Nobili decadute: serie A, quanto mi manchi!

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Sono tante le piazze che vivono nel ricordo di un’antica gloria scomparsa. Club che hanno acceso la Serie A a girone unico prima di finire nei tornei minori.

ALESSANDRIA ANCONA CASALE
CATANIA CATANZARO CREMONESEUscremonesestemma
FOGGIAFoggia_Calcio_Since_2017 LECCELeccestemma LECCOcalcio-lecco-1912-vector-logo
LEGNANOLogo_Asscio_Legnano_1913 LUCCHESElucchese-1-255×255 MANTOVAMantova_1911
MESSINALogoACRMessina2017 PADOVAlogo_sito_2018_border PIACENZAPiacenza_Calcio_stemma.svg
PISALogo_PISA_SC_1909 PISTOIESEPistoiese_1921 PRO PATRIALogo_Aurora_Pro_Patria_1919
REGGIANAreggiana-logo REGGINALogo_Urbs_Sportiva_Reggina_1914_(adozione_2016) SIENAlogo-robur-siena
TREVISOLogo_ACD_Treviso TRIESTINALogo_U.S._Triestina VARESEVarese_logo

ALESSANDRIA

Nobile passato, quello dei piemontesi. Nei propri ranghi hanno ospitato giocatori illustri come Carlo Carcano, Adolfo Baloncieri, Pietro Rava, Luigi Bertolini, Felice Borel e Giovanni Ferrari. E qua mosse i primi passi il Pallone d’Oro Gianni Rivera. I grigi sono ormai assenti da troppo tempo dal calcio che conta, avendo messo piede nella massima serie per l’ultima volta nel 1959-60, stagione dell’addio di Rivera che passerà al Milan. In Serie A, il miglior risultato è il sesto posto ottenuto in due occasioni (nel 1929-30, nella prima edizione assoluta del torneo, e nel 1931-32). Gli anni Trenta furono un decennio ricco di soddisfazioni, se contiamo anche un settimo e un ottavo posto e una finale di Coppa Italia, persa nel 1936 contro il Torino. Ma il meglio gli alessandrini lo offrirono prima del Girone Unico: nel 1928 arrivarono vicinissimi al titolo, perdendo a poche giornate dalla fine 5-0 contro il Casale, cenerentola del girone finale (quella fu l’unica vittoria dei casalesi). Una sconfitta clamorosa, che di fatto lanciò verso lo scudetto i corregionali del Torino.


ANCONA

Non memorabili le due esperienze in Serie A dei dorici, retrocessi in entrambe le occasioni. Al primo anno, nel 1992-93, i marchigiani arrivarono penultimi, lasciandosi alle spalle solo il Pescara. Tra le poche gioie di Detari e compagni, un clamoroso 3-0 rifilato all’Inter nel varo dello stadio Conero (le prime partite vennero giocate al vecchio Dorico) e un 2-1 alla Fiorentina. Nella seconda esperienza, ultimo campionato a 18 squadre, la formazione di Menichini (poi di Sonetti e Galeone) si classificò ultima e i motivi per esultare furono davvero pochi: 13 punti totalizzati, appena uno in più del Brescia 1994-95, peggior formazione della storia della A. Fu un gruppo costruito male, nonostante la presenza di qualche veterano come Ganz, Hubner, Poggi, Di Francesco, Luiso e, da gennaio, Dino Baggio e il brasiliano Jardel (ben lontano dalle prodezze di Champions con il Porto). In quella squadra, debuttò in Serie A l’attaccante macedone Goran Pandev.


