MANTOVANI Paolo: l’uomo che fece la Samp

In dodici anni portò la Sampdoria dalla Serie B alla Coppa dei Campioni, senza mai perdere il senso della misura e con una straordinaria capacità di stupire. Sempre…


Nato a Roma il 9 aprile 1930, nel quartiere Prati, Paolo Mantovani, il più amato dai sampdoriani, a 18 anni faceva l’impiegato nella sede romana di un armatore genovese. Gli fu offerto un posto di broker a Genova e qui arrivò nel 1955 andando incontro al suo destino di armatore, di petroliere e di sampdoriano. Costruì la sua fortuna comprando una malandata nave cisterna carica di greggio che, quando arrivò a destinazione, lo liberò dall’angoscia di un disastro e lo fece ricco. Aveva 25 anni.

Vent’anni dopo, aveva cinque navi e il posto di addetto stampa alla Sampdoria, piccolo ruolo per inserirsi nella città cancellando l’origine romana. Ma lasciò le navi e la Sampdoria per mettersi nel petrolio. Entrò in una società di Busalla, nell’entroterra ligure, che importava il 5 per cento del greggio italiano, e ne divenne il padrone. Raffinava il greggio alla Saras di Angelo Moratti, ma poi acquistò un impianto a Mantova, se lo raffinò da solo e i guadagni si moltiplicarono per gli eccellenti contratti col Kuwait e il Venezuela. Entrò in una società di navigazione e anche qui ci mise poco a salire sul ponte di comando.

Il petroliere e armatore Paolo Mantovani, bruciando le tappe e il petrolio, si costruì una villa con piscina a Sant’Ilario, su una collinetta a picco davanti al mare di Nervi. Ebbe quattro figli e tre guardie del corpo, e noleggiava jet per gli spostamenti d’affari. Si concedeva alte puntate a Montecarlo e, d’estate, andava a Possano: il suocero sparava alle quaglie, lui usciva a pesca di totani col marinaio Gennaro Esposito e leggeva libri storici, la moglie prendeva il sole. I figli erano in giro per il mondo a studiare.

Era serio, riservato e di poche parole da non sembrare un romano benché avesse una bella faccia piena, da allegrone. E aveva un bel sorriso, gli occhi chiari, le orecchie piccole e un naso elegante. La calvizie, coi radi capelli incollati sulla nuca e sulle tempie, non lo imbruttiva, e usava immancabilmente cappelli di classe. Il più popolare, a Marassi, fu il cappello floscio che si toglieva per salutare la folla.

La Sampdoria barcollava in serie B e il presidente Glauco Lolli Ghetti gliela offrì a patto che si accollasse i 35 miliardi di debiti. Mantovani accettò. Aveva 49 anni. Sarebbe stato un ottimo strumento per le pubbliche relazioni. Prese la Samp molto sul serio perché quello era il suo modo di fare e perché era l’unico modo per essere un genovese a tutti gli effetti benché sul versante calcistico meno vibrante (il Genoa glorioso, comunque, attraversava anni titubanti).

Era la primavera del 1979 e fu subito un uragano. Vendette dieci giocatori e ne acquistò altrettanti, assunse Giorgis e lo sostituì con Toneatto. Al secondo anno, spazzò via un’altra mezza dozzina di giocatori, prese Riccomini e lo cacciò per Ulivieri. E col Renzaccio di San Miniato, al terzo anno, centrò la serie A. In squadra il portiere Conti col baffone, lo spelacchiato Scanziani, Patrizio Sala, Galdiolo, il centravanti calabrese Garritano. In serie A trovò il Genoa, promosso l’anno prima. In 17 derby, la Sampdoria di Mantovani ne perderà uno solo, nell’anno dello scudetto.

Non erano tutte rose, vittorie e fiori. Fu angustiato da un mandato di comparizione con ritiro del passaporto per frode fiscale e incappò in una maledetta domenica di ottobre a Cagliari, l’anno della promozione. La Samp aveva perso. Alla fine della partita, Mantovani attraversando il prato dello stadio cagliaritano si fermò portandosi la mano al cuore. Infarto. Tre settimane di degenza a Cagliari. Riprendendosi, disse: «Quei gol subiti dopo essere stati in vantaggio mi hanno reso la notte buia». Rientrò a Genova dimagrito, con qualche ruga in più e la parlata un po’ lenta.

Si rifugiò all’Hotel Richmond di Ginevra per stare più tranquillo col cuore e con la faccenda della frode. Per il cuore gli dettero tre settimane di vita. E allora volò sino a Phoenix, in Arizona, per farsi operare: cinque by-pass. La primogenita Francesca lo aggiornava sulla Sampdoria. Lui ne seguiva le partite per radio e dava i suoi ordini. L’ordine più efficace fu l’acquisto del diciassettenne Roberto Mancini dal Bologna per 4 miliardi. Dette le direttive alla figlia Francesca e al d. s Borea che lo raggiunsero a Ginevra.

Al calciomercato era un Paperone, ma diceva: «Io non considero mai troppo alto qualcosa che firmo liberamente». Prese Brady dalla Juve, Bordon a peso d’oro dall’Inter, Vierchowod e, dal Manchester City, Trevor Francis raffinato centravanti della nazionale inglese, ma acciaccatissimo. Era la sua passione: «Non rimpiangerò mai i soldi spesi per lui». Il giorno che Brady gli disse: «Presidente, Francis è bravo ma è sempre rotto, farebbe meglio a cederlo», Mantovani cedette Brady e si tenne l’inglese.

