Mondiali 1990: GERMANIA

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Introduzione

I tedeschi vincono, contro un’Argentina impresentabile, la finale più brutta della storia. E la squadra più bella, l’Italia di Schillaci, è solo terza. Bilancio in negativo per Italia 90: poco gioco e pochi spettatori, per il calcio un vistoso passo indietro

L’assegnazione all’Italia del Mondiale di calcio era stata ufficializzata nel 1984. «Il Mondiale di calcio sarà l’occasione più opportuna per dimostrare non solo le nostre capacità organizzative, ma anche l’alto livello tecnologico raggiunto in tutti i settori della vita nazionale»: così parlò Franco Carraro, presidente del Comitato Organizzativo di Italia 90. Nel febbraio 1986 si è messa in moto la macchina, che parte ufficialmente nel novembre dello stesso anno, con la presentazione della mascotte ufficiale. Al volante, Luca di Montezemolo, 39 anni e una già consolidata esperienza come manager di successo, prima alla Ferrari e poi nell’operazione velistica “Azzurra”. Il suo obiettivo? «Realizzare un sogno», secondo il suo slogan che invita a pensare in grande, per fare del Mondiale 1990 una vetrina dell’Italia tecnologica e industriale proiettata verso il Duemila.

L’invito verrà raccolto soprattutto alle “truppe d’appalto” per mettere le mani sul ben poco onirico movimento di denaro (più di seimila miliardi statali) stanziato per la realizzazione di opere pubbliche. La stessa “operazione stadi”, diretta a modernizzare impianti in molti casi datati anni Trenta, degenera per lo spudorato lievitare dei “costi previsti” in una folle giostra di miliardi e per l’eccessiva grandiosità delle opere, inadatte alle esigenze del calcio (Torino) o a quelle della città (Bari). Un lungo corteo di infrastrutture pubbliche lasciate a metà (prendi i soldi e scappa) e di strascichi giudiziari sarà la scia del Mondiale, vetrina del malaffare a braccetto con la politica.

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Carraro e Montezemolo, protagonisti del Grande Sacco di Italia 90

Sono 111 le nazioni iscritte. Assieme ad Argentina e Italia, ammesse di diritto, si qualificano: Romania (su Bulgaria, Danimarca e Grecia), Inghilterra e Svezia (su Albania e Polonia), Austria e Urss (su Germania Est, Islanda e Turchia), Germania Ovest e Olanda (su Finlandia e Galles), Scozia e Jugoslavia (su Cipro, Francia e Norvegia), Eire e Spagna (su Irlanda del Nord, Malta e Ungheria), Belgio e Cecoslovacchia (su Lussemburgo, Portogallo e Svizzera), Uruguay (su Bolivia e Perù), Colombia (su Ecuador, Paraguay, Australia, Isole Figi, Israele, Nuova Zelanda, Taiwan), Brasile (su Cile e Venezuela), Camerun e Egitto (su Algeria, Angola, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Gabon, Ghana, Guinea, Kenya, Lesotho — per forfait —, Liberia, Libia — per forfait —, Malawi, Marocco, Nigeria, Ruanda — per forfait — Sudan, Togo — per forfait —, Tunisia, Uganda, Zaire, Zambia, Zimbabwe), Corea del Sud e Emirati Arabi (su Arabia Saudita, Bangladesh, Cina, Corea del Nord, Giappone, Giordania, Hong Kong, India, Indonesia, Iran, Iraq, Kuwait, Malaysia, Nepal, Oman, Pakistan, Qatar, Singapore, Siria, Thailandia, Yemen del Nord, Yemen del Sud), Costa Rica e Stati Uniti (su Antigua, Antille Olandesi, Canada, Cuba, El Salvador, Giamaica, Guatemala, Guyana, Honduras, Messico, Panama, Porto Rico, Trinidad & Tobago).

Due grandi assenti. La Francia esce brutalmente dal periodo d’oro (un quarto e un terzo posto mondiali, intervallati dal trofeo olimpico e da quello europeo), senza che Platini, subentrato in corso di… disastro al Ct Henry Michel, riesca a raddrizzare la barca. Chiusa pure la bella parentesi della Polonia, nel vuoto desolante del dopo-Boniek.

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