PAISLEY Bob: ufficiale e gentiluomo

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Era già tutto scritto al momento del ritiro di Bill Shankly. Il nuovo allenatore del Liverpool sarebbe stato Bob Paisley. La linea ereditaria della mitica “Bootroom ” dei Reds non ammetteva repliche. La “Bootroom” (letteralmente, lo stanzino delle scarpe) era il luogo dove lo staff tecnico del Liverpool si riuniva per discutere temi tecnico-tattici, o anche solamente per bere un thè e scambiare qualche opinione. Ne facevano parte Bill Shankly, Bob Paisley, Joe Fagan, Ruben Bennett, Ronnie Moran, Roy Evans e Tom Saunders. C’erano state delle speculazioni da parte della stampa nei giorni immediatamente successivi al ritiro di “Shanks” circa il nome del successore: Brian Clough era il più gettonato ma i dirigenti dei Reds non ebbero dubbi. Bob Paisley era l’erede naturale del grande Shankly, era stato il suo braccio destro durante tutti quegli anni, lo aveva aiutato, aveva appreso diverse nozioni tattiche, qualche segreto. Così il management sperava che proprio lui potesse proseguire il ciclo aperto da Shankly.

In realtà Paisley andò ben oltre le più rosee aspettative. Il suo predecessore era un uomo loquace, un grande comunicatore con uno spiccato senso dell’umorismo e un tempismo unico per le frasi a effetto. Paisley, al contrario, amava stare lontano dalle luci della ribalta, era introverso e tranquillo, non amava apparire ed era totalmente agli antipodi rispetto allo stereotipo dell’allenatore degli anni ‘70, una figura estroversa, appariscente, televisiva. Paisley era un manager all’antica, si concentrava sulla squadra e sui giocatori piuttosto che sulla promozione della propria immagine. In soli nove anni divenne l’allenatore più vincente nella storia del Liverpool. Certo, le fondamenta di quella grande squadra erano state gettate da Shankly, ma è ingiusto e ingeneroso dire che Paisley trovò la minestra già pronta. Il Liverpool della secondà metà degli anni ‘70 aveva una sua precisa identità, Paisley aveva modificato il gioco dei Reds dandogli una decisa impronta continentale che gli avrebbe permesso di trionfare in Europa.

Bob Paisley è cresciuto correndo a perdifiato lungo le ampie vallate della contea di Durham, nell’Inghilterra del nord, dove rimase fino ai vent’anni, lavorando come muratore e giocando come mezzala nella compagine dilettantistica del Bishop Auckland con la quale vinse la F.A. Cup amatoriale. Nel 1939 ricevette la chiamata dal Liverpool e si precipitò ad Anfield dove prese avvio la sua carriera di calciatore professionista. Vestì la maglia dei Reds per 15 stagioni, fino al 1954, quando decise di appendere le scarpe al chiodo. Giocando al fianco del grande Billy Liddell, vinse il campionato nel 1947 dopo essere stato impegnato durante la Seconda Guerra Mondiale nell’ottava Armata inglese, arruolato fra i “topi del deserto” di Montgomery di stanza fra Africa e Italia. «L’ultima volta che sono stato a Roma, ero all’interno di un carro armato», disse Paisley alla vigilia della finale di Coppa dei Campioni del 1977.

Dopo il ritiro da calciatore entrò a far parte dello staff tecnico del Liverpool e iniziò a studiare fisioterapia. Nel periodo compreso fra l’arrivo di Shankly (1959) e il suo ritiro (1974), Paisley fu una figura di spicco della “Bootroom”, lavorava gomito a gomito con il manager, lo informava sulla condizione fisica dei giocatori, sugli infortuni e scambiava con lui anche opinioni tattiche. Un lungo apprendistato che gli sarebbe tornato utile in futuro. Rimase nell’ombra, ascoltò e studiò i metodi di Shankly, si abbeverò alla sua fonte finché non fu pronto per camminare da solo.

C’era grande pressione attorno al nuovo manager del Liverpool, il cui lavoro sarebbe stato inevitabilmente confrontato con quello del predecessore. Proprio come Shankly, anche Paisley ebbe un occhio di riguardo per i giocatori delle categorie inferiori e il suo primo acquisto fu proprio uno di essi: Phil Neal, ventitreenne difensore del Northampton Town. La prima stagione alla guida dei Reds non fu esaltante anche se il secondo posto in campionato fu un discreto risultato. Paisley capì che per competere con le squadre più forti d’Europa il Liverpool necessitava di un miglior controllo del gioco e di una maggiore personalità. Per questo si affidò a giocatori esperti, senza mai sfruttare troppo il vivaio e giovani come invece aveva fatto Shankly in precedenza. «Il Liverpool deve giocare partite durissime. C’è bisogno di giocatori esperti che sappiano sempre cosa fare», diceva il tecnico.

