Perù 1970: tragedia e trionfo

Nei giorni in cui il Perù subiva uno dei peggiori disastri naturali della sua storia, la nazionale di calcio si apprestava a partecipare ai Mondiali in Messico.

Il 31 maggio 1970 un devastante terremoto sottomarino colpì le coste del Perù, innescando una delle peggiori tragedie naturali della storia recente. Un’enorme valanga di roccia, ghiaccio e neve, larga quasi 3000 metri e lunga 1,6 km, si abbatté sulle città costiere seppellendo tutto sul suo cammino. Il bilancio fu terribile: circa 70.000 morti e quasi un milione di sfollati.

Intanto a migliaia di chilometri di distanza, in Messico, la nazionale peruviana di calcio si stava preparando per i Mondiali 1970, con l’ombra dell’immane catastrofe a gravare sui giocatori. Due giorni dopo il terremoto, il Perù avrebbe dovuto affrontare la Bulgaria nella gara d’esordio. Una sfida non solo sportiva, era soprattutto un’occasione per ridare speranza a un Paese tragicamente ferito.

Un Cammino Accidentato 

La storia calcistica del Perù è un susseguirsi di sventure e occasionali lampi di genio. Per una nazione spesso oscurata dai più blasonati vicini come Brasile e Argentina, il Perù ha regalato memorabili esempi di coraggio, sacrificio e, purtroppo, anche disastri.

Il patrimonio calcistico peruviano riflette infatti le contraddizioni del Paese. Nel 1964, durante una gara di qualificazione alle Olimpiadi di Tokyo contro l’Argentina allo Stadio Nazionale di Lima, scoppiò uno dei peggiori tumulti della storia del calcio.

La situazione era questa: un pareggio contro l’albiceleste a Lima avrebbe qualificato il Perù per il torneo olimpico. L’argentino Nestor Manfredi portò in vantaggio la sua squadra, risultato che si fissò fino al 88° minuto quando il Perù trovò la rete del pari. Ma l’arbitro uruguaiano annullò il gol scatenando le proteste dei tifosi locali. Due spettatori scavalcarono le recinzioni venendo brutalmente respinti dalla polizia antisommossa. Questo gesto infiammò ulteriormente gli animi dei tifosi che accesero falò e lanciarono oggetti in campo.

Le autorità peruviane ordinarono l’uso di gas lacrimogeni sugli spalti, innescando il panico e una drammatica calca verso le uscite che causò 312 morti e oltre 500 feriti. Se dentro lo stadio la tragedia fu immensa, fuori le strade furono scenario di ulteriore violenza. Veicoli e edifici furono danneggiati, tre poliziotti persero la vita, uno dei quali fu linciato da una folla inferocita che lo gettò dalle gradinate dello stadio.

Lo storico peruviano Jorge Basadre riassunse così le cause di quella incredibile esplosione di violenza:

“Il nostro popolo, specialmente nelle classi più umili, è pieno di tensioni, frustrazioni, passioni oscure e rabbie represse. Questa situazione si è acuita a causa dell’esplosione demografica e della povertà delle masse… Questa gente ha perso speranza. Quando accade, a volte le persone si comportano più come bestie che come uomini”.

La catastrofe non è estranea al calcio peruviano. Negli anni ’30, durante un tour in Perù della squadra uruguaiana Bella Vista, in una partita contro una formazione di Arequipa alla presenza di soldati peruviani, un fante indignato per la sconfitta invase il campo venendo picchiato dalla polizia. Vedendo il compagno ferito, altri soldati si unirono alla mischia e gli agenti aprirono il fuoco uccidendo cinque uomini.

Il calcio peruviano è caotico come il contesto sociale e politico del Paese. Durante la presidenza di Fernando Belaunde negli anni ’60, l’instabilità politica era dilagante. I continui contrasti si placarono nel 1968 quando il generale Juan Francisco Velasco attuò un colpo di stato incruento contro Belaunde, costringendolo all’esilio. Nelle settimane successive, l’industria petrolifera fu nazionalizzata, le aziende straniere furono bandite e fu imposto un severo controllo sulle importazioni, rendendo difficile per calciatori e allenatori stranieri lavorare in Perù.

Due anni dopo, il terremoto dell’Ancash sconvolse il Perù. Con quasi 70.000 morti e un milione di sfollati, i giocatori della nazionale in Messico furono investiti dell’enorme responsabilità di rialzare il morale della nazione affrontando la Bulgaria all’esordio mondiale.

