MONZEGLIO Eraldo: terzino gentiluomo

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Giocatore di Casale, Bologna e Roma, il leggendario campione azzurro è uno dei tre soli giocatori italiani — con Meazza e Ferrari — ad aver conquistato per due volte il titolo mondiale, nel 1934 e nel 1938.

Eraldo Monzeglio era nato a Vignale Monferrato, presso Alessandria, il 5 giugno 1906 e aveva esordito in A nel Casale a diciassette anni, nel ruolo di centromediano. Fisicamente robusto (1,73 per 74 chili), dotato di stile e potenza, arretrò quasi naturalmente a terzino, diventando uno dei migliori interpreti del ruolo. La qualità del tocco riusciva a celare la sua durezza spietata nei tackle; la battuta era potente e precisa: celebre il colpo al volo di collo pieno, con la gamba alzata e il ginocchio piegato a farla oscillare, che rimandava il pallone dalla propria area a quella opposta. Giocava terzino “di posizione”: schierato davanti al portiere, spazzava l’area chiudendo ogni varco. Fulvio Bernardini, già suo compagno di squadra, sosteneva che sarebbe stato un perfetto libero nel calcio moderno.

A vent’anni, militare a Bologna, venne ingaggiato dal club rossoblù, dove formò con Gasperi una esemplare coppia di terzini: impetuoso e grintoso quest’ultimo, lineare, scattante e preciso Monzeglio, dalla freddezza glaciale: «Per Monzeglio» scrisse Bruno Roghi «l’emozione è come polvere sul marmo: un soffio e se ne va». In nove stagioni mise insieme uno scudetto e due Mitropa Cup.

L’11 maggio 1930, Vittorio Pozzo lo lanciava in nazionale a Budapest, nella stessa partita in cui Peppino Meazza esordi clamorosamente al comando dell’attacco azzurro, segnando tre delle cinque reti con cui la grande Ungheria fu travolta dinanzi al suo pubblico, dapprima sbigottito e poi entusiasta.

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Novembre 1934, i protagonisti della battaglia di Highbury. Da sx: Pozzo, Bertolini, Meazza, Ferrari, Serantoni, Guaita, Orsi, Monzeglio, Ceresoli, Scopelli, Gianni, Vincenzi, Puccio, Monti e Carcano

Con la maglia numero 3 sulle spalle, Eraldo rappresentava una sicurezza assoluta, non solo e non tanto per le risorse tecniche e le qualità atletiche, quanto per l’inossidabile tempra morale. Fra lui ed il commissario tecnico federale si stabilì un rapporto molto simile a quello che nasce in trincea fra un buon soldato ed un ufficiale valoroso. Avevano in comune il dialetto, il temperamento, il senso del dovere, una severa concezione del lavoro e dello sport, un profondo patriottismo. Sono virtù che oggi possono anche apparire superate o addirittura, quando siano portate all’estremo, grottesche ma che in quei due piemontesi erano schiette ed autentiche come il vino della loro terra.

Eraldo aveva giocato già 21 volte per la nazionale e conquistato a Roma il primo titolo mondiale nella famosa finalissima del 1934 con la Cecoslovacchia di Planicka, quando l’anno successivo si trasferì alla Roma. Nelle file giallorosse aggiunse alla sua splendida collezione altre 14 maglie azzurre e soprattutto un secondo titolo mondiale.

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Monzeglio e Meazza in ritiro in montagna prima dei Mondiali 1938

Nella Coppa Rimet del 1938, che si disputò in Francia, dinanzi ad un pubblico particolarmente ostile contro la rappresentativa di un paese fascista, l’Italia ribadì nel modo più limpido il successo dell’edizione precedente, strappato col favore del fattore campo e in circostanze non sempre convincenti. La stima di Pozzo per Monzeglio era tale che lo volle con sé nel ritiro pre-campionato e gli fece disputare la partita di esordio nel torneo, sebbene Eraldo fosse a quell’epoca già sul viale del tramonto.

Ma a Roma il campione casalese aveva avuto un altro incontro destinato ad incidere sul suo futuro. Qui conobbe i figli del duce, Bruno e Vittorio, e finì per diventare amico di famiglia dei Mussolini, al più celebre dei quali impartiva anche a Villa Torlonia lezioni di tennis, la seconda passione sportiva della sua vita.

