MASSIMINO Angelo: Io sono Catania

Un divora-mister? Di più: Calvanese scappò dal Catania traumatizzato, a Di Bella venne l’ulcera, prese e licenziò quattro volte Rambone. Coi direttori di gara e il “Palazzo” le polemiche erano continue, tanto che si prese 5 anni e 4 mesi di squalifiche. Ma conquistò due volte la Serie A, scoprì Anastasi, non smise mai di difendere la sua squadra. Con l’ostinazione dell’uomo ruvido che aveva creato un impero edile: «C’è chi può e chi non può, io può»

In realtà, gli otto fratelli Massimino di Catania erano sei. Perché Grazia Massimino era donna, e non contava, e Alfredo fu ucciso dalla moglie. Salvatore, Giuseppe, Angelo, Gaetano, Luigi e Ottavio, tutti di piccola statura e vestiti di scuro, presero dalla madre Santa Leone il carattere burbero. Avevano gli arti corti, ma mani e piedi bellissimi, minuti. Il padre Alfio era di pasta buona, costruttore forsennato e sfortunato. II suo impero edile crollò col ripiegamento su se stesso di un grande palazzo catanese che aveva tirato su avventatamente. I danni e i risarcimenti da pagare lo misero a terra lasciando nei guai i figli. Salvatore, Angelo e Gaetano emigrarono in Argentina, costruirono palazzi, tornarono dopo quattro anni. Erano gli anni Cinquanta. A Catania c’era da costruire più che in Sudamerica. Costruirono molto i fratelli “badile e cazzuola”, essi stessi operai nei loro cantieri. L’impero fu ricostituito. Dal padre Alfio, Salvatore e Angelo raccolsero un’eredità migliore: la passione per il calcio. Angelo, soprattutto, divenne l’uomo “mattone e pallone”. Il nuovo impero edile, realizzato superando le leggi che lo intralciavano, passando pesantemente su tutto, ignorando il disprezzo della città e l’invidia dei concorrenti, aveva bisogno di una patente di nobiltà. Il mecenatismo calcistico fu la chiave con cui Angelo Massimino aprì i cuori dei catanesi. Fu la sua patente di nobiltà.

L’uomo che, dopo avere costruito tremila appartamenti, cioè mezza città, avrebbe detto “Io sono Catania”, puntò alla squadra di calcio. Ma nel Catania non volevano farlo entrare per la disistima che lo bollava sommariamente. Angelo Massimino non si disperò. Rilevò la squadretta dei tranvieri catanesi che giocava nel campionato Dilettanti, le mise il nome di Massiminiana perché fosse chiaro che era la squadra della famiglia e covò il progetto ambizioso e di rivincita di opporre un giorno la Massiminiana al Catania e batterlo. Poiché la Lega considerò irregolare il campo spelacchiato dove la Massiminiana giocava, prima disputa con le autorità calcistiche che avrebbe contrassegnato tutta la sua vita di squalifiche (5 anni e 4 mesi in vent’anni di calcio), ordinò al fratello Salvatore di dipingere di verde il terreno.

La Massiminiana faceva più spettatori del Catania, e questo fu il primo successo. Il secondo fu la scoperta di “Petru o turcu”. Era Pietruzzo Anastasi, 16 anni, magro e scuro, che giocava forsennatamente a pallone e riparava termosifoni. Al Catania non lo avevano voluto. «Quelli prendono solo giocatori che costano milioni», commentò Angelo Massimino, che per centomila lire ingaggiò il ragazzo. Lo tenne due anni nella Massiminiana, ne ebbe il regalo di 19 gol e la promozione in Serie C, lo vendette al Varese per 40 milioni. «Il calcio è un mondo di cornutazzi, ma io sono Angelo Massimino e le corna gliele rompo a tutti», disse trionfante.

Era basso e tarchiato, la faccia larga e la fronte con quattro rughe esposta alla calvizie, un taglio di bocca, il naso con le narici dilatate, gli occhi a fessura, distanti. Angelo Massimino avrebbe potuto fare il caratterista di western a Hollywood. I debiti dai quali erano sommersi i dirigenti del Catania in Serie B mutarono l’opinione avversa su Massimino e gli aprirono le porte della società. Era il 1969. In una stagione, conquistò la Serie A. Debutto memorabile. Al Cibali scese la Juve con Pietruzzo Anastasi centravanti. I bianconeri strappano la vittoria a un quarto d’ora dalla fine, gol di Bettega. Il conte Cavalli, accompagnatore ufficiale della Juve, a fine partita si dirige verso Massimino e gli stringe la mano: «Mi dispiace, sono cose che succedono». Massimino replica: «Non rompetemi i coglioni». In campo, all’arbitro Carminati, aveva fatto il gesto dell’ombrello. Si prese i primi tre mesi di squalifica. Il Catania vinse solo 5 partite e retrocesse.

Ritornò col Catania in Serie A dodici anni dopo. Lo aveva lasciato per un anno all’ex sindaco Salvatore Coco con cui la squadra finì in Serie C. Massimino la riportò in B in un anno, retrocesse anche lui in Serie C, riconquistò la B e tornò in Serie A nell’83. Da salvatore della patria calcistica catanese ottenne una valanga di voti alle amministrative, ma poiché era a capo di società sovvenzionate dal Comune, dovette rinunciare alla clamorosa elezione. Con gli allenatori fu guerra continua. Calvanese scappò dal Catania traumatizzato, a Di Bella venne l’ulcera, prese e licenziò quattro volte Rambone, chiamò e liquidò ripetutamente Mazzetti. Quando ingaggiò Di Marzio, disse: «Me lo ha imposto il Comune».

