Nadeshiko Japan, un fiore fa la storia del calcio

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Se cadi sette volte, rialzati otto volte. Questo proverbio giapponese incarna perfettamente lo spirito del paese del Sol Levante e le protagoniste di questa vicenda, le calciatrici della Nadeshiko Japan.
Dietro il nome della squadra di calcio femminile vi è un fiore, il nadeshiko (dianthus superbus, garofano sfrangiato o giapponese). Questo, legato alla parola Yamato (antico nome imperiale del Giappone), rappresenta nella tradizione nipponica l’idea di bellezza genuina e senza fronzoli, un insieme di grazia e stile. Caratteristica ben espressa dallo splendido fiore ed al contempo dalle ragazze della nazionale.

È il 2011, la nazionale maschile allenata da Alberto Zaccheroni ha vinto in gennaio la sua quarta Coppa d’Asia ed in Germania si giocano i campionati del mondo di calcio femminile. Alla rassegna iridata le giapponesi rischiano di non poterci andare, seppur qualificate tra le 16 partecipanti, perchè nel mese di marzo il terremoto, lo tsunami e il conseguente incidente nucleare di Fukushima hanno devastato il paese, oltre tutto impedendo loro di allenarsi per un mese. Anche quando l’attivita è poi ripresa, queste ragazze, non tutte professioniste e dovendo quindi fare altri lavori di giorno, si sono potute allenare solo di sera e praticamente al buio a causa del razionamento dell’energia elettrica.
Il 27 giugno le nipponiche debuttano in campo a Bochum contro la Nuova Zelanda. Scendono sul terreno di gioco reggendo un immenso striscione che recita così: “Agli amici di tutto il mondo grazie per il sostegno“. Vincono 2-1 con reti di Aya Miyama e Yūki Nagasato.

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Yuki Nagasato supera Cecilia Santiago nel match tra Giappone e Messico

Il 1° luglio, stavolta a Leverkusen, le nadeshiko strapazzano il Messico per 4-0 con una tripletta del capitano Homare Sawa e una rete di Shinobu Ohno. Nell’ultimo incontro, tenutosi ad Augusta, perdono per 2-0 contro l’Inghilterra, qualificandosi comunque seconde proprio dietro alle inglesi. Nei quarti di finale affronterano la Germania padrona di casa e grande favorita, vincitrice delle ultime 2 edizioni e 2 volte campione d’Europa. Di contro le giapponesi hanno come miglior risultato nella rassegna mondiale i quarti di finale raggiunti nel 1995. Nemmeno un ipotetico Spagna–Bulgaria tra i colleghi calciatori d’oggi renderebbe l’idea del divario esistente.

Così, il 9 luglio a Wolfsburg va in scena l’incredibile. Possesso palla delle ragazze allenate da Norio Sasaki e la Germania, imbattuta da 16 partite consecutive, prende di mira la porta avversaria. Inutilmente. Si va ai supplementari e al minuto 108 accade ciò che nessuno aveva previsto: la subentrata Karina Maruyama segna il gol decisivo e il Giappone va in semifinale. L’allenatrice tedesca, Silvia Neid, dirà a fine partita: “Avremmo potuto giocare per un altro paio d’ore ancora, ma non avremmo comunque vinto pur essendo le più forti.” Tra le tedesche resta in panchina Birgit Prinz, 214 presenze con la nazionale e 128 reti segnate (entrambi record assoluti), 3 volte migliore calciatrice del mondo e per 8 anni di fila la migliore in patria, contattata da Luciano Gaucci nel 2003 per giocare nel Perugia. Il Perugia di Al-Sa’adi Gheddafi, del Trio Medusa e di Serse Cosmi che a Lecce appenderà un cartello sulla panchina con su scritto “Il circo è al completo”.

Quattro giorni dopo, a Francoforte, va in scena la sfida con la Svezia. Le svedesi sono una squadra in forte ascesa e passano subito in vantaggio senza sorprendere nessuno. Ma le giapponesi non si abbattono. E vincono per 3-1 con un altro gol della Sawa ed una doppietta di Nahomi Kawasumi. I fiori del Sol Levante sono in finale.