Squadra e tifosi lo adoravano. I giocatori e quattromila sostenitori andarono nel suo “esilio” svizzero per incontrarlo a Lugano. Era il 1983 e, a novembre, rientrò a Genova. Gli cancellarono il procedimento per frode, gliene aprirono altri. Dirà un giorno: «Mai fortuna è stata meno sospettabile della mia, passata al setaccio di tanti investigatori e giudici». Piombò a Bogliasco tra “i suoi ragazzi”. Lo precedette e lo seguì un corteo motorizzato di doriani: per far presto, scese dalla Mercedes e raggiunse il campo di allenamento sulla Vespa di un tifoso.

Faceva il presidente a tempo pieno pensionatosi da tutti gli affari. Dopo l’infarto di Cagliari aveva scoperto una nuova vita, «gli alberi, i fiori, i tramonti, i figli» e, più ancora, la Sampdoria. Prese Vialli per tre miliardi dalla Cremonese dopo sei ore di colloquio col giocatore senza mai parlare di soldi con lui. Mancò di prendere Roberto Baggio perché si trovava in America per un controllo medico e decadde l’opzione che aveva col Vicenza. Un malore gli impedì di andare a Parma per prendersi Berti che finì alla Fiorentina. Ma stava costruendo ugualmente la Sampdoria da primato.

Nel 1986, Berlusconi piombò a Genova in elicottero: «Voglio Vialli». Mantovani lo fece parlare con la figlia Francesca che disse: «Se mio padre cede Vialli, sa che non sarà più mio padre». Dieci giorni dopo andò ad Arcore e firmò la cessione del giocatore per 13 miliardi condizionando il trasferimento all’assenso di Vialli. «Non mi muovo da qui», disse Vialli (il Milan gli offriva il doppio dello stipendio della Samp). Da quel diniego, condito da abbracci e commozione, nacque la Sampdoria da scudetto.

Due anni dopo, gli telefonò Agnelli: «Posso venire a prendere un caffè da lei?». E l’avvocato arrivò a Sant’Ilario a mezzogiorno, parlarono per tre ore e Agnelli gli offrì 50 miliardi per Vialli, Mancini, Vierchowod e Mannini. «Se deciderò di venderli, li darò a lei», fu l’unico cedimento di Mantovani.

Teneva il cuore sempre sotto controllo e al dottor Segre disse: «Fammi vivere per vedere la fine dei miei guai giudiziari, lo scudetto sulle maglie della Samp e compiere sessant’anni». Aggiunse: «Non mi preoccupa sapere come reagirò se non vinco lo scudetto, mi preoccupa non conoscere come reagirò se lo vinco».

Aveva 61 anni quando la Samp, con Boskov in panchina, vinse il campionato dopo tre Coppe Italia e la Coppa delle coppe (26 aerei di tifosi a Göteborg per la finale contro l’Anderlecht). Paolo Villaggio andò alla partita decisiva vestito con un doppiopetto blu: «Per me è come andare a un matrimonio». Paul McCartney indossò una maglia blucerchiata e si esibì per la festa doriana. Gli imbianchini dipinsero il porto di Nervi coi colori della Samp. Mantovani dedicò la vittoria alle mamme dei tifosi. E spiegò il successo così: «I giocatori allenano l’allenatore, l’allenatore allena il presidente, il pubblico allena i giocatori e io non alleno nessuno». Aveva per talismano un tallero di Maria Teresa avuto in regalo da Angelo Moratti.

Negò Lombardo a Galliani: «Perché vuole togliermi una gioia della mia vita?». Rinnovò tre volte il contratto a Cerezo: la prima volta sul fondo di un piatto di plastica, la seconda a voce sotto la doccia degli spogliatoi a Napoli, la terza raggiungendolo in ospedale dove il brasiliano si stava curando un acciacco. Alla fine, cedette Vialli alla Juventus. C’era bisogno di soldi e di una squadra nuova. «Devi accettare, questo è il mio testamento», disse al giocatore.

Aveva chiamato i due cani da guardia Gianluca e Roberto. «Non riesco ad affezionarmi ai cani quanto ai giocatori», e gli aveva dato i nomi di Vialli e Mancini. Avendo saputo della cessione di Vialli, Salsano andò da Mantovani e gli disse: «Presidente, lei approfitta del fatto che Mancini è alle Seychelles». Forse, era vero. Cercò di rilanciare la Samp e prese Gullit a 31 anni. Raccontò: «Stavamo al sole e gli dissi come riusciva a portare tutte quelle trecce col caldo che faceva. Lui mi rispose che se le poteva tagliare. Capii che era un giocatore da prendere».

Un secondo infarto colpì Mantovani nel 1992. Vide appena l’inizio del campionato successivo. Morì un mattino di ottobre del 1993 all’ospedale Galliera di Genova, tumore a un polmone. Aveva 63 anni. Ventimila persone parteciparono ai funerali, giocatori e tecnici in divisa grigio fumé, tutto il mondo del calcio a Genova. Lombardo lesse singhiozzando l’addio al presidente «che ci ha educato come ha educato i suoi figli». L’Excelsior Brass Band di New Orleans aprì la strada al feretro suonando “What a friend we have in Jesus”.

Nessun calciatore voleva andarsene dalla Samp, era come esser mandati via di casa. Fra i moltissimi meriti di Mantovani, tre sono inavvicinabili: creare una società di livello mondiale partendo dal nulla; imporre a un ambiente cosi scomposto e violento un comportamento civile; farsi amare cosi tanto dalla sua squadra. Non perché fosse tenero e accomodante (anzi); ma per aver preso dei ragazzi e averne fatto degli uomini.

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