CASALE

Quattro campionati di Serie A giocati (l’ultimo nel 1931-32), però leggendola così faremmo un torto al Casale, che prima dell’era a girone unico non solo faceva presenza fissa nel massimo campionato, ma si laureò Campione d’Italia nel 1914, unica squadra di questa rassegna a potersi fregiare del titolo nazionale. I nerostellati costituivano assieme a Novara, Pro Vercelli e Alessandria il “quadrilatero piemontese”, secondo una definizione della Gazzetta dello Sport. Un poker di squadre capace di contendere la leadership alle due giganti della regione, Torino e Juventus. Lo scudetto del 1914 è il primo vinto da una città non capoluogo di provincia (in seguito, si aggiungerà solo quello della Novese nel 1922). Il club del Monferrato allestì una squadra temibile con l’obiettivo di fermare lo strapotere dei rivali storici della Pro Vercelli, all’epoca reduce da cinque campionati vinti in sei stagioni. Gli sforzi vennero ripagati e così i casalesi, trascinati dalle reti di Amedeo Varese e Angelo Mattea, scrissero il loro nome nell’albo d’oro, aggiudicandosi il girone piemontese-ligure, quello nazionale e infine la doppia finale contro la Lazio (7-1 in casa e 2-0 in trasferta).


CATANIA

Prima del recente exploit, che ha visto il Catania militare in A per otto stagioni di fila, i migliori risultati si verificarono negli Anni Sessanta, con tre ottavi posti in cinque stagioni. Erano gli anni del «Clamoroso al Cibali», pronunciato alla radio da Sandro Ciotti dopo una vittoria degli etnei sull’Inter all’ultima giornata; del secondo posto ottenuto al termine del girone d’andata nel 1960-61 e degli stranieri Szymaniak e Cinesinho. Poi c’è stato il ritorno nel Duemila, con la squadra capace di restare a lungo in A e di progredire anno dopo anno grazie alle giocate di Giuseppe Mascara (memorabile il gol da centrocampo al Palermo) e della foltissima colonia argentina (i portieri Bizzarri e Andujar, i difensori Alvarez e Silvestre, i centrocampisti Almiron, Izco, Castro, Gomez, Llama e Ledesma, gli attaccanti Ricchiuti, Bergessio e Maxi Lopez, passando per l’allenatore Simeone). La miglior versione recente è quella del 2012-13, con Rolando Maran in panchina: la squadra arrivò ottava, migliorando il record di punti dell’anno prima. Il tutto mentre i rivali del Palermo scendevano in B.


CATANZARO

Sette stagioni in A, di cui 5 consecutive, per il primo club calabrese arrivato al livello più alto del calcio italiano. Il Catanzaro sarebbe in realtà finito in B nel 1980, ma la retrocessione di Milan e Lazio per lo scandalo-scommesse lo riammise ai piani alti. Ripescaggio che i giallorossi dimostrarono ampiamente di meritare, piazzandosi al settimo posto per due campionati consecutivi. La “regina del sud” di Tarcisio Burgnich stupì l’Italia prima con le reti della bandiera Massimo Palanca (specialista nei gol su calcio d’angolo: 13 in carriera) e poi con quelle di Edi Bivi (vicecannoniere nel 1982). Oltre a Palanca, autore di 37 reti in A col Catanzaro, l’uomo-simbolo di quegli anni è il difensore Claudio Ranieri (225 presenze, di cui 128 in A: nessuno come lui). Esauritasi l’epoca d’oro, il Catanzaro ha poi galleggiato tra B e C1, per terminare in C2 negli anni Novanta. Rimetterà piede nei cadetti negli anni Duemila, quando vi militerà per due stagioni (retrocedendo in entrambe, ma venendo ancora una volta ripescato al termine della prima).