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Stesso stadio, 17 luglio 2011, Giappone – Stati Uniti. Le statistiche parlano chiaro: nei 25 scontri precedenti le nipponiche non hanno mai vinto e la loro peggiore sconfitta è proprio un 9-0 contro le americane. Pronti, via e le statunitensi cominciano a bombardare la difesa avversaria senza sosta, lasciando indietro solo le briciole. 3 legni e vari salvataggi del portiere Ayumi Kaihori sembrano bloccare l’incontro sullo 0-0, ma al 69′ Alex Morgan segna per le strafavorite dal pronostico. Le ragazze di coach Sasaki sembrano vacillare concedendo altre chances alle rivali, ma all’81’ pareggiano con Aya Miyama.

Dopo un botta e risposta nel finale si va quindi ai supplementari. I quali cominciano con lo stesso spartito: le americane attaccano. Ed è così che al 104′ Abby Wambach, fuoriclasse a stelle e strisce, riporta in vantaggio la sua squadra. Sportivamente, una legnata per le giapponesi che concludono il primo extra time sotto di un gol. Pochi minuti per riprendere fiato e si ricomincia, stavolta con un diverso spartito: le nadeshiko non mollano, mai. E al 117′, grazie alla loro tenacia e forse anche a qualche oni interessato alla vicenda, Homare Sawa pareggia su calcio d’angolo con uno spettacolare colpo di tacco volante. Mancini, Zola e pochi altri, per capirci.

Le giocatrici di coach Pia Sundhage però provano a reagire avendo altre 2 occasioni, ma la partita termina 2-2 con le nipponiche in 10 per l’espulsione di Azusa Iwashimizu. Calci di rigore: Shannon Boxx si vede parare il tiro dalla Kaihori, la Miyama invece segna; Carli Lloyd tira fuori e la sua compagna Hope Solo para il tiro della Nagasato; Tobin Heath tira e la Kaihori para ancora, mentre Mizuho Sakaguchi segna; la Wambach realizza il suo tiro dal dischetto, ma Saki Kumagai chiude il match segnando a sua volta.
I garofani bellissimi ed indomabili hanno vinto. Il Giappone ha vinto il mondiale. Il calcio stesso ha vinto.

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Homare Sawa viene premiata sia come miglior giocatrice sia come capocannoniere della competizione. Nel gennaio del 2012 riceve il premio della FIFA come miglior giocatrice dell’anno e durante la cerimonia di premiazione è accanto a Leo Messi mentre indossa un delicatissimo kimono.
L’anno successivo la Nadeshiko Japan vince la medaglia d’argento alle Olimpiadi di Londra perdendo la finale proprio contro gli Stati Uniti per 2-1 (gol di Yūki Ōgimi, da nubile Nagasato), mentre il 25 maggio 2014 si aggiudica per la prima volta nella sua storia la Coppa d’Asia battendo in finale l’Australia per 1-0 con gol della Iwashimizu.

Questa potrebbe sembrare la trama di un manga o di un anime sportivo, potrebbe sembrare la nuova serie di Capitan Tsubasa (Holly e Benji), ma è una storia vera. Una storia vera che ha poi avuto un seguito a fumetti, il manga Nadeshiko no Kiseki – Kawasumi Nahomi Monogatari (Il miracolo del nadeshiko – La storia di Nahomi Kawasumi) ed un’apparizione di tutto il team campione del mondo nella serie animata Area no Kishi (Il cavaliere dell’area di rigore).

Una storia che esalta la metà forte e volitiva di un paese dove la discriminazione sessuale è ancora fortemente marcata. Una società, quella nipponica, brava a mascherarlo, ma fortemente maschilista; una società quasi inconsapevole nel crescere ragazze aggressive, reattive. Emergono così donne poco disponibili alla sottomissione cristallizzata nella figura classica della geisha, pur mantenendone la grazia. Donne che quando cadono, si rialzano. Sempre.

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