PRATI Pierino: centravanti rock

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Comincia a tirar calci nell’oratorio di Cinisello Balsamo, paese nel quale nasce nel dicembre 1946. Gioca in porta perché con il suo fisico molto gracile i compagni non vogliono farlo giocare in altri ruoli: finisce regolarmente a gambe all’aria. E siccome nessuno di loro vuole fare il portiere, Pierino pensa che quel ruolo gli permetterà di far parte del gruppo. Eppoi il calcio è il suo unico svago. Proviene da una famiglia modesta, i genitori devono faticare per guadagnare l’indispensabile e altre divagazioni in casa Prati sono del tutto impensabili

Pierino gioca portiere e tifa Milan. Ma delira per Altafini, che continua a segnare gol favolosi. Cosicché un bel giorno si presenta ai compagni e gli comunica che portiere non sarebbe più stato, che lui sarà un attaccante e che farà gol come Altafini. Gli amici lo guardano un po’ perplessi, poi gli spiegano che tutt’al più può giocare all’ala sinistra, sull’out. Nelle loro partitelle il gioco tende sempre ad accentrarsi e il buon Pierino, sulla fascia, non avrebbe disturbato nessuno.

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Prati nella sua prima esperienza con il Savona

Invece succede l’esatto contrario. Pierino galoppa su quella fascia come nessuno ha mai fatto prima, con un repertorio di dribbling, di finte, di lanci precisi e di tiri a rete micidiali. All’oratorio non hanno mai visto nulla di simile. Se ne accorge anche lo zio, che lo porta subito al Milan dove Liedholm cura il settore giovanile. Il tecnico svedese, dopo averlo visto all’opera, ne suggerisce l’acquisto: siamo nel 1965.

A diciannove anni viene ceduto in prestito alla Salernitana. La serie C sarebbe stata un’ottima esperienza, ma si procura una frattura alla tibia e gioca solo 19 partite. Ciò nonostante non mancano i gol: 10 centri, gran bottino. Il Milan lo fa rientrare alla fine della stagione perchè c’è Sormani infortunato e un tipo come Prati può fare comodo.

Esordisce in prima squadra e in serie A, il 18 settembre 1966 contro il Venezia. Indossa la maglia numero 9 che un anno prima, nel finale di un campionato malamente perduto dal Milan, era stata di Altafini. Un’eredità pesantissima. Gioca anche una seconda partita, senza entusiasmare. L’allenatore Silvestri preferisce puntare su giocatori più esperti e collaudati come Amarildo e Sormani (rientrato dall’infortunio) o tentare il lancio di Innocenti.

E’ novembre, tempo di “mercatino”. Un giocatore come Prati non può vivere una stagione in tribuna: l’evoluzione e la formazione fisica ne subirebbero gravi danni. Il Milan, saggiamente, pensa di cederlo in prestito una seconda volta. Si fa avanti il Savona, che milita in serie B e che deve risolvere seri problemi di formazione. Fra i liguri trova Gilardoni, una spalla ideale, tant’è che i due segneranno trenta gol. Una impresa che, purtroppo, non impedisce al Savona di precipitare in serie C, nonostante la presenza in squadra di elementi come Furino e Fascetti.

Prati rientra al Milan dalla parentesi ligure, con ben quindici gol all’attivo su 29 partite. Sulla panchina rossonera Silvestri ha lasciato il posto a Rocco. La maglia numero 11, nei progetti del nuovo allenatore, è in ballottaggio fra Mora, che si sta riprendendo dopo la terribile frattura della gamba subita due anni prima a Bologna, e Golin, prelevato dal Verona a condizioni piuttosto onerose. Fra i due prevarrà Prati.
E’ risaputa la perplessità di Rocco nel lanciare i giovani, senza averne prima valutata l’effettiva capacità. Quando decide di ricorrere a Pierino ci pensa due volte. L’attesa non andrà delusa. Prati segna a Cagliari il gol del 2-1 a favore dei rossoneri, che poi Riva pareggerà su rigore.

L’affermazione di Prati coincide con la conquista dello scudetto. L’ala sinistra realizza 15 reti in 23 gare e si merita il titolo di capo-cannoniere. Pronto a sfruttare i lanci di Rivera per concludere la manovra con tiri precisi e forti con entrambi i piedi e altrettanto abile nel gioco di testa, Prati è una delle più belle realtà della stagione 1967-68. «Non sa giocare — disse Rocco con tono scherzoso — ma sa fare i gol ed è quello che conta di più nel calcio».