CREMONESE

Contando anche i campionati prima del girone unico, diventano 14 le partecipazioni dei grigiorossi, assenti ormai da vent’anni dal palcoscenico più prestigioso. Il momento d’oro si colloca nella gestione di Domenico Luzzara, con il picco vissuto tra il 1989 e il 1996, quando nella città delle tre t (“turòon, Turàs e tetàs: torrone, Torrazzo e tettone”) si respirò il clima della A per cinque stagioni, durante le quali la Cremonese si aggiudicò anche la Coppa Anglo-italiana nella prestigiosa cornice di Wembley. Il 1993-94 costituisce il campionato migliore mai disputato: per la prima volta arrivò la salvezza e gli uomini di Gigi Simoni la ottennero addirittura in carrozza, rimanendo in A anche nelle due stagioni seguenti. Tra i giocatori più rappresentativi, Vialli (fu il bomber della squadra promossa in A nell’84, per poi passare alla Samp, con Chiorri a compiere il tragitto inverso), Guarneri, Cabrini, Lombardo, Tentoni, Chiesa e Florijancic, mentre l’argentino Dezotti giocò la finale del Mondiale 1990 proprio da tesserato della formazione lombarda. In epoca recente hanno indossato il grigiorosso Astori e Sirigu, in Serie C (la categoria disputata maggiormente dal club).


FOGGIA

La Serie A è legata al nono posto di Oronzo Pugliese nel 1965 (con la denominazione Foggia&Incedit), ma soprattutto agli irripetibili Anni 90, quando Zdenek Zeman incantò tutti con un gioco votato all’attacco declinato nel 4-3-3 divenuto oggetto di studio. Promossi nella massima divisione nel 1990-91, i “satanelli” del presidente Casillo si salvarono al primo anno, nel 1991-92, giungendo noni. Lì era concentrato lo Zeman-pensiero: gioco veloce, molte reti segnate e altrettante incassate. Con 58 gol fatti e 58 subiti, il Foggia chiuse con il secondo miglior attacco e la seconda peggior difesa. In estate, i titolari furono venduti in blocco, compreso il mitico tridente Rambaudi-Baiano-Signori. Il ds Pavone si prese un rischio ingaggiando giocatori sconosciuti, molti dei quali provenienti dalla C (Di Bari dal Bisceglie, Di Biagio e Mandelli dal Monza, Seno dal Como, Fornaciari e Bacchin dal Barletta, Bianchini dalla Lodigiani, De Vincenzo dalla Reggina): considerati dalla critica come i principali candidati alla retrocessione, i “militi ignoti” si salvarono invece comodamente. E nel 1993-94, ecco un altro nono posto. Nel 2010-11, Zeman tornò per una stagione lanciando Sau e Insigne.


LECCE

Nella sua storia compaiono 15 campionati in A, con l’acuto del nono posto nel 1988-89 : una salvezza comoda grazie ai gol del Campione del Mondo 1986 Pedro Paolo Pasculli, 214 presenze (e 53 reti) in Salento tra l’85 e il ’92. Quella del 1989 fu anche la prima edizione di A chiusa senza retrocessione. Nel 1985-86, una vittoria all’Olimpico dei ragazzi di Fascetti, ormai condannati, tolse lo scudetto alla Roma. Da ricordare le due salvezze di Cavasin, nel 2000 e nel 2001, che portarono il tecnico a vincere la Panchina d’Oro. Al Via del Mare, poi, nella stagione 2004-05 non è mancato lo spettacolo con Zeman: grazie ai giovani Bojinov e Vucinic, i giallorossi si classificarono undicesimi, segnando 66 reti, una in meno della Juve campione, e incassandone 73, peggior difesa a essersi mai salvata in A.


