Mondiali 1990: GERMANIA

Caniggia fa cadere il sogno

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Caniggia beffa Zenga e Ferri: è la fine del sogno azzurro

Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare: nel proclama dello “spaccone” Luca Vialli alla vigilia dei quarti sta racchiusa la grande delusione azzurra in semifinale. Il protagonista mancato delle notti di Italia ’90 reclama il proprio posto ricorrendo alla celebre frase di John Belushi. Sparito il malanno (prolungato per vie diplomatiche), vuole tornare in campo. Una tracheite lo blocca il 27 giugno, Vicini resiste contro l’Irlanda, ma raccoglie il messaggio e se ne fa condizionare: diviso tra la consapevolezza di dover far tirare il fiato a qualche protagonista e l’opportunità di non modificare un meccanismo perfettamente funzionante, opta per una terza via, destinata a rivelarsi perdente. Conferma infatti dieci undicesimi della formazione, ripescando Vialli per escludere Baggio.

Lo muove la suggestione di quella frase, che pare confezionata ad hoc per le incognite “climatiche” della sfida. Ricorda Beppe Bergomi: «Eravamo a Napoli, Diego Maradona aveva preparato ad arte la partita, stuzzicando i tifosi del Napoli: vi ignorano tutto l’anno e adesso vi chiedono aiuto per sostenere la Nazionale. Entrammo in campo per il riscaldamento, sentimmo qualche applauso, ma anche una certa freddezza. Una parte dei tifosi era con l’Argentina di Diego, noi eravamo abituati al clima magico dell’Olimpico a Roma, una simbiosi con la gente che ci dava un’enorme fiducia e patimmo il contraccolpo».

La rete di Schillaci faceva parte del copione perfetto

Quando Vautrot fischia l’avvio, si capisce subito che non è la stessa Italia. La stanchezza affiora prepotente, la manovra non scorre fluida, eppure il gol arriva dopo pochi minuti ed è proprio Vialli a propiziarlo, con un gran tiro di destro che Goycochea neutralizza sui piedi dell’implacabile Schillaci. La polveriera del San Paolo, anche se non all’unisono, esplode. Per l’Italia dalla difesa ancora inviolata sembra fatta: l’Argentina non ha fin qui quasi mai esibito una efficace forza offensiva. La partita si trascina con poca storia, sospesa tra l’appagamento degli stanchi azzurri, privi delle accelerazioni in fantasia di Roberto Baggio, e l’impotenza degli argentini, privi di una accettabile manovra offensiva. Così arriva il fatale minuto 67′: cross di Olarticoechea da sinistra, Zenga esce in ritardo e a Caniggia, tutt’altro che un gigante, basta sfiorare il pallone di testa anticipando Ferri per cogliere il pari.Il primo errore difensivo di tutto il Mondiale costa una punizione tremenda.

Gli azzurri non reagiscono, Vicini tenta di smuovere le acque sostituendo Vialli con Serena, poi Giannini con Baggio, ma ormai le squadre sono sedute. E se dopo le prodezze di Goycochea sui rigori jugoslavi appare logica l’attesa della lotteria dei penalty da parte degli argentini, è meno facile spiegare perché mai vi si disponga a cuor leggero l’Italia, peraltro profondamente scorata causato dal gol di Caniggia.

Quando finalmente termina l’inutile processione dei supplementari, prolungata di cinque minuti da un Vautrot completamente in barca, il destino si compie. Goycochea si conferma, neutralizzando Donadoni e poi Serena, mentre Zenga non batte chiodo. Come già nella finale dell’Europeo Under 21, Vicini si arresta a undici metri dal traguardo. Dopo, tutti l’avranno detto: che sarebbe bastato inserire Vierchowod e il fresco Ancelotti, o non togliere sul più bello il matchwinner Baggio. La realtà però non cambia, il sogno mondiale dell’Italia nel Mondiale di casa svanisce malinconicamente. Nonostante il vistoso calo rispetto al Messico, Maradona porta di nuovo una truppa di mediocri alla finale.

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Matthaus consola Gascoigne: la Germania è in finale

Il Mondiale agli estrogeni economici, gonfiato di partite, è un cane che si morde la coda. Agli appuntamenti decisivi arrivano squadre stanche, dominate dall’obiettivo di risparmiare il più possibile le residue energie, mentre chi ha rallegrato il pubblico nelle prime partite inciampa uscendo di scena. Il difensivismo esasperato appare l’antidoto migliore all’usura. Lo conferma la semifinale tra tedeschi e inglesi, potenzialmente una sagra dello spettacolo di grande calcio agonistico, nella realtà paralizzata dalla paura per tutto il primo tempo. Nella ripresa, qualche timido approccio offensivo e finalmente i gol. Punizione di Brehme, deviazione di Parker in barriera e Germania in vantaggio. L’Inghilterra cerca di svegliarsi, entra Steven per lo stopper Butcher, ma l’assalto appare sterile. A salvare Robson interviene un pasticcio di Kohler in area, su cui piomba rapace Lineker a trafiggere Illgner con un gran sinistro. Il resto è attesa dei rigori. Dal dischetto Pearce si fa parare il tiro, Waddle spara fuori e la Germania per la terza volta consecutiva è in finale.

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Schillaci si procura il rigore della vittoria

«È stato un bel sogno, grazie lo stesso»: uno degli striscioni con cui il San Nicola di Bari pavesato a festa saluta gli azzurri di Azeglio Vicini riassume il clima della finale di consolazione, forse mai come in questa circostanza onorata sul piano del gioco e pure della partecipazione popolare. L’apprezzamento della gente stimola gli azzurri, mandati in campo da Vicini con parecchi ritocchi. Il Ct azzurro si converte in extremis alla difesa a cinque, sostituendo Ferri con Vierchowod e aggiungendo lo stopper Ferrara al posto di De Agostini, avanzato a tornante a sostenere, con Ancelotti, la regia di Giannini. In avanti, la coppia d’attacco regina del torneo, colpevolmente scissa in occasione della semifinale di Napoli.

E sono proprio Baggio e Schillaci a onorare la prova azzurra, di fronte all’Inghilterra di Robson falcidiata dalle assenze (innanzitutto Gascoigne) ma ugualmente stimolata dalla cornice. La partita è ricca di emozioni, ma solo nel finale arrivano i gol. Prima è Baggio a chiudere una efficacissima azioni in area inglese: il fantasista ruba il palione a Shilton che lo atterra, ma non c’è tempo di protestare, Schillaci piomba come un falco sulla sfera, scherza in tunnel Walker, dribbla Shilton e appoggia a Baggio, lesto a sua volta a eludere il recupero di Parker insaccando. Dieci minuti dopo Platt di testa trasforma un cross di Dorigo dalla sinistra. Chiude un rigore concesso da Quiniou per un atterramento in area di Schillaci da parte di Parker: lo stesso Totò trafigge Shilton, conquistando lo scettro dei cannonieri. Nel finale Berti, entrato al posto di De Agostini, trafigge di testa Shilton su millimetrico lancio da trenta metri di Baggio, ma Quiniou annulla per inesistente fuorigioco. Per la prima volta l’Italia è terza in un Mondiale. Spettacolare pure il dopo gara, con una inedita “ola” delle due squadre, accomunate dal pubblico in un lungo e caloroso abbraccio. Vince il calcio, ma all’Italia restano soprattutto i rimpianti.

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