Profughi del calcio

Voglia di libertà, di sostanziosi guadagni e di misurarsi in un campionato di più alto livello: per questo al tempo della Guerra Fredda molti calciatori dell’Europa orientale fuggirono in occidente


Prologo

Londra, 10 maggio 1978: Liverpool e Bruges si affrontano nello stadio di Wembley per contendersi la ventitreesima Coppa dei Campioni. Nella squadra belga, rimaneggiata per le indisponibilità del bomber Lambert e del regista Courant, debutta a sorpresa l’interno sinistro Lajos Kű, diciotto volte nazionale ungherese, reduce da una lunga squalifica internazionale per essere fuggito dal suo Paese qualche anno prima. La storia di Kű, raccontata dai tanti cronisti presenti, ripropone all’attenzione generale la figura del calciatore profugo e dei suoi travagli.

Il protagonista di un lungo romanzo, che ha i suoi capitoli più consistenti nell’immediato dopoguerra e all’indomani dei fatti di Budapest, della rivoluzione ungherese del 1956. Con l’arrivo dei carri armati sovietici svanisce, insieme al sogno di libertà, una delle più ammirate squadre della storia del calcio, quella nazionale magiara, orgoglio dell’ intera nazione, che nel 1953 aveva dato lezione di calcio ai maestri inglesi in casa loro. Quasi la metà dei nazionali ungheresi fugge all’occidente, prendendo per lo più la via della Spagna, dove una federazione che opera un po’ a margine delle regole Fifa e Uefa permette loro di continuare a giocare, almeno in campionato.


Ungheria

Laszlo Kubala, Sandor Kocsis e Zoltan Czibor: le stelle magiare del Barcellona

Verso la fine degli anni Cinquanta, molti dei principali protagonisti della «Liga» spagnola sono ungheresi. Nel Real Madrid che nel 1960 vince per la quinta volta consecutiva la Coppa dei Campioni superando per 7-3 l’Eintracht Francoforte, l’ungherese Ferenc Puskas, riammesso proprio in quella stagione alle competizioni internazionali, realizza ben quattro reti. Sono ungheresi, e profughi, Laszlo Kubala, Sandor Kocsis e Zoltan Czibor, stelle del Barcellona che un anno più tardi mette fine all’egemonia madridista nella Coppa dei Campioni, eliminando Di Stefano, Puskas e compagni negli ottavi.

Profugo di origine ungherese è anche Istvan «Stefano» Nyers, formidabile attaccante dell’Inter nei primi anni Cinquanta. Ungherese è Arpad Fazekas, portiere del Bayern Monaco prima e dell’Anderlecht poi verso la fine degli anni Cinquanta, dopo essere fuggito dal proprio Paese. Proveniente dalla Spagna, ma profugo ungherese, è il centravanti LászlóKaszás, che il Venezia preleva dal Real Madrid nell’estate del 1961. Come lui Attila Ladinszky, ariete che con la maglia dell’Anderlecht vince nei primi anni Settanta la classifica dei marcatori del campionato belga.


Romania

Miodrag Belodedici: due Coppe dei Campioni con due squadre dell’Est: certamente un’impresa irripetibile

Non solo dall’Ungheria, ma praticamente da tutte le nazioni dell’Est europeo sono fuggiti calciatori. Dalla Romania, prima di Miodrag Belodedici, futuro campione europeo con la Stella Rossa dopo esserlo stato con la Steaua Bucarest, erano scappati in tanti. Fra i primi, il centravanti Josef Fabian, che nel 1947 trova rifugio in Italia dove gioca nel Torino, nella Lucchese e nel Bari. Dal terribile regime di Nicolae Ceaușescu riesce a fuggire Alexandru Sătmăreanu, forte difensore della Nazionale, che col nome di Alexander Szatmari gioca per un paio di stagioni, fra il 1980 e il 1982, con lo Stoccarda in Bundesliga prima di passare al soccer americano.

In Germania fa tappa anche Viorel Nastase, profugo romeno che il Catanzaro acquista nel 1981 dal Monaco 1860. Travolto dal frenetico ritmo della vita occidentale, Nastase dimentica di essere un atleta e naufraga su tutti i fronti, come attaccante e come uomo. Meno triste la storia di Marcel Răducanu, estroso attaccante della Steaua, che si eclissa dopo una partita di coppa e si rifugia in Germania dove, a partire dal 1982, gioca per parecchie stagioni col Borussia Dortmund prima di andare a spendere gli ultimi spiccioli del suo talento in Svizzera.


Polonia

Stanislaw Terlecki, primo a destra (accanto a Szarmach): fuga andata e ritorno

Joachim Siwek, centrocampista del PoloniaBytom e della Nazionale Juniores, che già nel 1977 ad appena diciannove anni fugge in Germania, è l’avanguardia della nutrita schiera di calciatori polacchi che scappa dal Paese nei primi anni Ottanta. Siwek trova una prima accoglienza presso il Borussia Dortmund, ma non debutta mai in Bundesliga. Gioca invece nel campionato olandese e in quello svizzero, rispettivamente con il NAC Breda e il Chiasso.

Subito dopo il golpe militare del 12 dicembre 1981 fugge negli Stati Uniti l’attaccante della Nazionale Stanislaw Terlecki. Fino al 1986, quando ritorna in patria, Terlecki è un protagonista dei diversi campionati Nasl e Misl con le maglie di Pittsburg, Cosmos e San José. La strada battuta da Terlecki viene percorsa da numerosi altri giocatori. Fra i più noti, il portiere Piotr Mowlik e l’attaccante Janusz Sybis,entrambi facenti parte del giro della Nazionale, che chiudono nel soccer americano le loro carriere agonistiche.