LECCO

Il momento di gloria dei lombardi si colloca negli Anni 60, quando la formazione prese parte a tre edizioni della Serie A, grazie alle risorse del “presidentissimo” Mario Ceppi. Nel 1959-60, l’undici di Angelo Piccioli ottenne la prima promozione. Il debutto tra i grandi fu condotto in porto con la paurosa coda degli spareggi. Lecco, Udinese e Bari chiusero con 29 punti in classifica e per determinare l’ultima retrocessione si dovette ricorrere a un triangolare fra le squadre coinvolte: sul neutro di Bologna, il Lecco vinse 4-2 contro il Bari e impattò 3-3 con l’Udinese, risultati che condannarono i pugliesi. Sarà l’unica salvezza. L’anno dopo, infatti, i lecchesi scesero insieme a Padova e Udinese. Torneranno in A poche stagioni dopo, ancora con Piccioli alla guida, arrivando di nuovo secondi in B al termine di un serrato duello con la Reggina. Ma l’ebbrezza della massima divisione durò un anno solo: la squadra arrivò infatti ultima con appena diciassette punti. Nel congedarsi, il Lecco riuscì però a strappare un prestigioso 1-1 a San Siro contro il Milan. Gli unici volti che hanno preso parte a tutte e tre i campionati di A sono Facca, Clerici, Tettamanti, Pasinato e Sacchi.


LEGNANO

Tre apparizioni in Serie A e tre retrocessioni per i lombardi, che nel girone unico hanno vissuto pochi momenti esaltanti. Diversa è la situazione se aggiungiamo i campionati prima del 1929-30: diventano 11 le presenze. Guadagnata per la prima volta la massima serie nel 1919-20 per meriti sportivi, nel 1920-21 il Legnano vinse il raggruppamento lombardo e approdò ai gironi di semifinale, dove giocò un memorabile spareggio con il Torino, in quella che è la gara più lunga della storia del nostro calcio: l’incontro, terminato 1-1, proseguì con i supplementari, ed essendo il risultato ancora invariato al 120’, come da regolamento si proseguì “a oltranza”. Dopo due ore e trentotto minuti di gioco, ancora sulla parità, l’arbitro decise di sospendere le ostilità optando per un replay, ma le squadre, stremate, preferirono ritirarsi dalla corsa per il titolo senza disputare la ripetizione. Nel 1962-63 giocò nel Legnano, all’epoca in C, Gigi Riva, top player della storia del club. Oltre a “Rombo di tuono”, i giocatori più famosi applauditi al Giovanni Mari sono Allemandi, Demaria, Puricelli, Novellino, Pulici e Castano.


LUCCHESE

Se il ricordo della B è ormai lontano, visto che i rossoneri mancano dalla cadetteria dal 1999 (nel periodo in cui vi giocò il recordman di presenze e di gol, Roberto Paci), quello della A è ancor più sbiadito. Delle otto annate disputate nella massima serie (tredici, se sommiamo quelle prima del girone unico), l’ultima risale al 1951-52, quando risultò fatale lo spareggio contro la Triestina. Il miglior campionato in A è quello dell’esordio, nel 1936-37: la formazione dell’ungherese Erno Erbstein – allenatore scampato ai campi di lavoro nazisti grazie a una riuscita evasione e in seguito scomparso nella tragedia di Superga – arrivò al settimo posto, a pari merito con l’Ambrosiana Inter. La Lucchese fece parlare di sè da subito e subì la prima sconfitta soltanto a dicembre. I toscani retrocessero nel 1939, sospesero l’attività a causa della guerra e una volta tornati in campo riconquistarono la promozione nel 1946-47, prendendo parte ad altri cinque campionati di A: il migliore risultò quello del 1948-49 (ottavo posto). In epoca recente, hanno sfiorato la promozione nel 1991 con Orrico e nel 1996 con Bolchi.


MANTOVA

Negli Anni 50, nacque il mito del “piccolo Brasile”: questo il soprannome dei virgiliani nel loro periodo di massimo splendore, quando Edmondo Fabbri e Italo Allodi plasmarono un undici capace di divertire il proprio pubblico e di mettere a segno importanti risultati sportivi. E proprio da Mantova spiccarono il volo i due artefici di cotanto successo: Fabbri diventerà il Ct della Nazionale e Allodi dirigente della Grande Inter. Con il tecnico di Castel Bolognese, i virgiliani passarono dalla D alla A in un quadriennio e una volta scalata la montagna si rafforzarono con elementi di grosso calibro come Sormani, Nelsinho, Allemann, Schnellinger e Zoff. Il Mantova si ritrovò arbitro dello scudetto 1966-67: la vittoria all’ultima giornata sull’Inter tolse il titolo ai nerazzurri, a vantaggio della Juventus. Nel 1972 la squadra scese in B e l’anno seguente addirittura in C. Un declino inesorabile accompagnato da fallimenti e difficoltà finanziarie, finché nel 2004-05, guidati da Mimmo Di Carlo, i biancorossi tornarono finalmente in B, sfiorando nel 2006 la Serie A (finale dei playoff persa ai supplementari contro il Torino).