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Prati raggiunge subito il traguardo più ambito, la nazionale. Titolare è Riva, che aveva cominciato ad imporsi un anno prima. A Sofia contro la Bulgaria nei quarti di finale del campionato d’Europa 1968, Valcareggi non può avere la piena disponibilità dell’attaccante cagliaritano e ricorre a Prati. E il nuovo cannoniere non delude nemmeno il commissario tecnico degli azzurri: a sette minuti dalla fine l’Italia sta perdendo per 3-1, Picchi è rimasto seriamente infortunato, e c’è la prospettiva di una difficile rimonta nella gara di ritorno, quando il debuttante sorprende il portiere Boncev. Tre settimane più tardi ancora Prati apre la strada per il successo sui bulgari a Napoli deviando in tuffo di testa un passaggio di Rivera. Il numero 11 rossonero darà un apporto pressoché decisivo per la qualificazione dell’Italia e disputerà le successive gare contro la Russia e la prima finale con la Jugoslavia. Cede la maglia, e il ruolo di cannoniere, a Riva nella finale-bis con gli jugoslavi, che laurea gli azzurri campioni d’Europa.

Con il Milan, Prati infila tutta la serie di successi internazionali: la Coppa delle Coppe nell’anno dello scudetto, la Coppa dei Campioni e quella Intercontinentale nella stagione successiva. Uno dei ricordi più significativi resta la finale contro l’Ajax il 28 maggio 1969 a Madrid che i rossoneri vincono per 4-1: tre reti portano la firma di Prati (il quarto gol milanista fu realizzato da Sormani). La sfida con gli argentini dell’Estudiantes per il dominio del mondo è invece drammatica: Combin viene messo k.o., Pierino riporta una brutta contusione alla testa, si diffondono persino notizie allarmanti sulle sue condizioni: portato in barella fuori campo, rientrerà dall’Argentina in aereo sotto sorveglianza medica.

Nella stagione 1969-70 iniziano i primi guai fisici, che tanto peso avranno nel prosieguo della sua carriera. Prati, con appena 21 presenze, deve abdicare al ruolo di cannoniere anche se riesce a restare su una media abbastanza elevata, avendo realizzato dodici gol. E’ l’anno dei mondiali ma il posto in nazionale è, senza discussioni, di Riva. Pierino riesce ad entrare nella spedizione azzurra in Messico grazie all’infortunio che impedisce ad Anastasi di partire; da Città di Messico rientrerà Lodetti e i due ruoli liberi saranno coperti da Boninsegna e da Prati. Ma mentre Bonimba sarà protagonista attivo dell’indimenticabile spedizione messicana, Pierino si dovrà accontentare di restare in tribuna o in panchina.

La conferma di quanto sia determinante la condizione fisica nel rendimento di Prati arriva nella stagione 1970/71 quando il Milan, grazie ai suoi gol e alla regia di Rivera, resta a lungo in testa al campionato anche se poi deve cedere nel finale al rabbioso inseguimento dell’Inter, rilanciata da Corso. E’ l’anno di Boninsegna capocannoniere; alle sue spalle il rivale più temibile è Pierino. Che ritorna anche nel giro della nazionale perché Riva nel frattempo si è fratturato la gamba a Vienna. La maglia azzurra evidentemente si addice all’ala milanista: gol contro l’Irlanda a Firenze e soprattutto gol risolutore a Dublino dove realizza la rete della vittoria. Si ripete l’altalena con Riva, al quale deve di nuovo cedere il posto e il ruolo di goleador, per poi rientrare quando ce n’è bisogno. E ancora una volta per appagare in pieno Valcareggi e per non far rimpiangere il suo più illustre antagonista conferma le doti di cannoniere: suo il gol in apertura nel 2-2 con l’Austria nelle qualificazioni a Euro 72 e sua una bella doppietta nel 3-3 ottenuto a giugno 1972 contro la Romania.

E arriva l’anno nero, il calvario di Pierino. La stagione sembra partire bene, al fianco di Bigon e Chiarugi (le altre due punte) e con i suggerimenti del miglior Rivera contribuisce in misura notevole all’affermazione del gioco a tre punte voluto da Rocco e che esprime nel 9-3 sull’Atalanta la massima espressione di potenza. Ma dopo il derby, nel quale il successo è propiziato dalla sua rete d’apertura, accusa i primi sintomi della pubalgia. Un’altalena logorante sul piano psicologico e sempre con il timore del riacutizzarsi del malanno, le speranze di rientrare definitivamente, la delusione di nuove e improvvise rinunce.

