, dopo l’addio al calcio, tentò senza fortuna la carriera di allenatore, che abbandonò per trasferirsi con la famiglia in New Jersey, dove mise in piedi un’impresa di costruzioni. Da tempo sofferente di diabete, è morto la vigilia di Natale del 1994.

MONTI: le due vite di 'Doble Ancho'

Quando seppero della sua cessione alla Juventus, i tifosi del San Lorenzo de Almagro risero di gusto. Piuttosto curioso che i focosi argentini si lasciassero sfuggire un simile campione senza battere ciglio: questo fatto avrebbe dovuto insospettire i dirigenti torinesi, che invece non subodorarono l’inganno e si portarono a casa Luis Monti credendo (poi, si scopri, a ragione) di avere concluso l’ennesimo affarone. Il fatto è che da un po’ di tempo a quella parte Luisito era l’ombra del campione che aveva fatto faville con la maglia della Nazionale alle Olimpiadi di Amsterdam del 1928: pareva proprio che anche alla Juve fosse capitato un bidone, Il giocatore che si presentò a Torino pesava quasi novanta chili e aveva la pancia, non riusciva a calibrare un passaggio e correva al rallentatore. Preso atto di questo, la dirigenza decise di relegarlo in tribuna. Non aveva però fatto i conti con la sua tenacia. In solitudine, con ferocia al limite del masochismo, si dedicò a massacranti allenamenti forzati, coperto da strati di maglioni per ottenere un benefico effetto sauna. Nel giro di pochi mesi, il grasso in eccesso scomparve, lo scatto riemerse e con esso i passaggi impeccabili. Splendido centro-mediano del Metodo, “Doble Ancho” (armadio a due ante, il suo soprannome argentino) spezzava con spaventosa durezza le trame avversarie, per poi rilanciare la manovra con calibrati lanci in avanti. Pilotata da lui, quella grandissima Juventus vinse ben cinque scudetti consecutivi. In breve l’argentino si impose come miglior centromediano dello Stivale e, in virtù delle sue origini lombarde, ottenne stabilmente un posto in Nazionale, con la cui maglia trionfò ai Mondiali del 1934.

MONTUORI: campionissimo della sfortuna

Grande e drammatica fu l’avventura di Miguel Angel Montuori, il più grande numero 10 della storia della Fiorentina. Figlio di una coppia di italiani, si rivelò nel Racing Avellaneda, ma venne ceduto presto in Cile, all’Universitad Catolica di Santiago, dove trovò l’amore (sposando Teresa, compagna di tutta la vita) e conquistò lo scudetto a suon di gol. Segnalato da un sacerdote italiano, Padre Volpi, al diesse viola Giachetti, venne ingaggiato per una cifra spropositata per l’epoca, 50.000 dollari. Li ripagò inserendosi da fuoriclasse nella Fiorentina di Bernardini, che come un rullo compressore conquistò lo scudetto 1956. In quell’anno esordì anche come “oriundo” in Nazionale. Protagonista anche dei successivi quattro secondi posti viola, golea- dor inarrestabile, nel marzo 1961, reduce da infortu- nio, in una partita del campionato riserve fu colpito da una pallonata tra tempia e orecchio. Svenne, il mattino dopo vedeva le immagini doppie, addio calcio. Tre mesi a letto, poi a giugno intervento chirurgico, con occlusione della carotide destra e paralisi della parte sinistra del corpo. Riportato sotto i ferri, venne salvato, ma si ritrovò in confusione mentale. Guari nel gennaio 1962, provò col giornalismo e l’allenamento ma tre operazioni (aneurisma, ulcera e ernia del disco) lo bloccarono. Povero e sfiduciato, tornò in Cile, da dove gli amici lo recuperarono all’Italia nel 1988, dove tornò (brillantemente) a crescere giovani talenti fino alla sua morte avvenuta nel giugno 1998.