MESSINA

Due campionati negli Anni 60, tre negli anni Duemila (più cinque partecipazioni prima del girone unico). La presenza del Messina in A si riduce a due fasi della sua ultracentenaria storia, nella quale si sono susseguiti cambi di denominazioni, fusioni, scioglimenti e frequenti modifiche nei colori sociali. Nella prima esperienza in A l’uomo simbolo fu l’allenatore Umberto Mannocci, condottiero della promozione 1962-63 e della salvezza del 1963-64, ottenuta dopo un prolungato braccio di ferro con Sampdoria, Mantova e Modena. Quando Mannocci lasciò il Giovanni Celeste per approdare alla Lazio, la panchina fu affidata alla vecchia gloria Tonino Colomban, ma il club finì penultimo. Nel 2003-04 il Messina di Bortolo Mutti, subentrato all’ottava giornata a Vincenzo Patania, fu una delle sei promosse della B “extralarge” di quella stagione e tornò in A 39 anni dopo la precedente apparizione. Il settimo posto del 2004-05 costituisce, a oggi, il miglior piazzamento nella storia del club siciliano: furono le reti di Zampagna e Di Napoli a trascinare la squadra in quella indimenticabile annata, dove vanno ricordati il 4-3 inflitto alla Roma e il 2-1 rifilato a San Siro al Milan.


PADOVA

Le pagine più felici della storia del Padova sono quelle scritte da Nereo Rocco sul finire degli Anni 50: il paròn, proponendo il “catenaccio” che poi ripeterà al Milan, infilò una serie di risultati positivi che portarono la squadra all’ottavo posto nel 1955-56 e addirittura al terzo nel 1957-58. L’Appiani divenne uno stadio quasi inespugnabile e il Padova trasse forza dai suoi uomini cardine: Azzini, il mitico Scagnellato (recordman di presenze) e lo svedese Hamrin. Dopo quel podio, il Padova nei tre campionati successivi giunse rispettivamente settimo, quinto e sesto. Poi Rocco passò al Milan e i veneti scesero in B. Per rivederli in A bisognerà attendere il 1993-94, quando l’undici di Mauro Sandreani prevalse nello spareggio di Cremona contro il Cesena. E un altro spareggio, questa volta a Firenze contro il Genoa, permetterà ai patavini di mantenere la categoria nel 1994-95, al termine di una stagione ricca di soddisfazioni contro le grandi (vittoria al Delle Alpi contro la Juve e in casa contro le due milanesi). Le chiavi di quella salvezza furono i gol di Vlaovic, Maniero e Kreek. Nella stessa squadra giocava anche Lalas, primo statunitense nella storia della Serie A.


