Mondiali 1938: ITALIA

Brasile in forze, Ungheria ambiziosa

E’ presente comunque il Brasile e questa volta con una formazione agguerrita che ha tenuto conto della lezione del 1934. La CBD si è affidata a Carlito Rocha e Luis Vinhaes sollecitando gli incaricati a considerare attentamente l’esperienza precedente. Come abbiamo già visto l’introduzione del professionismo nel ’33 aveva innescato una situazione perversa, propiziatrice della fuga dei grandi talenti verso lidi più remunerativi e di continue scissioni, con la conseguente disputa di diversi tornei di pari valore in ogni stato. Con la rimozione dei vecchi contrasti la CBD aveva reintegrato il proprio ruolo egemone ed unificato tutte le forze.

La partecipazione alla Coppa del Mondo era il banco di prova della raggiunta maturità e non si può negare un certo successo a chi in precedenza aveva così clamorosamente deluso pur tenendo conto che gli obiettivi di partenza riguardavano unicamente la conquista della prestigiosa statuetta. La selezione brasiliana era composta da una schiera di autentici campioni del Flamengo e del Fluminense come Batatais, Tim, Hercules, Romeo Pellicciari, Dommgos da Guia, Peracio e Leonidas da Silva. Completavano l’organico elementi come il capitano Zezé Procopio, il mediano Brandao e «Niginho» Fantoni che aveva giocato nella Lazio e che non potè disputare quei mondiali perché una disposizione regolamentare vietava ad un calciatore utilizzato in altra nazionale, di rigiocare per la rappresentativa d’origine.

Era comunque una grossa nazionale quella brasiliana formata sull’esperienza del campionato Sudamericano del ’37, al quale la CBD aveva partecipato dopo aver ricomposto i dissidi con la consorella argentina. Disputato in Buenos Aires, la XI Coppa Americana diede modo ad Ademar Pimenta di formare un nucleo di campioni che verrà, poi completato più avanti con l’innesto di Leonidas da Silva e Domingos da Guia che erano certamente i professionisti meglio pagati di tutto il Sudamerica. Dell’esperienza del ’34 Pimenta tenne conto soprattutto in riferimento a quella che per lui era la fondamentale ragione della superiorità degli europei: l’efficacia e la decisione negli interventi difensivi. Dedicò cure particolari a questa faccia del problema e ne vedremo più avanti i risultati.

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Il Brasile schierato prima del leggendario match contro la Polonia

Solida e compatta la rappresentanza europea. A gironi eliminatori già terminati e con la qualificazione ormai assicurata il 12 Aprile 1938, la Federazione austriaca annunciava la sua rinuncia, scaturita come abbiamo visto dall’Anschluss. I migliori giocatori austriaci verranno utilizzati da Herberger per la rappresentativa del grande Reich. Assente la Spagna, che tanto duramente aveva impegnato gli azzurri nel ’34; la tragedia della Guerra Civile ha cancellato ogni attività sportiva. Ancora assente la Jugoslavia, inaspettatamente eliminata da Polonia e Norvegia, Ungheria, Cecoslovacchia e Germania venivano indicate come le rappresentative più attrezzate per contendere agli azzurri la conquista del titolo.

L’Ungheria godeva di grande reputazione in seguito ai risultati che nel ’37 avevano richiamato l’attenzione dei tecnici specializzati. Uscita con onore in sede di «quarti», sconfitta dall’Austria di Sindelar nel ’34 a Bologna, l’Ungheria era tornata a livelli degni della sua tradizione, tanto da prendersi nel ’35 una solenne rivincita sui rivali di sempre, vincendo a Budapest 6-3 con 3 reti di «Giurka» Sarosi. In Coppa Internazionale (1933/35), si piazzò seconda a pari punteggio con l’Austria, alle spalle dell’Italia, assurta al rango di vera e propria bestia nera dei magiari. Perdeva regolarmente dagli azzurri, ma ciò non impediva al Commissario Unico Karoly Dietz ambizioni più che legittime. Disponeva di una schiera di assi di notevole prestigio come Sarosi e Toldi del Ferencvaros, Sas, Titkos e Cseh dell’Hungaria, Vincze e Zsengeller dell’Ujpest e Vili Kouth, che allora giocava nell’Olimpique di Marsiglia.

Karoly Dietz ricopriva l’incarico di selezionatore fin dal ’34 ed aveva un solo obbiettivo: la conquista della Coppa, e al raggiungimento di tale meta rivolgeva ogni sforzo possibile, per rivendicare al calcio magiaro quella supremazia che a suo parere meritava più di ogni altro. Ma l’euforia delle vittorie sull’Austria nel ’36 (5-3 sia a Vienna che a Budapest), venne bruscamente interrotta da una doppia sconfitta a Praga (5-2) e a Londra (2-6) con una tripletta di Ted Drake. Il trillo d’allarme fu immediatamente recepito e Dietz, secondo il principio in base al quale, chi dispone di talenti deve impegnarli, diede vita a quello che divenne poi il “trust dei cervelli”. Composto dal classico Giorgio Sarosi, dal geniale Laszlo Cseh e dal fromboliere Gyula Zsengeller lasciò un grande ricordo per la clamorosa vittoria di Praga nel Settembre 1937. 8-3 il punteggio di quell’incontro con il grande Sarosi ad infliggere 7 reti al leggendario Planika. La preparazione al mondiale era stata attenta e il risultato della qualificazione soddisfacente (11-1 alla Grecia). La grande conquista era a portata di mano.

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Cecoslovacchia-Olanda 3-0: I capitani Van Heel e Planicka

La nazionale Cecoslovacca era in piena evoluzione dopo l’inattesa sconfitta ad opera dell’Italia nella finale di Roma. Penultima nella Coppa Internazionale terminata nel ’35, la selezione boema era stata sottoposta ad un processo di rinnovamento teso a rimpiazzare quei giocatori ormai in età avanzata. Antonin Puc ad esempio, prestigiosa ala dello Slavia, primatista delle reti in nazionale farà una sola apparizione nel mondiale in favore del più giovane Rulc. I terzini Zenisek e Vtyroky erano stati sostituiti con Burger e Daucik e la linea mediana era ancora fortissima composta da Kostalek e Boucek che già avevano giocato in Italia e completata da Kopecky dello Slavia. In attacco resisteva il solo Olda Neyedly ormai trentunenne, in grazia della grande classe di cui madre natura lo aveva dotato, e la ragnatela tipicamente boema era affidata alle giovani leve dei due squadroni praghesi. Fra i pali ancora il grande Planika e la partita dei «quarti» contro il Brasile sarà la sua ultima apparizione con la maglia della nazionale boema. La sconfitta del ’37 ad opera dei magiari (3-8) ed un altro rovescio subito a Basilea (0-4) ad opera della Svizzera di Amadò che già aveva assunto lo schieramento a «verrou», aveva ridimensionato la caratura boema, ma l’1 dicembre del ’37 i «rossi» erano andati a Londra ad incontrare i «maestri». Era finita 5-4 per i padroni di casa, ma i cechi con una grande prestazione avevano rivendicato il ruolo di grande potenza calcistica e Neyedly e Puc erano stati osannati quali autentici maghi del pallone. Questo risultato con la risaputa capacità di concentrazione dei boemi nei momenti decisivi ne aveva rivalutato la reputazione e anche i boemi erano attesi in Francia con enorme interesse.