MAGNOZZI Mario: il gol nel vento

Il “motorino” e il Livorno erano una cosa sola, tanto che “Magnò”, forse il più forte bomber toscano di ogni epoca, ha preteso la tomba rivolta verso l’Ardenza: «Così, grazie al libeccio, sarò sempre vicino ai ragazzi…»

Mario Magnozzi, il “motorino” e il Livorno sono una cosa sola e non solo da quel 25 giugno 1971, quando se ne andò a 69 anni, ma da molto tempo prima…

Quello che è stato forse il più grande bomber toscano nasce nella città labronica il 20 marzo 1902, secondo figlio di una modesta famiglia locale: il fratello maggiore, Renato, si cimenta come mediano in squadre di terza serie, come il Robur Siena, ma il vero fenomeno è Mario, che spopola a suon di gol nella Juventus Boys. Statura non eccezionale («È alto come un soldo di cacio» scriveva II Calcio Illustrato), ma cassa toracica degna di un lottatore, si fa notare per tecnica, velocità e dinamismo.

Calcia da tutte le posizioni e con entrambi i piedi, ma predilige il sinistro, con il quale, da mezzala d’attacco, è in grado di fare meraviglie: carattere dominante e carismatico, negli anni dell’adolescenza fonda ben cinque squadrette amatoriali e si guadagna il soprannome di Crognolo, ossia “girino”, il piccolo della rana. Debutta nel Livorno tre giorni dopo il 17esimo compleanno (4-1 alla Libertas Firenze nella Coppa Olivo). Tira, calcia, lotta, pressa, corre, una vera spina nel fianco.

Stagione 1919-20, il calcio italiano si lascia alle spalle la Grande Guerra e nel Livorno, dove tutti aspettano meraviglie dal grande Attilio Fresia, esplode invece questo 18enne che unisce tecnica a velocità ed è dotato di una straordinaria “castagna”, specie in corsa.

L’impatto è devastante: 22 centri in 16 presenze (addirittura 7 nel 9-1 alla Gerbi Pisa). Gli amaranto, trascinati dai suoi gol, arrivano alla finale per il titolo nazionale, a Bologna, dove soccombono per 3-2, alla più esperta formazione dell’Inter. I nerazzurri sono avanti di 3 reti all’intervallo, ma rischiano di essere rimontati. “Magnò” si ferma a due…

Dopo un’altra stagione a suon di gol (23), passa alla Pro Livorno per il torneo 1921-22: è l’anno della scissione federale e molti giocatori preferiscono restare nella Figc, pur di non perdere la possibilità di conquistare la Nazionale. Magnozzi fa in tempo a disputare 2 gare (e segnare un gol) con i biancoverdi, che a fine stagione verranno conglobati nella squadra principale della città (l’US Livorno), poi arriva la chiamata in Marina.

È di stanza nella sua città ed è ancora sotto le armi quando il Ct Vittorio Pozzo, che da tempo lo seguiva, lo chiama per i Giochi di Parigi del 1924: è Galeazzo Ciano, non ancora genero del Duce, a firmargli l’eccezionale permesso d’espatrio. E in Francia Magnozzi non delude contro Spagna, Lussemburgo e Svizzera, meritandosi gli elogi della critica. A settembre 1924 arrivano le prime gioie in azzurro: 2-2 a Milano contro la Svezia, due gol e una traversa. Per la Gazzetta del Popolo, Magnozzi, giovane pieno di potenza, impeto ed energia, non tira in porta, ma «saetta». Capitan De Vecchi, in una vignetta del Guerino, gli passa le consegne: «Se io sono il “figlio di Dio”, tu da oggi sei il “nipote di Dio”».

Mario Magnozzi con la maglia della Nazionale assieme a Mumo Orsi

In azzurro riuscirà spesso a vincere la concorrenza di un incostante Cevenini III e totalizzerà 29 presenze (l’ultima 1’8 maggio 1932 a Budapest) segnando 13 reti ufficiali più quella contro una Rappresentativa di Stoccolma. Parteciperà anche ad Amsterdam 1928 (azzurri terzi) e un suo gol mancato – con Mazzali, portiere dell’Uruguay, a terra – passerà alla storia: il bomber livornese aveva tirato a botta sicura ma il difensore Andrade, con un intervento alla disperata, aveva respinto di pugno, senza che l’arbitro se ne accorgesse. Di particolare rilevanza anche il successo nella Coppa Internazionale 1930, al quale aveva contribuito con un bel gol nello storico 5-0 di Budapest. Da lì in poi le chiamate, complice l’esplosione di RossettiBaloncieriLibonatti, si diradano.

Il Livorno di Magnozzi, arricchito da altri grandi talenti, come il suo amicissimo Alfredo Pitto, formidabile mediano, Guglielmo Bianchi, Innocenti e i fratelli Jacoponi, diventa una delle principali realtà del calcio centro-meridionale. Del Livorno che mantiene il campo di Villa Chayes
imbattuto per ben 5 anni e un giorno (dal 13 novembre 1921 al 14 novembre 1926) Magnozzi è capitano e bandiera: non disdegna di gettarsi nelle risse per difendere i compagni. Giorni felici di gol e partite memorabili, come quella dell’11 novembre 1923 (LivornoGenoa 3-1) quando la squadra toscana, guidata dall’irlandese Jack Kirwan, pone fine all’imbattibilità del Genoa dopo 34 gare.

Mariolino rimane a Livorno fino all’estate 1930 quando scoppia la bomba del suo passaggio al Milan, dopo che il club toscano aveva respinto le offerte di Roma, Bologna e Juventus. Il Diavolo, reduce da una stagione non brillante, cerca di rilanciarsi, ma la fatalità è dietro l’angolo: proprio alla prima giornata del torneo 1930-31 è in calendario LivornoMilan: finisce 0-0, Magnozzi, emozionatissimo, non punge e inoltre si fa male, a causa di un pestone che curerà male e che lo condizionerà per il resto della stagione. Il Livorno incassa 260 mila lire per la sua cessione, ma, scherzi della vita, retrocede per un punto, proprio all’ultima giornata.

Le sue tre stagioni al Milan lo vedono sempre in doppia cifra, ma almeno nella prima e nella terza, il risultato di squadra è deludente. Non appena il Livorno è di nuovo in A, ecco il ritorno a casa, dove viene festeggiato dai tifosi. Completa il suo “score” in campionato con l’imponente cifra di 199 reti in 299 partite.

Appende le scarpe al chiodo al termine della stagione 1935-36 e si cimenta nella nuova professione di allenatore: guida il Livorno a più riprese (1936-39, 1947-48 e 1954-56) e il Milan (1941-43), raccoglie varie esperienze nelle categorie inferiori, (Supertessile Rieti 1938-39, Alfa Romeo Milano 1939-41, Viareggio 1946-47, Lecce 1948-49 e Catania 1949-50), quindi si trasferisce negli Stati Uniti, raggiungendo la figlia Mara.

Oggi sono a lui intitolati uno dei più antichi club per tifosi d’Italia, un centro sportivo e una via di Livorno. Il figlio, Mario junior, di professione barman, si è spento nel 1999, mentre la figlia Mara, se ne è andata alla bella età di 88 anni, nel New Jersey. Nel 2001 i 30 anni dalla sua scomparsa sono stati celebrati con una mostra fotografica: a Livorno il ricordo di Magnozzi è più vivo che mai, soprattutto nei giorni in cui soffia il vento di libeccio.

Testo di Davide Rota