PIACENZA

Delle otto stagioni in Serie A, ben 7 sono state disputate con soli italiani in campo, caratteristica che ha contraddistinto il Piacenza fino al 2001, quando vennero ingaggiati i primi stranieri: i brasiliani Matuzalem e Amauri. Per molti anni i papaveri sono stati un’isola felice del nostro calcio: promossi per la prima volta nel 1991-92 con Gigi Cagni allenatore, hanno militato ininterrottamente nella massima serie tra il 1995 e il 2000. Epoca in cui si susseguirono gioie (vedi lo spettacolare 3-2 al Milan, con favolosa rovesciata di Luiso, il vittorioso spareggio- salvezza con il Cagliari nel 1996-97, e il dodicesimo posto del 1999) e dolori (umani, come la morte del presidente Leonardo Garilli nel 1996, e sportivi, come la retrocessione del 1993-94, che si consumò all’ultima giornata per via della vittoria della Reggiana a San Siro contro il Milan). A Piacenza, in quel decennio, si misero in mostra punte come Nicola Caccia, Gianpietro Piovani, Antonio De Vitis e, in B, Pippo Inzaghi. Meglio di tutti farà però Dario Hübner nella stagione 2001-02: “Tatanka” vinse la classifica marcatori, guidando gli emiliani a un altro dodicesimo posto e al record di punti in A (42).


PISA

Torino, 24 luglio 1921. Pro Vercelli e Pisa si sfidano nella finale per il titolo nazionale: sono i piemontesi, grandi favoriti, a spuntarla. Le reti di Ceria e Rampini spezzano le speranze dei pisani, a segno con Sbrana su rigore. Finisce 2-1: è il punto più alto toccato dal Pisa, nell’era della Serie A non ne arriveranno più di simili. Il momento migliore nel girone unico sarà rappresentato infatti dall’undicesimo posto del 1982-83, con Luis Vinicio in panchina. Gli anni Ottanta – quelli del celebre presidente Anconetani, personaggio famoso per la sua focosità e per la nomea di mangia-allenatori – vedono il Pisa in Serie A con regolarità. Alle tre retrocessioni seguono immediate risalite e in più arrivano in bacheca due Coppe Mitropa. I giocatori simbolo dell’epoca sono il portiere Mannini (recordman di presenze dei toscani in A) e il danese Berggreen, bomber della squadra. Dalla Serie A è assente dal 1990-91.


PISTOIESE

Nel 1980-81 il grande calcio torna a Pistoia, dopo la presenza del 1928-29 nella Divisione Nazionale. Purtroppo non si tratta di un’annata felice: la squadra del tandem Lido Vieri-Edmondo Fabbri retrocede in B con appena 16 punti, ultima e lontana dalla salvezza. Dopo una buona partenza, l’Olandesina crolla nel girone di ritorno, chiuso senza vittorie e con 9 sconfitte consecutive. Il simbolo di quell’amara stagione è il brasiliano Luis Silvio Danuello, considerato, ahilui, uno dei più clamorosi flop del nostro campionato. La leggenda narra che il suo acquisto sia frutto di un equivoco: alla ricerca di una punta che possa rinforzare l’organico, la Pistoiese sceglie Luis Silvio, che invece è una “ponta” (un’ala, in portoghese). Nelle sei partite in Italia viene schierato al centro dell’attacco, dunque fuori ruolo, non potendo sfruttare la sua velocità. In una stagione priva di entusiasmi, c’è comunque un momento indimenticabile: la vittoria del derby contro la Fiorentina, per di più in trasferta; Rognoni e Badiani firmano il risultato più sorprendente della tredicesima giornata, lanciando la Pistoiese al sesto posto. Poi, per Chimenti e compagni, arriverà il tracollo.


PRO PATRIA

La Pro Patria ha legato il suo nome al massimo campionato in due ondate. La prima è negli anni di passaggio da Divisione Nazionale (dove conta due partecipazioni) a Serie A: dal 1927 al 1933, la presenza dei lombardi è fissa e le salvezze agevoli. La seconda è compresa tra il 1947 e il 1956: 9 anni grazie ai quali Busto Arsizio entra a pieno merito nella geografia del pallone, partecipando a 8 edizioni del massimo campionato. La stagione da ricordare è quella del 1947- 48, la prima in A dopo un digiuno di 14 anni: la formazione di Aldo Biffi si piazza all’ottavo posto e in casa sbaglia pochissimo, totalizzando trenta dei suoi quaranta punti finali. Grande parte del merito è di Angelo Turconi, autore di 18 reti, che nella squadra bustocca ha vissuto gli attimi più esaltanti della propria carriera. Dopo la retrocessione del 1956, le cose peggiorano anno dopo anno e l’ultima presenza in Serie B si consuma nel 1966.