La Strada per il Messico 

Il cammino del Perù verso i Mondiali 1970 fu tutt’altro che agevole. Una gara di qualificazione contro la Bolivia, nella rarefatta atmosfera de La Paz, fu teatro dell’ennesima scorrettezza arbitrale orchestrata da una rivale, in questo caso l’Argentina.

Il portiere argentino Cejas nel match decisivo con il Perù per l’accesso a Mexico 70

Con il Perù in lotta con l’Argentina per un posto in Messico, gli argentini corruppero l’arbitro jugoslavo ma naturalizzato venezuelano Sergio Chechelev affinché favorisse la Bolivia. I padroni di casa erano in vantaggio 2-1 quando un regolare gol di Alberto Gallardo, un potente tiro di sinistro, fu incredibilmente annullato regalando alla Bolivia la vittoria.

Sconcertato dall’ingiustizia, il peruviano Roberto Challe colpì con una testata Chechelev gettandolo a terra. Seguì una scena da film comico: l’arbitro, stordito, non vide chi lo aveva colpito. Rialzatosi, trovò il centrocampista Ramon Mifflin di fronte a sé e, convinto fosse stato lui, gli mostrò il cartellino rosso. Solo anni dopo Chechelev ammise di essere stato pagato dagli argentini per favorire la Bolivia.

Ma la speranza dei peruviani non si spense. Nell’ultima drammatica gara di qualificazione, un insperato 2-2 in casa dell’Argentina grazie a una doppietta di Oswaldo Ramirez consentì al Perù di staccare il pass per il Messico, lasciando a casa la stessa Argentina per la prima volta nella storia dei Mondiali.

Messico 1970

Poche ore dopo lo 0-0 tra Messico e URSS nella gara inaugurale dei Mondiali, i peruviani furono informati della tragedia che aveva colpito il loro Paese.

In un’epoca in cui le comunicazioni non erano istantanee come adesso, nessun giocatore peruviano aveva notizie certe sulla sorte dei propri cari. Decisero comunque di proseguire il torneo, puntando tutto sull’orgoglio di rappresentare l’iconica maglia a strisce rosse davanti al lutto della nazione.

Con la mente ovviamente altrove, il Perù scese in campo allo Stadio Nou Camp di León per l’esordio contro la Bulgaria. I bulgari si portarono avanti di due reti nei primi 50 minuti, ma poi l’ingresso in campo di Hugo Sotil al 51′ cambiò l’inerzia della gara. In appena 23 minuti il Perù ribaltò il risultato con le reti di Gallardo, Chumpitaz e il gioiello di Teofilo Cubillas che siglò il 3-2 con una splendida giocata personale. Una vittoria che contribuì a rialzare il morale di una nazione profondamente ferita dal terribile terremoto.

Un momento di Bulgaria-Perù 2-3

Quattro giorni dopo, contro il Marocco, il Perù faticò ad imporsi. Lo 0-0 resistette fino al 65′ quando ancora una volta i sudamericani trovarono l’accelerata vincente, realizzando tre reti in 10 minuti con Challe e una doppietta di Cubillas per il 3-0 finale.

La terza e ultima gara del girone vide il Perù opposto alla corazzata della Germania Ovest. Questa volta, complici un avvio distratto, vennero travolti da un portentoso Gerd Müller autore di una tripletta nei primi 45 minuti. Cubillas accorciò le distanze allo scadere del primo tempo, ma fu un fuoco di paglia. Il 3-1 per i tedeschi condannò il Perù al secondo posto nel girone dietro la Germania Ovest.  

Nei quarti di finale il Perù si trovò così di fronte il Brasile campione in carica, forse la più forte Nazionale di sempre. La Seleção di Pelé, Rivelino, Tostão e Jairzinho palesò subito la sua superiorità, andando sul 2-0 dopo 15 minuti con le reti di Rivelino e Tostão. Gallardo accorciò le distanze prima dell’intervallo. Nella ripresa Tostão firmò il 3-1, ma Cubillas gli rispose immediatamente riportando il Perù a -1. A 15 minuti dal termine però Jairzinho siglò il definitivo 4-2 spegnendo le velleità peruviane.

Il sogno iridato del Perù si arrese di fronte ai futuri campioni del mondo, ma la squadra uscì a testa altissima avendo onorato la propria nazione in un momento così tragico.