Oreste Del Buono: cronache spagnole

22 giugno 1982: Fischietti e facce di bronzo

logo82-bar-address-wpE’ una gran cosa la televisione quando trasmette in diretta. Può trasmettere gioie e dolori. Può trasmettere cadute e resurrezioni. Certo quello che impressiona di più è un delitto in diretta. Soprattutto quando il delitto non è cruento, ma sportivo, quindi non raccapricciante, ma intrigante e clamoroso perché visto contemporaneamente da milioni e milioni di persone, teoricamente la metà della popolazione mondiale, facciamo pure uno sconto, un quarto, un quinto, un sesto almeno, una fetta. Il delitto compiuto dall’arbitro danese Henning Lund Sorensen a sfavore della Jugoslavia e a favore della Spagna fa ancora parlare. Ed è giusto che se ne parli ancora. Giusto eppure inutile, perché lo scandalo lascia il tempo che trova. Infatti, il comportamento scandaloso degli arbitri a favore della squadra di casa, della squadra organizzatrice e ospitante è di prammatica. Non una delle edizioni del campionato mondiale, prima Coppa Rimet, ora Coppa Fifa, è trascorsa senza il verificarsi di interventi arbitrali al di sotto di qualsiasi sospetto. Nel suo saggio «La tribù del calcio» l’etologo inglese Desmond Morris descrive sette tipi di arbitri: l’arbitro cieco: ovvero quello che si considera sostenitore del gioco veloce, e, quindi, pare non essersi portato neppure il fischietto in campo e il protettore e il prediletto dei duri spezzagambe; l’arbitro fischiatore: ovvero quello che pare, al contrario, essere in campo solo per il fischietto e spezzettare il gioco, amato dai molli gambefiacche; l’arbitro casalingo: ovvero quello che ritiene che i falli dei duri della squadra di casa non siano altro che contrasti un poco esuberanti, e non li fischia, mentre agli avversari fischia persino le intenzioni; generalmente timido, nervoso, incoerente e agitato dalla malattia peggiore per un arbitro, il desiderio di piacere almeno a una parte… Fermiamoci qui. Desmond Morris, come in altri punti del suo pur ponderoso studio sbaglia, e non conviene concedergli ulteriore spazio. L’arbitro di casa che si esibisce al Mundial 1982 non è per nulla timido, nervoso, incoerente e agitato da una grave malattia. E’ cosciente, determinato, freddo e sfacciato, una faccia di bronzo capace di sfidare qualsiasi concorrenza. Al Mundial 1982, come in ogni campionato mondiale che si sia sino a oggi disputato, non c’è una sola casa da rispettare. Ma le decisioni dell’arbitro che nel gergo calcistico inglese è detto homer si adeguano alla gerarchia delle case. Quando nella prima partita del loro gruppo la Russia minaccia di metter sotto il Brasile, l’arbitro Lamo Costalo (spagnolo) si preoccupa che il vantaggio dei russi non cresca eccessivamente, e così annulla poi e non vede falli da rigore, conducendo in porto la riscossa e la vittoria dei brasiliani. E’ importante per il successo economico del torneo che il Brasile, uno dei grandi favoriti, parta subito bene, soprattutto bisogna ricordare che il Brasile è la terra natale di Joao Havelange presidente della Fifa. E via di seguito, sino al rigore inesistente concessa da Henning Lund Sorensen alla Spagna. Ma non è finita, la storia continua, continuerà. Un tempo, i delitti arbitrali avvenivano sotto gli occhi di poche migliaia di persone, e poi se ne parlava, ma più che altro per sentito dire. Oggi tutti vedono che il fallo di Zajec su Alonso è avvenuto fuori dall’area di rigore jugoslava di un due, tre metri e che, quindi, non era il caso di assegnare un rigore. Certo, a rigor donato non si guarda in bocca. Tra i quotidiani della Galizia, a esempio il «Faro de Vigo» commenta «el penalty senalado a favor de Espana existó unicamente en la imaginacìon del arbitro» e «La Voz de Galicia» ricordando la partita precedente della Spagna contro Honduras, pure salvata da un rigore, rincara: «La Invencible ha aldo salvada, hasta onora, por un argentino y un danés. El nordico pone la nota esotica, porque para el Espana, Irlanda està previsto un paraguapo…». Almeno i giornalisti galleghi sono di una rara onestà. Forse perché non si sentono troppo coinvolti nelle vicende spagnole. Anzi, al contrario.