REGGIANA

Al termine del 1992-93 e 64 anni dopo l’ultima presenza del 1927-28, la Reggiana festeggiò il ritorno tra i grandi, vincendo il campionato di B con Giuseppe Marchioro allenatore. Nel primo anno in A, gli emiliani festeggiarono la salvezza grazie al “miracolo a Milano” dell’ultimo turno: l’1-0 esterno firmato da Esposito contro un Milan pieno di riserve e con la testa alla finale di Champions, valse il sorpasso ai danni di un furibondo Piacenza. In quella stagione, la migliore delle tre in A e l’unica conclusa con la salvezza, i reggiani vinsero anche contro l’Inter e lo storico derby dell’Enza in casa con il Parma. L’anno seguente, la Reggiana salì alle cronache per l’inaugurazione dello stadio Giglio (l’attuale Mapei Stadium utilizzato anche dal Sassuolo), il primo impianto di proprietà in Italia, che sostituì il vecchio Mirabello. Da dimenticare invece l’andamento della stagione, chiusa con la retrocessione e appena 18 punti conquistati. Scesi in B, gli emiliani ci misero un anno per tornare in A (la prima esperienza da allenatore di Ancelotti), ma anche un solo anno per tornare in B: nel 1996-97, ultimo posto per Lucescu (e poi Oddo), con 19 punti e due sole vittorie. In seguito a quella discesa, non ha più messo piede in A e, dal 1999, neppure in B.


REGGINA

I 9 campionati disputati in Serie A dalla Reggina hanno tutti il timbro del presidente Lillo Foti, in carica dal 1991. Se il Catanzaro è stata la prima squadra calabrese a spingersi così avanti, la Reggina detiene il primato regionale come numero di stagioni nella massima divisione. La prima esperienza in A è quella del 1999-00 e il debutto è da sogno: i ragazzi di Colomba pareggiano 1-1 in casa della Juventus. Nel 2001 arriva la prima retrocessione, allo spareggio col Verona. Nel 2003, altro spareggio-salvezza, stavolta vinto contro l’Atalanta. Nel 2004- 05, Mazzarri ottiene il miglior risultato della storia del club (decimo posto), ma il tecnico di San Vincenzo orchestra il suo capolavoro nella stagione 2006-07, iniziata con una penalizzazione di undici punti per lo scandalo di Calciopoli e terminata con la salvezza, grazie alle reti della coppia Bianchi-Amoruso (18 gol il primo, 17 il secondo, miglior risultato dell’intera carriera per entrambi). Senza penalità, sullo Stretto si sarebbe respirato il profumo d’Europa, con il raggiungimento dell’Intertoto.


SIENA

Nel 2001-02 il Siena lottò per la salvezza in Serie B e la panchina divorò tre allenatori: l’ultimo fu Giuseppe Papadopulo, che evitò la retrocessione, fu confermato al timone e l’anno seguente condusse la formazione alla vittoria del campionato, portando per la prima volta i bianconeri in Serie A. È l’inizio di una storia che durerà 10 anni, nei quali la squadra parteciperà 9 volte alla massima divisione. Le icone del più bel periodo del calcio senese sono il capitano Simone Vergassola, 334 presenze con la Robur (281 in A), e i bomber Massimo Maccarone, Enrico Chiesa ed Emanuele Calaiò, autori rispettivamente di 46, 32 e 28 reti. La stagione migliore in assoluto è quella del 2007-08, con Mario Beretta subentrato a stagione in corso ad Andrea Mandorlini: tredicesimo posto, come nell’annata del debutto, ma con più punti totalizzati e in una A allargata a venti compagini. Nel 2010 arrivò penultima e tornò in B, per risalire, dopo un solo anno di digiuno, con Antonio Conte. Retrocesso nel 2013, il club nel 2014 è dovuto ripartire dalla D.


