Piero Campelli, gioventù al potere

È risultato per più di cent’anni il più giovane portiere ad aver esordito nella nazionale italiana (record battuto solo nel 2016 da Gianluigi Donnarumma), ed è tuttora il più giovane estremo difensore che abbia indossato la maglia dell’Inter.

Una biografia degli anni Quaranta lo descrive «massiccio, atletico, biondo», in omaggio al mito che tende a ingigantire le fattezze, non ancora imprigionate dall’occhio spietato della televisione. Se infatti nella realtà Campelli risultava piuttosto piccolo e sodo, un gigante tuttavia appariva tra i pali, grazie all’agilità felina e al colpo d’occhio, capaci di solleticare la fantasia di tifosi e cronisti dell’epoca. Dedicava una cura maniacale alla preparazione fisica, amava in particolare l’atletica leggera e proprio nel quotidiano servizio alle più svariate discipline si annidava il segreto della sua costante forma.

Nato nel 1893, ad appena 17 anni prese il posto dello svizzero Multar tra i pali dell’Inter. Agile e coraggioso, vinse subito lo scudetto, nella finale del 24 aprile 1910, in cui l’Internazionale, imponendosi ai ragazzini della Pro Vercelli, si iscriveva nell’albo d’oro del massimo campionato appena due anni dopo aver visto la luce.

Come in Nazionale prese a declinare la stella del milanese De Simoni, fu logico pensare a Campelli come al più degno successore. Dopo lo sfortunato esordio di Faroppa contro la Francia, Vittorio Pozzo, assunte le redini della Nazionale per le Olimpiadi di Stoccolma, convocò senz’altro il portiere nerazzurro, che esordì il 29 giugno contro la Finlandia (vincente per 3-2) e mantenne il posto per un anno, ben figurando nonostante il ruolino quasi disastroso dei risultati.

Il suo rapporto con la Nazionale si interruppe nella primavera dei 1913, ma Campelli era di scorza dura. Diplomatosi ragioniere, partecipava alla Prima guerra mondiale come ufficiale dei bersaglieri, per riprendere con inalterata sicurezza il proprio posto tra i pali nerazzurri una volta assopitosi il mostro bellico.

Gli anni migliori dovevano ancora arrivare. Il nasone di Campelli, gioia dei caricaturisti dell’epoca, pilotò l’Internazionale alla conquista del secondo titolo tricolore, nel campionato del 1920 che segnò la ripresa dell’attività. Conseguente fu il ritorno in Nazionale. Ancora una volta, furono le Olimpiadi a offrire a Campelli la ribalta, mandato in campo nel torneo per il secondo e terzo posto (la Cecoslovacchia aveva perso la finale col Belgio per abbandono).

Quasi un anno dopo, il 5 maggio 1921, l’Italia fece ritorno ad Anversa per affrontare in amichevole i campioni olimpici e qui Campelli si ritagliò un pomeriggio di gloria. Racconta una cronaca dell’epoca:

«Gli azzurri, chiuso sullo 0-1 il primo tempo, subivano un altro punto suppergiù al quarto d’ora della ripresa, ed allora una parte del pubblico prese a dileggiarli, con l’offensivo grido di “macaronis”. Non ci voleva altro per ridestarne le energie, col risultato che a dieci minuti dalla fine il pareggio era raggiunto da Migliavacca e Forlivesi. Ma proprio verso lo scadere del tempo l’arbitro francese Gérardin decretava un calcio di rigore per un innocuo fallo di mano di Rosetta, che era in coppia con De Vecchi: ebbene, Campelli compiva la prodezza di pararlo, e sulla sua respinta si articolava razione Reynaudi-Cevenini che produceva la rete di Pio Ferraris, cioè la nostra vittoria a un minuto dalla fine».

Rievocando quella splendida stagione, il grande Pierino qualche anno dopo ricordava come in premio per l’ottimo ruolino di marcia (tre vittorie e un pareggio), la Federazione avesse fatto dono ai nazionali di un bel porta-sigarette d’argento del valore di 45 lire (circa 25 euro di oggi!). Chiuse ad Amsterdam, tre giorni dopo: era la sua undicesima e ultima presenza.

Con l’Inter giocò ancora invece fino al 1925. Aveva 32 anni e preferì abbandonare. Morì nel giugno del 1946, a 53 anni, al Policlinico di Milano, in seguito a una crisi cardiaca, l’ennesimo capitolo di una malattia di cuore che da tempo lo tormentava.

Campelli portiere dell’Inter 1919/20
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