Che ha Prati? L’interrogativo è nelle mani dei medici. Sempre quei dolori all’inguine che gli impediscono di scattare e di saltare, dolori ai quali si aggiungono incrinature alla caviglia e altre botte. Intanto il Milan lotta per il primato e per la Coppa delle Coppe senza il suo cannoniere. A marzo pare che finalmente sia guarito, gioca contro i russi dello Spartak Mosca nei quarti di finale a San Siro, non esalta ma fisicamente sembra quasi a posto. Invece quattro giorni dopo contro la Roma deve arrendersi e lascia il campo dopo sessantun minuti.

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I suoi rapporti con la società intanto si sono incrinati. Il presidente Buticchi, che all’inizio gli aveva riservato un trattamento affettuoso, è indispettito dalla lunga indisposizione; il dialogo diventa difficile, teso. Rocco e Rivera cercano di recuperare Prati. Pare che il «caso» venga risolto perché gli viene offerta l’occasione per un rientro importante: il 6 maggio a Torino contro i granata, il Milan deve rinunciare a Rivera squalificato e Rocco, che deve cercare di vincere ad ogni costo, rilancia Prati, confida nel suo cannoniere. Le speranze dell’allenatore e del giocatore svaniscono in pochi minuti quando Prati si accascia al suolo, tradito una buca del terreno, il vecchio malanno ha il sopravvento. Forse è in quel momento che Buticchi — che ha mal digerito tutta la serie di infortuni accusati dall’attaccante nel girone di ritorno, tanto che lo chiamava ironicamente «pubalgia» — decide di venderlo.

Lo cercano in tanti: l’Inter (è un vecchio pallino di Herrera e sarebbe gradito da Boninsegna); il Torino, che sogna di schierarlo al fianco di Pulici neo-cannoniere; il Napoli che tratta lo scambio con Vavassori e ha già preso Clerici. La spunta la Roma. Il Milan incassa 675 milioni, pagabili in tre anni. E Buticchi si prende, dai tifosi delusi e amareggiati per la perdita di uno dei beniamini di San Siro, un coro di fischi.

A Roma sono in tanti a pensare che l’attaccante meneghino sia ormai appagato dai successi e sulla via del tramonto calcistico, invece “Pierino la peste”, a suon di gol, dimostra il contrario. In rete già nella prima gara di campionato contro il Bologna (partita che vede anche il primo gol in serie A di Agostino Di Bartolomei), nella prima stagione in giallorosso realizza 8 marcature.

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Il campionato successivo è il suo migliore nella Roma che peraltro, dopo molti anni vissuti a metà classifica, riesce a riconquistare un posto sul podio del campionato italiano chiudendo la stagione al terzo posto. Prati è sicuramente uno dei protagonisti di quell’ottimo traguardo: segna 14 reti in 29 gare (più altre 8 nelle 10 partite di Coppa Italia) e conduce la Roma ad un piazzamento che mancava da ben vent’anni. Tra le reti realizzate nel campionato 1974/75 c’è quella nel derby, che risulta decisiva ai fini del risultato e sancisce il sorpasso della Roma sulla Lazio campione d’Italia in carica. Nei due campionati successivi purtroppo Prati ritorna vittima di una serie di infortuni che ne pregiudicano la presenza e le prestazioni. In totale dal 1975 al 1977 disputa 45 partite andando in gol 11 volte, molto meno delle 65 presenze e 30 reti collezionate nelle prime due stagioni in giallorosso.

Per la stagione 1977/78 le prospettive non sono rosee: il nuovo mister della Roma, Giagnoni, non lo vede di buon occhio e presta il consenso per la sua (s)vendita alla Fiorentina nel mercato novembrino. A volerlo è Carletto Mazzone, che starà sulla panchina viola fino all’undicesima giornata, sostituito poi dalla coppia Mazzoni/Chiappella. Tormentato da infortuni e messo in secondo piano dall’esplosione di Sella, Prati racimola la miseria di 8 presenze (di cui solo 3 da titolare) e zero reti.

Game over? No, Pierino ha ancora voglia di divertirsi e per ritrovare la voglia del gol scende in C2 con l’amato Savona. Non importa se il palcoscenico non è San Siro o l’Olimpico, Prati regala ai suoi nuovi tifosi tre stagioni indimenticabili, 79 presenze e ben 34 reti per chiudere alla grande una carriera da sogno.

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