Guardava le partite dall’uscita del sottopassaggio e andava al Cibali tenendo nella giacca un santino della Madonna della Lacrima di Siracusa «che funzionò in un paio di spareggi, non in tutti». Per un certo tempo indossò anche d’estate un pesante cappotto. Lo aveva messo nella partita del primo gol del Catania in Serie A. Aveva sei figli e altrettanti nipoti. Andando allo stadio in Cadillac, diceva: «Vi porto tutti alla partita, ci stiamo in quindici». Qualche volta si sistemava dietro la porta avversaria con una coppola chiara in testa e, quando il Catania faceva gol, urlava al portiere: «Ammùccati ’sti pulpetti», ingoia queste polpette.

Per il suo secondo campionato in Serie A spese sei miliardi. Ai giornalisti annunciò: «Sto partendo per un paese che non vi posso dire per comprare due brasiliani». Acquistò Luvanor, 22 anni, e Pedrinho, 26. Il primo doveva essere il nuovo Zico e il secondo più veloce di Falcao. Rinfacciò a Di Marzio quegli acquisti che non furono un granché: «Io volevo i polacchi Smolarek e Kupcevicz». Acquistò Andrea Carnevale, che aveva 22 anni. Si scagliò contro l’arbitro Benedetti, “reo” di aver annullato un gol a Cantarutti che gli avrebbe fatto vincere la partita col Milan finita 1-1 inchiodando il Catania all’ultimo posto. Gridò al complotto affermando che gli avevano mandato Benedetti per non farlo vincere: con l’arbitro romano il Catania, in sei gare, non aveva mai vinto. Si scagliò contro Magni e D’Elia: col primo aveva perso in casa contro il Verona, col secondo non era riuscito a battere l’Ascoli. Tappe decisive per retrocedere. La moglie Grazia Codiglione andò al “Processo del lunedì” e denunciò: «Gli arbitri stanno uccidendo mio marito». A Pisa si infuriò con l’arbitro Paparesta (padre) e invitò la squadra a lasciare il campo. Squalificato, protestò: «In dialetto avevo solo detto ai miei giocatori che o si impegnavano alla morte oppure se ne andavano a casa. Paparesta non capisce il siciliano».

Acquistò Troja a 32 anni, Claudio Ranieri a 31 e Walter Novellino a 33. Chiamò Bulgarelli a fargli da general manager. Prese a calci il giocatore Sabadini che reclamava stipendi arretrati. Spiegò l’equivoco sull’amalgama. Aveva detto: «Tutti mi dicono che alla squadra manca amalgama. E perché non lo compriamo questo Amalgama? Ditemi dove gioca e io lo compro». Si corresse così: «Se ci fosse stato un giocatore di nome Amalgama, un esperto di pallone come me l’avrebbe saputo». Ma disse proprio: «Andiamo tutti a Bari con un volo charleston». Si intestardiva a parlare l’italiano e ne usciva male. «A me non mi prenderanno mai per i fondali». In una conferenza stampa disse: «Quando abbiamo andati?». Un giornalista lo corresse: «Siamo, presidente, siamo». E lui, sorpreso, chiese. «Ah, c’eri pure tu?».

Al ristorante guardava il menu e sottolineava: «Il prezzo è convenevole». Mangiava senza esagerare e commentava: «Questo pasto è fugace». A un cameriere disse: «Questo prosciutto puzza di pesce», e si sentì rispondere: «È salmone, signore». Si impataccava con la salsa e i suoi pranzi finivano puntualmente con due operazioni: lo spargimento del talco sulla camicia e una siringa di insulina per ridurre il diabete. «Sono malato per colpa della Federcalcio», confessava. Negli ultimi anni non ci vedeva più. Aveva un decimo della vista di una persona normale, ma continuò a vedere complotti nel calcio. «Mi rompono le uova sul paniere». «Non me ne andrò con le pile nel sacco».

Massimino con il mitico Luvanor

Lasciò il Catania nel 1987 con un deficit di 5 miliardi. Rientrò negli anni Novanta per battersi contro la radiazione della società, esclusa dai campionati per una esposizione debitoria di 7 miliardi. Ricorse al Tar, ricominciò dai Dilettanti. Quando, tempo dopo, Matarrese confidò: «Col Catania abbiamo sbagliato », lui se ne uscì così: «Ti voglio bene, Matarrese». Affidò al figlio Alfio il compito di proseguire nel calcio: «Ha ventidue anni, è studioso, farà bene. L’altro mio figlio è un poco lassativo» . Ma ormai l’uomo che aveva detto «C’è chi può e chi non può, io può», era stanco, cieco e col «fuoco di Sant’Antonio nella pancia».

Un giorno di marzo del ’96 andò a Palermo per una questione calcistica, lui non mollava mai. Il genero Giuseppe Inzalaco era alla guida della Bmw 520 quando, di ritorno a Catania, l’auto sbandò sulla strada viscida per la pioggia, piombò contro il guard-rail e si capovolse. Angelo Massimino, senza la cintura di sicurezza, venne sbalzato fuori dalla Bmw. Cadde pesantemente a terra e morì sul colpo. Frattura della base cranica. Aveva 69 anni. Le burrasche erano finite e il calcio sarebbe diventato un’altra cosa.

Testo di Mimmo Carratelli