Trova ospitalità prima nel calcio austriaco (nel Wiener Sportklub) e poi in quello tedesco (nel Fortuna Köln) il portiere Jacek Jarecki, che nel 1983 lascia illegalmente lo Slask Wroclaw e la Polonia. In Germania si ferma anche JanuszTurowski, due volte nazionale, attaccante del PogonStettino. Fuggito nel 1984, dopo un anno di sospensione viene tesserato dall’Eintracht Francoforte.

In Italia, molti anni prima, all’indomani della seconda guerra mondiale, si fermano gli attaccanti Wincenty Franiel, detto «Fox», e Ryszard Janecki, ex soldati dell’esercito alleato che il Legnano tessera nel 1946.


L’incubo di Kubik e Knoflicek

Kubik e Knoflicek con la maglia del Derby County: sedotti e abbandonati

Conoscono la dura vita del profugo Lubos Kubik e Ivo Knoflicek, stelle della Nazionale cecoslovacca, scappati nell’estate del 1988 dal ritiro dello SlaviaPraga, a Hildesheim, cittadina tedesca vicina ad Hannover, dopo un incontro amichevole con la squadra locale. Il Belgio è la prima tappa della loro fuga. In attesa di prendere il traghetto per l’Inghilterra, dove li aspetta il magnate dell’editoria Robert Maxwell — lui pure di origine cecoslovacca: LudvikHoch è infatti il suo vero nome — proprietario del Derby County, squadra partecipante al campionato di prima divisione.

Con questo colpo di mano i due, che non hanno ancora compiuto l’età prevista per ottenere il visto d’espatrio dalle autorità calcistiche del loro Paese, cercano di forzare la volontà della Federcalcio cecoslovacca. Ma la risposta è negativa su tutti i fronti. Anche Maxwell in un primo tempo sembra voltar loro le spalle. Mal consigliati da PeterDubsky, un cecoslovacco esiliato da numerosi anni, e da Angelo Giormani, un italiano che intrattiene da lungo tempo rapporti commerciali con la Cecoslovacchia, due personaggi che del mondo del calcio e delle sue ramificazioni hanno una conoscenza appena superficiale, Kubik e Knoflicek si trovano di colpo completamente isolati. Disperati, si offrono al Club Bruges, dove l’allenatore Henk Houwaart pretende di sottoporli a un test che loro, orgogliosamente, rifiutano.

Provano poi a cercare un ingaggio presso qualche club spagnolo, ma senza risultato. La prospettiva di almeno un anno di squalifica scoraggia qualsiasi acquirente. In qualche modo riescono a raggiungere l’Inghilterra e il Derby County, che li ingaggia come dilettanti, paga loro tutte le spese, concede l’uso di un appartamento e di un’automobile. I due hanno cosi la possibilità di poter riprendere ad allenarsi regolarmente.

Per loro fortuna, la svolta politica in corso e l’imminenza del Mondiale fanno si che il duro atteggiamento della Federcalcio cecoslovacca muti. Kubik e Knoflicek vengono riqualificati e ingaggiati rispettivamente da Fiorentina e St. Pauli. In Italia e Germania ritornano al calcio ad alto livello e a una vita normale, ma per alcuni mesi la loro è stata un’esistenza da incubo: soli, lontani dalle famiglie e senza prospettive.


Germania Est

Jurgen Pahl e Norbert Nachtweih

Prima che nel novembre del 1989 il muro di Berlino crolli sotto il vento della perestrojka, molti personaggi del mondo calcistico della Germania Orientale provano, a rischio della vita, la fuga all’occidente. L’altra Germania, quella ricca e libera, è la loro méta. Riesce a raggiungerla Jörg Berger, allenatore delle rappresentative nazionali minori della DDR, che in seguito all’occidente guida Darmstad, Ulm, Fortuna Dusseldorf, Hessen Kassel, Hannover, Freiburg e Eintracht Francoforte.

Ci riescono JürgenPahl e Norbert Nachtweih, rispettivamente portiere e centrocampista dell’Eintracht Francoforte che nel 1980 vince la Coppa Uefa. Entrambi, tre anni prima, erano fuggiti dalla Germania Orientale, dove giocavano nel Chemie Halle. Nachtweih, con la maglia del Bayern Monaco, diventa poi campione della Bundesliga. Nell’estate del 1989 passa al Cannes, in Francia, per poi, qualche mese più tardi, riabbracciare la madre che non vede da oltre dieci anni.

Ci riesce anche Lutz Eigendorf, centrocampista della Dynamo Berlino e per sei volte della Nazionale, che fugge all’occidente nel 1979. Per tre stagioni gioca nel Kaiserslautern, a fianco di Briegel e Brehme; quindi, nell’estate del 1982, passa all’Eintracht Braunschweig. Qualche mese più tardi muore in un incidente stradale. In un primo tempo si parla di ubriachezza. Poi, più recentemente, dopo la caduta del muro, di un attentato della Stasi, la polizia segreta della Germania Orientale.

La fuga oltre il muro riesce nel 1983 a Falko Götz, attaccante della Dynamo Berlino che, dopo un anno di sospensione, viene schierato in Bundesliga dal Bayer Leverkusen col quale, nel 1988, vince la Coppa Uefa. L’estate successiva passa al Colonia, club nel quale milita ancora, non più come attaccante bensì da difensore. Uno degli ultimi a fuggire, prima della riunificazione tedesca, è Jürgen Sparwasser, mitica figura del
calcio «made in DDR», autore del gol della storica vittoria degli orientali sugli occidentali nel derby tedesco della fase eliminatoria del Mondiale ’74. Campione olimpico nel 1976 a Montreal, Sparwasser trova un posto da allenatore a Francoforte.

Lutz Eigendorf, vittima della Stasi, la polizia segreta della DDR