Oreste Del Buono: cronache spagnole

8 luglio 1982: Una sfida a 40° con i «terribili» polacchi

logo82-bar-address-wpEd eccoci a un’altra dura, difficile, pericolosa partita. Con l’Argentina e il Brasile, l’Italia è risultata favorita proprio dal partire sfavorita, con la Polonia è diverso. E i polacchi sono terribili sempre. I giornali di qui s’interrogano sulla parte per cui tiferà il Papa. Quando si è usciti dall’albergo il calore era sui 40 gradi «la temperatura mas alta del siglo in Barcelona». E pioveva cenere. Ma sì, cenere, «c» come Como, «e» come Empoli, «n» come Napoli, di nuovo Empoli, Roma, Empoli ancora. Cenere, appunto: guardavamo, perplessi, il cielo grigio e marrone. Ci hanno informato che bruciavano, intorno, i boschi della Catalogna e le fiamme si avvicinavano al rifugio degli azzurri. Brutti presagi. Nossignori, ci sono pur sempre gli azzurri. E, quindi, ci affidiamo agli scorbutici ragazzi in maglia color cielo vero che hanno contraddetto ogni pronostico con il piglio ribaldo del dispetto e dello scherno, con la forza del loro collettivo e soprattutto della loro concordia. Qualcosa tenteranno, dobbiamo esserne sicuri, anche contro l’insidiosa polaccheria. Gentile si è tagliato il baffo da questurino, come aveva promesso di fare se l’Italia si fosse qualificata alle semifinali. Ma è entrato in squadra in assoluta naturalezza da veterano il diciottenne Bergomi, con un similare baffo da carabiniere. Gli avversari potrebbero cadere in errore e reclamare per la presenza nella squadra italiana dello squalificato Gentile, terrore del delicati altrui. Tutto normale: Bearzot non alza la voce che, del resto, alza solo per difendere l’equipaggio della zattera Italia che ormai è oggetto esclusivamente di elogi. Bearzot bisbiglia che non è in grado di dare la formazione, questa volta ci sono di mezzo due o tre infortunati, che potrebbero o non potrebbero recuperare. Lui non se la sente di dare neppure i soliti sedici nomi. Dall’Italia arrivano notizie di feste, tripudi, trionfi, sbandamenti politici, riprovazioni moralistiche per gli eccessi. Anche i giornalisti al seguito qui sono diventati festanti, ma gli scorbutici ragazzi in maglia color cielo vero non si lasciano indurre alla loquacità o alla cordialità. Impressionano comunque di più le notizie dal Brasile, con il loro carico di disperazioni, infarti e suicidi a catena, ribellioni e polemiche politiche, tendenze immorali agli eccessi. E’ triste che un Paese, Italia o Brasile, dipenda talmente da un gioco. Il gioco del calcio rischia di non essere più un gioco. Eppure, l’altra sera, allo stadio Sarrià, alla fine di Italia-Brasile la «torcida» era apparsa così tranquilla. Forse troppo tranquilla, avremmo dovuto capirlo, era stata seduta, senza suoni e senza movimenti, una macchia verdeoro di umiliazione. Poi i tifosi brasiliani erano venuti a complimentare i tifosi italiani con triste lealtà. E subito dopo erano scomparsi dallo stadio, dalle «ramblas», dagli alberghi, da Barcellona. Un esodo di massa fulmineo, avevo sperato che almeno loro fossero capaci di considerare un gioco il calcio. Invece, no. La tristezza ha preso il sopravvento, quel sentimento tipico brasiliano che è la «saudade» ha preso a mietere tra quei tifosi dolci, appassionati, esemplari. Mi dispiace sinceramente per loro. Che si debbano scontare come colpa anche le nostre vittorie?