Oreste Del Buono: cronache spagnole

4 luglio 1982: Undici uomini e gli dei del Brasile

logo82-bar-address-wpIl luogo comune dice: il Brasile ha fatto ballare l’ultimo tango all’Argentina a ritmo di samba. Gli argentini hanno confuso i passi, hanno scambiato il calcione per il supercalcio. Maradona, senza la sorveglianza vigile e affettuosa di Gentile (sua baffuta balia, che in Italia-Argentina gli aveva impedito di sgarrare troppo) è stato intemperante, e si è fatto espellere. Che malinconico congedo dall’Argentina e che malinconico esordio in Spagna. Pesa sull’asso che ha maggiormente fallito al Mundial 1982 l’agra sentenza di Pelé che, come critico, è più inesorabile che come giocatore. Come giocatore a volte si commuoveva alla debolezza dell’avversario in difficoltà. Maradona piccolo con i grandi, grande con i piccoli. Il che starebbe a dire che l’Italia, calcisticamente parlando, proprio tanto piccola non è stata almeno con l’Argentina. Le ha fatto ballare il penultimo tango non a ritmo di samba, ma, comunque, a altri ritmi e con altre figure, guancia a guancia, per cosi dire. Sul mattone a tarantella, non so se mi spiego. Di samba saremo di turno noi domani. Un incontro difficile, d’accordo. Tutti o quasi gli osservatori stranieri ci danno per spacciati (a eccezione del compito e diplomatico commissario tecnico del Brasile, Tele Santana). E’ già un grande successo, però, essere arrivati ad affrontare il Brasile a pari punti e con una squadra che progressivamente è andata trovando forma e morale. Brasile-Argentina passa in archivio, dunque, l’archivio delle maggiori battaglie del Mundial 1982. Per scioperi e altre corporatività non mi è stata concessa la possibilità di descriverla, e tanto meno di tornare su Italia-Argentina che pure avrebbe meritato. Un giornale che non esce perde sempre una grande occasione. Un giornale che non esce per tre giorni, figurarsi. E’ per questo che conservo un ritaglio di quotidiano locale, la descrizione perfetta di una per tutte queste battaglie latine (anche della prossima Italia-Brasile s’intende). La lingua spagnola si esalta ed esalta: «Papelitos, bocinas, pitos, matracas, bombos, platillos, petardos, bombas de humo, serpentinas, rollos de papel higienico, bufandas, banderas, gorros, sombreros, paraguas, pancartas, balìes. canticos, cometas, gritos, mofas, polvo, sudor e hierro….». Per il tifoso italiano al seguito (e colgo anche questa, opportunità per confermarmi solo tale) Brasile-Argentina non è stata una partita tra appena due squadre, ma trilaterale. C’era anche l’Italia in campo, altroché. Le maglie azzurre si insinuavano, mescolavano, apparivano e riscomparivano, per riapparire con capricciosa puntualità tra quelle biancocelesti e quelle verdeoro, in un ricordo di Italia-Argentina e in un anticipo di Italia-Brasile. L’ammirazione per il Brasile era pressoché sconfinata, il cuore calciatore batteva al rimbombo dei tamburi e al clangore delle trombe, nella foresta tropicale costruita dalla torcida. E, tuttavia, irresistibili erano certe domande. Qui come avrebbe fatto Zoff? E Gentile? E Tardelli? Eccetera? Eccetera? Eccetera? Gli dei brasiliani hanno cancellato dal campionato del mondo i semidei argentini. Hanno precisato che l’unico calcio del futuro è il loro, il supercalcio che ha il suo filosofo nel dottore in medicina Socrates, il trampoliere barbuto ed elegante che irride per la naturalezza con cui spoglia le cose più straordinarie di ogni straordinarietà. Sulla carta i giochi paiono proprio fatti, eppure quelle maglie azzurre che nella mia allucinazione di tifoso italiano al seguito ho continuato a vedere allo stadio Sarria tra maglie verdeoro e maglie biancocelesti mi suggeriscono, non di sperare, ma di essere sicuro, sicuro che qualcuno almeno degli italiani (i tre citati, a esempio e per me massimamente Tardelli) scenderanno in campo per non rimediare una brutta figura. Ecco, subito, un mio errore. Non scenderanno in campo. Saliranno, un poco di esattezza non stona. Saliranno dal sottopassaggio degli spogliatoi, saliranno perché sono uomini ad affrontare gli dei. E’ una storia vecchia. Solo agli uomini è consentito lottare con gli dei. I semidei sono troppo compromessi, né carne né pesce. Dopotutto, le ultime notizie dagli spogliatoi sono incoraggianti. Il tono nervoso degli azzurri si mantiene alto: hanno di nuovo litigato con i giornalisti italiani al seguito, ormai loro abituali sparring partners. E questa volta, per la delizia di televisioni nostrane e straniere, nella mischia è generosamente entrato anche il ct. Bearzot. Tutti per uno, uno per tutti. La Nazionale è l’unica faccenda italiana che non mi risulti lottizzata dai partiti.