Mondiali 1990: GERMANIA

La Finale, inno alla noia

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Piange, Diego Armando Maradona, e sussurra con le labbra un insulto amplificato in mondovisione: hijos de puta. Piange mentre il pubblico dell’Olimpico, sulle note dell’inno nazionale argentino, scatena una disdicevole gazzarra a base di fischi e insulti per i “colpevoli” dell’eliminazione dell’Italia. Una pagina poco edificante, cui dà un robusto seguito la partita, rivincita della finale di quattro anni prima. Beckenbauer la affronta con l’ormai consolidato schema “a cinque”: davanti a Illgner, Berthold e Brehme sulle fasce e al centro Kohler e Buchwald davanti al libero Augenthaler; a centrocampo, Matthäus regista, con Littbarski e Hässler a sostegno offensivo e Völler e Klinsmann di punta. In realtà, dedica Buchwald a Maradona e per il resto bada a chiudere ogni varco, mentre l’obiettivo di Bilardo appare fin troppo chiaro: approdare ai calci di rigore. I biancocelesti confermano la difesa a cinque organizzata dal Ct dopo la sconfitta inaugurale con Camerun: davanti a Goycochea, Simon libero, Sensini e Lorenzo (sostituto di Olarticoechea) sulle fasce, Serrizuela e Ruggen centrali; a centrocampo, Troglio in regia, con Burruchaga e Basualdo ai lati; in avanti, Maradona sulla trequarti e Dezotti unica punta, isolatissima.

I tedeschi, stanchi, non vogliono rischiare, gli argentini, consci della propria inferiorità, pensano solo a difendersi. Così si spiega un primo tempo privo di spunti tecnici e una ripresa che segue a ruota. La finale più spaventosamente povera della storia dei Mondiali si trascina tra intenzioni dilatorie e cautissime avanzate tedesche, concretate in una serie di improbabili traversoni in area, dove si ostacolano Völler e Klinsmann. Finché sale in cattedra l’arbitro Codesal, degno rappresentante della componente peggiore della manifestazione. Alla vigilia della quale, a confondere le idee ai direttori di gara, è intervenuto l’emergente segretario generale della Fifa, Sepp Blatter, dettando direttive inedite e particolari per la repressione del gioco duro, con l’espulsione prevista per il fallo da dietro e la negazione fallosa di una chiara occasione da gol.

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Maradona non riesce a replicare il miracolo di Messico 86

Risultato: una clamorosa disparità di giudizio, con i fischietti più meritevoli ma meno disposti ad accettare le nuove regole (in primis l’italiano Agnolin) prontamente epurati e i più ligi portati fino in, fondo. Non stupisce insomma che lo scarso arbitro Codesal, designato a sorpresa, decida la partita, dopo aver espulso Monzon per due fallacci su Klinsmann. Prima il fischietto resta muto su un clamoroso atterramento di Dezotti in area, poi fischia quando Sensini entra in scivolata sul pallone nell’altra area, togliendolo a Völler che cade. Brehme dal dischetto non trema davanti allo specialista Goycochea, che intuisce tuffandosi sulla destra, ma non può fermare la botta. L’ulteriore espulsione di Dezotti chiude virtualmente la partita. La cui raccapricciante bruttezza lascia a tutti l’amaro in bocca. Per il calcio è un vistoso passo indietro.

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