Nella seconda stagione ad Anfìeld si cominciarono a vedere i frutti dell’operato di Paisley, la cui fiducia cresceva giorno dopo giorno. I Reds vinsero campionato e Coppa Uefa (battuto in finale il Bruges), Kevin Keegan e John Toshack furono le principali bocche da fuoco, innescate dal giovane prodotto di casa Jimmy Case e da Ray Kennedy, l’ultimo acquisto dell’era Shankly che Paisley aveva spostato da centravanti a centrocampista centrale. Dopo la doppia conquista arrivò un’estate molto calda per la dirigenza del Liverpool. Kevin Keegan, la stella della squadra, aveva fatto richiesta di trasferimento all’estero, al Real Madrid. Il management era però stato capace di resistere, strappando un accordo a King Kevin. Se lui avesse contribuito al successo in Coppa dei Campioni del Liverpool, la società lo avrebbe lasciato libero di andarsene la stagione seguente.

I Reds erano una squadra solida e intelligente, capace di tambureggianti forcing offensivi tipici delle formazioni britanniche, ma anche di contenere e gestire la palla nelle situazioni di vantaggio. Era insomma pronto per l’assalto all’Europa. Il Liverpool vinse il campionato ‘76-77 con un punto di vantaggio sul Manchester City, grazie a una parte finale di stagione strepitosa con 16 risultati utili consecutivi dopo una breve crisi a cavallo di Natale culminata in una sconfitta umiliante con l’Aston Villa (1-5) e in uno stop inatteso con il West Ham (0-2). Nel frattempo il cammino europeo aveva portato i Reds fino all’ultima fermata: la finale di Roma contro il Borussia Monchengladbach.

Dopo aver perso la finale di F.A. Cup contro il Manchester United solamente cinque giorni prima, il Liverpool si presentò all’Olimpico pronto a centrare il successo più prestigioso, spinto dall’entusiasmo e dal tifo di 30.000 supporter inglesi. Gli uomini di Paisley si dimostrarono più forti dei tedeschi e con un netto 3-1 si aggiudicarono il trofeo, mandando in delirio l’immensa macchia rossa che colorava l’Olimpico.

Come promesso a inizio stagione, i Reds liberarono Keegan, che venne acquistato dall’Amburgo per 500.000 sterline e rimpiazzato dalla stella scozzese Kenny Dalglish, che approdò a Anfield per 440.000 sterline. Con lui arrivarono anche Alan Hansen dal Partick Thistle, un libero destinato a diventare uno dei pilastri delle vittorie future dei Reds e, a stagione in corso, un altro scozzese, Graeme Souness. In campionato il Liverpool si dovette arrendere al sorprendente Nottingham Forest di Brian Clough, neopromosso dalla Division Two, ma in Coppa dei Campioni impose nuovamente la sua legge. La finale con il Bruges vedeva gli inglesi nettamente favoriti. L’allenatore dei belgi, Ernst Happel, impostò la partita per arrivare ai rigori, ma la maggior classe del Liverpool emerse nel secondo tempo, quando Dalglish segnò la rete della vittoria fra il tripudio di Wembley colorato di rosso. Era la definitiva consacrazione dello scozzese nei cuori dei tifosi del Liverpool, che non avevano accolto bene la cessione di Keegan. Dalglish li ripagò con 27 reti stagionali e quella decisiva per la Coppa Campioni.

I Reds ripresero a dominare in patria con due titoli consecutivi, mentre in Europa la loro dittatura si interruppe a favore del Nottingham Forest, finché nel 1981 la Coppa dei Campioni tornò nella bacheca di Anfield grazie alla vittoria sul Real Madrid, in una delle più brutte finali della manifestazione, grazie a un gol di Alan Kennedy, altro colpo messo a segno da Paisley due estati prima. Ormai il tecnico era uscito dal cono d’ombra di Shankly, aveva dimostrato di saper gestire da solo la squadra ed era diventato il primo allenatore inglese a vincere tre Coppe dei Campioni.

L’estate del 1981 segnò l’addio di Clemence ad Anfield Road: uno shock per i tifosi. Paisley però si dimostrò una volta di più un mago pescando l’istrionico Bruce Grobbelaar, portiere dello Zimbabwe, nei Vancouver Whitecaps. Intanto il manager aveva deciso di lanciare il giovane irlandese Ronnie Whelan e un attaccante gallese, scovato in quarta divisione, destinato a lasciare un segno indelebile nella storia del club: Ian Rush. Dopo la Coppa dei Campioni del 1981 arrivarono altri due titoli consecutivi e due Coppe di Lega.

Alla vigilia della finale del 1983 di quest’ultimo trofeo Paisley aveva confidato il desiderio di ritirarsi. A Wembley il Liverpool batté il Manchester United per 2-1 e al momento di salire i fatidici 39 gradini che portano al palco reale dell ‘Empire Stadium il capitano dei Reds, Graeme Souness, volle che fosse Paisley a precedere i giocatori e alzare il trofeo. Era la prima volta che un allenatore percorreva per primo la salita della tribuna per levare al cielo una coppa. In nove anni di carriera Paisley aveva vinto 13 trofei: 6 campionati, 3 Coppe dei Campioni, 1 Coppa Uefa e 3 Coppe di Lega. Il suo unico rimpianto fu la F.A. Cup. Nel maggio del 1983 si ritirò, nell’85 ottenne una carica di dirigenziale che occupò fino al ‘96, quando morì stroncato dall’Alzheimer.