Non-gol d’autore: Scacco matto a O Rei

A Mexico 70, nella semifinale (già decisa) contro l’Uruguay, il Re verdeoro aggira il portiere Mazurkiewicz senza nemmeno toccare il pallone e tira. La sfera rotola lentamente, sfiora il palo, infine esce di poche… “diottrie”.

Osò affermare, un giorno, João Saldanha: «Pelé è miope». E poi: «Non copre abbastanza, non aiuta i compagni, devo sempre riprenderlo». Gli allenatori hanno un modo tutto loro per dire che non amano un giocatore. Invece di dichiararlo chiaro e tondo, cambiano discorso. Parlano di schemi, di tattica. Persino in Brasile.

La tattica sta agli allenatori come il mal di testa alle donne. È la scusa universale da usare quando le altre non attaccano. E quella della miopia, accampata a proposito di un signore che aveva già segnato quasi mille gol, era la più improbabile. Semplicemente, João Saldanha, chiamato nel 1968 a organizzare la spedizione a Mexico 70, non amava Pelé. Perché “O Rei” aveva una personalità egocentrica e insolente, perché sembrava quasi che il Brasile fosse lui da solo, perché, paradossalmente, copriva troppo. Anzi, copriva tutto.

Saldanha non era scemo. Sapeva che se c’era uno che gli poteva far vincere i Mondiali, miope o no, quello era il Re. La polemica, cavalcata dalla stampa, sarebbe evaporata in fretta, ma ne venne fuori un’altra. Dall’alto arrivò l’ordine di convocare Dario (Dada Maravilha), centravanti dell’Atlètico Mineiro, ben visto dal regime in quanto bianco.

«Il presidente Medici» fu la risposta di Saldanha «farebbe bene a governare il Paese e a non occuparsi di una cosa seria come il calcio». Il giorno dopo, il presidente della Federcalcio brasiliana, João Havelange, lo licenziò e lo sostituì con Mario Zagallo. Così imparava, il Ct, a dire che Pelé era miope e a chiamare soltanto gente di pelle scura.

Solo che Saldanha aveva ragione. Primo perché Dario era un mezzo brocco, come ebbe a certificare il suddetto Zagallo, che di quel Mondiale non lo fece giocare nemmeno per un minuto. Secondo perché Pelé era davvero miope.

Lo dimostravano, indirettamente, le sue estremità, che non sarebbero state così sensibili senza quella menomazione. Tatto e ingegno, localizzati nei piedi, supplivano alla vista corta come l’olfatto compensa i cani di non poter riconoscere le cose con le dita.

Forse ci vedeva maluccio, insomma, ma la miopia aveva ipersviluppato gli altri sensi. Come Beethoven. Sarebbe mai stato costui capace di concepire la Pastorale se non fosse stato sordo? Pelé avrebbe mai immaginato certe traiettorie se avesse potuto vederle?

A volte, tuttavia, tatto e ingegno non bastavano, e i suoi tiri finivano fuori di poche “diottrie”. Siccome le azioni che li precedevano erano quasi sempre strabilianti e poiché, alla fine, in genere, il Brasile vinceva, quei tiri quasi nessuno li ricorda con esattezza, al punto che molti non-gol di Pelé vengono citati tra le sue reti. Quello con la Cecoslovacchia, col pallone che terminò a lato di pochi centimetri. Quello con l’Inghilterra, con la Parata di Gordon Banks. E, naturalmente, quello con l’Uruguay.

Brasile-Uruguay: i capitani Luis Ubina e Carlos Alberto

Guadalajara, 17 giugno 1970. Qualche ora prima che Italia e Germania Ovest scrivano la più eccezionale pagina dell’epos calcistico moderno, Pelé ne redige una non meno straordinaria, seppure storicamente meno dirompente, brevettando un gesto mai ripetuto: il dribbling metafisico.

La semifinale contro la “Celeste” è risolta, la Storia è al sicuro. Pelé non trova un bivio: lo crea. Una biforcazione improvvisa fra la traiettoria sua e quella del pallone, tra l’essere e il non essere.

Lui e Gerson sono sulla trequarti uruguagia. Uno nello spicchio destro, l’altro in quello sinistro, speculari e apparentemente innocui. Gerson traccheggia col pallone, Pelé aspetta. Nulla, in quel fotogramma, lascerebbe immaginare l’incombere di un pericolo, se uno non conoscesse gli scacchi.

Perché se li conoscesse, capirebbe subito che Pelé sta per fare il movimento della torre, secco e verticale come la lama di un coltello, e che Gerson sta ragionando in modo obliquo e convergente, da alfiere, anche se poi la mossa in diagonale verso il compagno la delegherà al pallone.

Torre e alfiere si conoscono, e non si amano. Qualche anno dopo, addirittura, smetteranno di parlarsi, quando Pelé farà conoscere la sua lista dei 125 giocatori più forti di sempre omettendo Gerson, e questi straccerà la suddetta lista in diretta tivvù eruttando bile. Ma lì, a Guadalajara, pensano in simbiosi, come gemelli.

Ecco che partono, la torre e l’alfiere, diretti verso il loro ineluttabile rendez-vous. Pelé e il pallone si incroceranno all’altezza dell’arco di gesso che incorona l’area di rigore e si diranno quasi subito addio, perché Ladislao Mazurkiewicz è già lì che li aspetta. Il Re avrà giusto il tempo di controllare il pallone e aggirare il portiere oppure di calciare direttamente in porta.

Invece tira dritto, senza degnare di uno sguardo il pallone e, anzi, lasciandolo sfilare alla sinistra. Mazurkiewicz resta immobile sulla sua zolla verde, cercando di capire cosa sia successo.

Una volta fulminato il portiere, Pelé va a riprendersi il pallone che, è bene ricordarlo, nel frattempo non ha ancora avuto il bisogno di toccare. Lo recupera in posizione decentrata, nei pressi dello spigolo dell’area piccola, e calcia senza guardare, come farebbe un miope. La sfera rotola lentamente in diagonale, sfiora il palo, infine esce.

Anni dopo, con un video montaggio uno spot televisivo riuscirà a far entrare quel pallone. Il non-gol di Pelé, grazie alla tecnologia, sarebbe diventato un gol “vero”. Quel che è sempre stato, tranne la volta in cui il pallone uscì.

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