Un uomo diverso da Eraldo avrebbe tratto da quelle frequentazioni vantaggi di ogni genere. Monzeglio non pensò neppure di approfittare della benevolenza dell’onnipotente capo del governo. Invece nel momento in cui il fascismo cadde e Mussolini, virtualmente prigioniero dei tedeschi, fu ridotto sulle rive del Garda a coprire, con gli ultimi brandelli del suo prestigio, il pietoso ed infame inganno della repubblica di Salò, si ritrovò accanto come commesso, come umile e silenzioso collaboratore, il fedelissimo azzurro.

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Monzeglio, con il braccio fasciato, tra Bruno e Vittorio Mussolini

Eraldo non era fascista o antifascista. Era un galantuomo romantico, che riteneva suo dovere ripagare, nell’ora della sconfitta, la fiducia riposta in lui negli anni del trionfo. Con la liberazione, Monzeglio rischiò di finire davanti ad un plotone di esecuzione partigiano ma, secondo una leggenda non del tutto confermata, gli operai comunisti di Sesto San Giovanni intervennero in suo favore per due ragioni essenziali: la prima era che Eraldo non aveva fatto del male a nessuno, la seconda, che era un popolarissimo asso della nazionale, due volte campione del mondo. Se è vero, lo sport avrebbe fatto anche questo miracolo.

Comunque, la preoccupazione del fuoriclasse, appena scampato al mortale pericolo, fu di informarsi delle condizioni della famiglia di Mussolini, sconvolta dalla duplice tragedia di Ciano e dell’ex duce, turbata da una grave malattia di Anna Maria e per giunta piombata in gravi ristrettezze economiche. Monzeglio aiutò la vedova e i figli del dittatore, per quanto glielo permettevano le sue modeste risorse, e si rifiutò in ogni circostanza, respingendo offerte molto allettanti, di trasformare i suoi ricordi di Villa Torlonia e di Salò in un memoriale per i rotocalchi di grande tiratura.

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Assieme al grande Achille Lauro

La sua seconda stagione sportiva partì dall’immediato dopoguerra, quando cominciò a fare l’allenatore, mettendo a profitto i preziosi insegnamenti di Pozzo. Dalla Pro Sesto, nell’estate del ’49, fece il grande salto al Napoli, che allora era retrocesso fra i cadetti e, nel giro di un solo campionato, lo riportò in serie A. Con gli azzurri vesuviani rimase sei anni, per tornare sul golfo come direttore tecnico nel 1962, dopo una breve esperienza col Monza e con la Sampdoria. I

l finale della carriera gli avrebbe riservato, fra molte amarezze, ancora qualche soddisfazione alla Juventus, all’elvetico Chiasso, al Lecco. Ma il suo cuore era rimasto a Napoli. Qui aveva guadagnato la simpatia della folla, registrato risultati eccellenti e, soprattutto, fatto il terzo incontro importante della sua esistenza, quello con il comandante Achille Lauro.

Allevato nel culto della gerarchia e nel rispetto del capo, Eraldo era il solo allenatore con cui il grande, estroso e dispotico armatore potesse intendersi veramente. La sua esemplare educazione, la sua signorilità ed il suo disinteresse lo rendevano impenetrabile agli scarti di umore di un dirigente che concepisce i rapporti umani con i propri collaboratori come li concepivano i capitani della marina britannica del diciottesimo secolo. In una città in cui i tifosi e le belle signore lo adoravano, in mezzo ad un popolo che condivideva il suo sentimentalismo e ammirava la sua eleganza un po’ provinciale, il vecchio casalese visse i suoi anni più felici.

I fantasmi del passato gli tennero compagnia fino agli ultimi giorni nel suo eremo di Como, dove conduceva una vita modesta, dividendosi fra il circolo del tennis e l’affetto dei vecchi amici. Morì all’età di 75 anni il 3 novembre 1981, sepolto nel cimitero di Casale Monferrato, vicino alla tomba di Umberto Caligaris.
Un uomo d’altri tempi, un avventura umana se vogliamo ingenua, forte, ed esemplare.