TREVISO

Quindici scudetti nel rugby, 9 nel volley, 5 nel basket. Treviso è stata per anni una delle capitali dello sport. Non del calcio, però, dove detiene un’unica partecipazione alla A e nemmeno guadagnata sul campo. Nel 2004-05 furono introdotti i play-off in B: Ascoli e Treviso persero entrambi le semifinali contro Torino e Perugia, ma il caso-Genoa e il fatto che le due finaliste entrarono in crisi finanziaria resero necessari due ripescaggi, che portarono ascolani e trevigiani a partecipare alla Serie A 2005-06. I veneti ottennero così quella promozione per due volte sfiorata sul finire degli Anni 90, decennio irripetibile in cui vinsero tre campionati di fila con il tecnico Bepi Pillon (quello di D nel ’95, quello di C2 nel ’96 e quello di C1 nel ’97). E proprio con Pillon, tornato al Tenni nel 2004, pervenne il ripescaggio. La Serie A si rivelò dura per i biancocelesti, nel frattempo passati alla guida di Ezio Rossi: con 21 punti totalizzati, arrivarono ultimi (poi Calciopoli declasserà all’ultimo posto la Juventus).


TRIESTINA

Delle squadre passate in rassegna, la Triestina è quella che vanta più partecipazioni in Serie A, ben 26, l’ultima delle quali però nel lontano 1958-59. Nel 1938, gli alabardati offrirono alla Nazionale di Pozzo tre Campioni del Mondo: Bruno Chizzo, Gino Colaussi e Pietro Pasinati. Dieci anni più tardi giunsero secondi, al pari di Juventus e Milan alle spalle del Grande Torino. Allenatore era Nereo Rocco, al quale è oggi dedicato lo stadio dei giuliani: era la prima esperienza su una panchina per il Paròn, che nella sua Trieste aveva militato da calciatore, divenendo il primo triestino in azzurro. Aggiungendo il battitore libero alle spalle della difesa, Rocco importò in Italia il catenaccio e la tattica diede sin da subito i suoi frutti. E pensare che l’anno prima di quel sorprendente secondo posto la squadra era retrocessa in B, venendo poi ripescata per motivi di patria, essendo nel complicato contesto del dopoguerra: tra il 1947 e il 1954, la squadra giocò la A (pur non essendo la città parte del territorio italiano, ma del Territorio libero di Trieste), rendendosi di fatto l’unica compagine straniera ad aver mai preso parte al massimo campionato.


VARESE

La sera del 9 giugno 2012, tutta la città di Varese sognò il ritorno in Serie A dopo un’astinenza di 37 anni. La formazione di Rolando Maran perse la finale dei play-off contro la Sampdoria di Beppe Iachini: la sconfitta segnò la fine delle speranze dei bosini, che in campionato si erano piazzati davanti ai liguri. Per tornare nei piani alti, servirebbero investimenti come quelli del “cumenda” Giovanni Borghi, che rese grande il Varese negli Anni 60. Sotto la sua gestione, i biancorossi passarono in ventiquattro mesi dalla Serie C alla A, e una volta entrati nell’élite del pallone riuscirono a prendere parte a 7 edizioni nell’arco di 11 stagioni. Il debutto avvenne nel campionato 1964- 65: Hector Puricelli, il tecnico delle due promozioni consecutive, guidò la squadra alla salvezza. Nel 1967-68, stagione del ritorno della Serie A a 16 squadre, centrarono da neopromossi il settimo posto, miglior piazzamento della storia. Tecnico di quella bella annata era Bruno Arcari; bomber, il giovane Pietro Anastasi, il quale passò alla Juve in estate, non prima di vincere l’Europeo con l’Italia, firmando pure un gol in finale.