MENDIETA Gaizka: nel nome del padre

Storia del fuoriclasse che dimenticò come si gioca a calcio

Gaizka Mendieta nasce a Bilbao un anno prima della morte del generalissimo Franco. Nel 1974 la Spagna si va allineando, con un passaggio morbido, alle principali democrazie occidentali e nei Paesi Baschi, come in Catalogna, tornano a germogliare le spinte autonomistiche. Il giovane Gaizka con la sua famiglia di sportivi girovaghi resta ai margini della storia. Il padre, ai tempi, è stato un buon portiere professionista: la sua lunga carriera lo ha portato a vestire anche la maglia del Real Madrid, la squadra che più tardi corteggerà inutilmente suo figlio.

Gaizka non cresce a pane e pallone: studia con profitto e si dedica con passione all’atletica leggera. A quattordici anni è vicecampione giovanile spagnolo nei 1.000 metri. Solo un anno più tardi comincerà a dedicarsi al pallone, più per esaudire un desiderio del padre che per effettiva convinzione.

Perché, una volta abbandonato il calcio giocato, l’augusto genitore non ha di certo posato il fondoschiena. Si è rimesso a viaggiare col patentino da allenatore e ora se la spassa al sole della Costa del Azahar, dalle parti di Valencia, sulla panchina del Castellón, club senza troppe pretese della seconda divisione: «Cosa ti costa, caro figliolo, venire fin qui a fare un provino? Male che vada, ti sarai fatto una vacanza».

La vacanza si protrae oltre ogni più rosea aspettativa: nel 1991, a diciassette anni, Mendieta esordisce in prima squadra, col Castellón. I buoni uffici del padre allenatore c’entrano poco, se è vero che bastano sedici partite a convincere il Valencia a sborsare qualche pesetas per assicurarsi il talentino. Che all’epoca gioca centrocampista centrale: un interno senza fronzoli, capace di correre e pensare. Intelligente, non geniale: sa dosare le energie, da buon fondista, e non disdegna le giocate semplici.

L’arte del compromesso

Non è un colpo di fulmine: L’avventura valenciana parte dal fondo, in tutti i sensi. Intanto due stagioni di apprendistato nella squadra B, che vivacchia in terza divisione. Poi, il compromesso del ’94. L’occasione per esordire nella Liga ci sarebbe, ma il Valencia non ha bisogno di centrocampisti. Piuttosto di un terzino di fascia, un ruolo che potrebbe anche attagliarsi a un giocatore con lo scatto e la tenuta atletica di un Mendieta.

A vent’anni Gaizka ha poco del giocatorino da batteria. Ha dovuto abbandonare la scuola, ma non ha smesso di studiare: si dedica all’inglese e ama la letteratura. Detesta le scelte di comodo, potrebbe svolgere il servizio militare con tutte le agevolazioni riservate a un atleta professionista e invece opta per il servizio civile: «Fare il soldato è una perdita di tempo. Preferisco aiutare chi soffre». Uno così non è certo il tipo che mette il broncio perché il tal allenatore non lo fa giocare nel ruolo che predilige. Semplicemente dirotta polmoni e spirito di geometria su altre zolle e dà il massimo per riuscire convincente anche nella nuova versione.

L’operazione riesce a metà: Mendieta nel giro di pochi mesi si guadagna un posto di titolare e di lì a un anno anche la convocazione in Under 21, ma un po’ tutti hanno l’impressione di trovarsi di fronte a un discreto figurante e niente più. Sfumata l’avventura nella piccola Spagna di Goikoetxea, Mendieta galleggia per qualche stagione nell’anonimato degli impiegati del pallone: quando gli scade il contratto, nel 1997, il Valencia ci pensa molto prima di rinnovarglielo.

La metamorfosi

La metamorfosi arriva con Claudio Ranieri. Che lo eredita difensore di fascia e così lo impiega finché una coincidenza non gli fornisce l’illuminazione. Stagione ‘97-98: il Valencia gioca ad Alicante un match di Coppa del Re e Ranieri, che ha i difensori contati, è costretto a utilizzare Mendieta come centrale. Gaizka interpreta il ruolo in maniera un po’ personale: appena può scatta dieci metri avanti e in pratica gioca da centrocampista puro, davanti alla difesa. Il vecchio amore. Ranieri resta interdetto e si consulta con Carboni: «Che Mendieta sia un centrocampista naturale l’ho capito da un pezzo» gli dice Amedeo. «E se mi chiedi perché finora qui a Valencia nessuno lo ha utilizzato nel suo ruolo, ti rispondo che è proprio un mistero».

Quanto basta: da quel giorno il tecnico non rinuncerà mai più a schierarlo nel mezzo. Centrale o laterale, sempre e comunque in mediana. Nasce la favola del Valencia, che più avanti – con Cuper – arriverà per due volte alla finale di Coppa dei Campioni, nasce soprattutto un giocatore nuovo, destinato a diventare il leader e il capitano della sua squadra. Arrivano i gol – quaranta in quattro stagioni – e le offerte allettanti, come quella del Real Madrid. «Preferisco Valencia» disse allora. Poi, la doppia delusione europea, l’addio di Cuper e la partenza di altri assi lo convincono a partire.

Ma non per Madrid, bensì per Roma: ha scelto la Lazio, come aveva fatto l’anno precedente il suo vecchio compagno di squadra Claudio Lopez. Firma un contratto clamoroso di cinque anni, a 4 milioni di euro a stagione rivelandosi come il secondo acquisto più costoso nella storia della Lazio, dopo quello di Crespo.

Una fine precoce

La stagione 2001/02 si rivelerà invece un clamoroso flop. La Lazio conclude il campionato al 6° posto, viene eliminata al primo turno in Champions League e non riesce ad andare oltre i quarti di finale in Coppa Italia. Mendieta chiude la sua unica annata italiana con zero gol in sole 20 presenze, non molto considerato dal tecnico Zaccheroni, amante del 3-4-3, poco consono alle caratteristiche dello spagnolo.

I motivi della mancata affermazione si possono desumere da questa sua dichiarazione: «Alla Lazio giocavo e non giocavo. Una volta ero titolare, l’altra volta finivo in panchina. Mi servivano tempo e continuità. Insieme a me arrivarono altri giocatori. La Lazio era una big, ma quando ci sono tanti cambi le cose non vanno bene. In panchina c’era Zoff, poi Zaccheroni. Non mi hanno dato il tempo di adattarmi alla Serie A. Ho bellissimi ricordi di Roma, una città fantastica. Negli anni sono tornato alcune volte, ma mai come dj. Spero di farlo. Potrei raccontare decine di aneddoti, storie di serate romane, ma li tengo per me. Anzi, un po’ mi mancano».

Vittima quindi delle serate capitoline e tacciato come il classico bidone pagato a peso d’oro, Mendieta ritorna in Spagna nelle braccia del Barcellona, per un anno di prestito. Nonostante la non disprezzabile stagione, viene ceduto al Middlesbrough dove alla sua prima stagione vince la Coppa di Lega (la prima per il Boro). Poi una lunga serie di infortuni minano seriamente il rendimento dello spagnolo, osteggiato anche dal tecnico Southgate, che nelle successive tre stagioni lo fa giocare con il contagocce. Chiude precocemente la carriera agonistica a soli 33 anni.