Real Madrid e Benfica: dominio iberico sull’Europa

Le prime edizioni della neonata Coppa dei Campioni furono dominate dalle due mitiche formazioni iberiche, il Real Madrid e il Benfica, «padrona» e «ancella» grazie ai loro due fuoriclasse Di Stefano e Eusebio.

In quel pomeriggio di aprile del 1955, quando in una lucida ala dell’Hotel Ambassador di Parigi venne proclamata la nascita della coppa dei Campioni, nel resto del mondo quasi nessuno se ne accorse. La suggestiva idea di organizzare un torneo tra le più forti squadre d’Europa rimbalzava da tempo nelle redazioni sportive del continente. Ma quando l’Equipe la colse sembrava destinata a breve vita. Quanto durerà questa stravagante coppa? si chiedevano gli inglesi… Un anno, forse due..

Non fu così. La Coppa dei Campioni, evoluta poi nella Champions League, era nata con la camicia, quella bianca del RealMadrid. Come ogni grande romanzo, anche quello della più affascinante competizione europea aveva trovato fin dalle prime pagine il suo protagonista. Grande, mitico Real, i conquistadores del calcio mondiale.

NATI CON LA CAMICIA

Nel 1955 i bianchi costituivano già una poderosa macchina organizzativa, una straordinaria macchina da spettacolo. Fondato nel 1902 dai soliti capitalisti anglofili che seminavano di football club il continente, il moderno Real Madrid è nato dal cervello e dal portafoglio, entrambi ben forniti, del suo presidentissimo: Santiago Bernabeu. Il suo ritratto campeggia in ogni stanza della gigantesca sede madrilena. La sua filosofia era semplice: vincere sempre e comunque. I mezzi non contano.

Bernabeu e Di Stefano

Approdato alla massima dirigenza nel ’43, Bernabeu nove anni dopo cambiò per sempre il cammino del calcio spagnolo e mondiale. E in occasione del cinquantenario della società, dona ai bianchi il regalo più bello: Alfredo Di Stefano. L’argentino dal nome italiano è per tutti «il più grande». Ha lancio, dribbling, tiro, potenza, precisione, velocità. Intorno a lui si costruirà la leggenda dei bianchi.

Quanto sia importante Di Stefano lo dimostra al primo grande appuntamento; la prima finale della coppa dei Campioni. La finale si disputa a Parigi il 13 giugno del 1956. Il Real ha appena eliminato il Milan del genio Schiaffino e affronta i francesi dello StadeReims di Kopa e Hidalgo. Dopo nove minuti il Real è sotto di due gol; Leblond e Templin, su uno dei pochi errori del portiere Alonso. I madrileni si guardano, mani sui fianchi.

Nessuno sa cosa fare. Ma Di Stefano lo sa. Un pallone staziona alla trequarti, arriva lui, spara una bordata e segna: 1 a 2. E’ incontenibile, sciabola lanci da fondocampo, entra in area con la palla attaccata ai piedi, smista palloni calibrati al millimetro. Rial pareggia di testa su suo suggerimento. Poi i francesi vanno ancora in vantaggio con Hidalgo. Ma il Real rimonta con Marquitos e vince con Héctor Rial. 4 a 3, è fatta.

Di Stefano su rigore batte il fiorentino Sarti nella finale del 1957

Il secondo successo in coppa arriva proprio a Madrid contro la Fiorentina di Fulvio Bernardini. Sugli spalti 124 mila persone, in tribuna il generalissimoFranco, venuto a consegnare il trofeo ai suoi. Il Real, ha detto il dittatore, «deve» vincere. E vince, grazie soprattutto ad un rigore molto discusso decretato dall’arbitro olandese Horn. Realizza Di Stefano, poi anche Gento segna. A Madrid è festa grande. Nella capitale quella notte non si spegne una luce. Neppure quella della stanza d’albergo dell’arbitro Horn…

L’anno dopo arriva il terzo trionfo, a Bruxelles, contro il Milan. «Arrivammo allo scontro — dalle memorie di Nils Liedholm — quasi a pezzi, logorati dalle vicende di un brutto campionato. Ma in quella circostanza il Milan ritrovò tutte le sue caratteristiche: orgoglio, determinazione, grinta, generosità Giocammo una splendida, sfortunata partita. Alonso salvò il Real dalla sicura sconfitta. Comunque a dieci minuti dalla fine, vincevamo noi per 2-1. Poi io mi infortunai…». Qui finisce il racconto, ma non la partita. Il Real pareggiò con Rial e alla fine Gento nei supplementari, pose fine al sogno rossonero.

Il Real è organizzato come un impero. Al vertice sta Bernabeu, aiutato dall’eminenza grigia Saporta, che gioca un ruolo determinante nella politica societaria. La squadra la governa Alfredo Di Stefano, gli altri ruotano intorno a lui come pianeti. Il Real cambia uomini e continua a macinare avversari.

Il nome nuovo viene dall’Est, è colonnello dell’esercito magiaro, si chiama Ferenc Puskas. Usa il piede sinistro come gli tzigani il violino. La quarta coppa, quella del ’59, va via sul velluto. Fuori uno dopo l’altro, i turchi del Besiktas, gli austriaci del Wiener, i terribili cugini dell’Atletico Madrid. In finale a Stoccarda, i grandi del Real ritrovano lo Stade Reims. Questa volta non ci sono problemi. Kopa sta dalla parte giusta. E’ quasi un gioco. Finisce 2 a 0.

Real Madrid chiude il quinquennio battendo in finale l’Eintracht

E siamo alla quinta edizione. La cometa bianca che ha illuminato e fatto la fortuna della coppa dei Campioni è quasi alla fine, anche se nessuno lo immagina. L’ultimo bagliore infatti sarà accecante. Il capolavoro questo Real targato 1960 lo compie nelle semifinali contro gli eterni avversari del Barcellona. A Madrid finisce 3 a 1 (Di Stefano 2, Gento). Al ritorno, nell’infuocato Nou Camp il risultato non cambia: ancora 3 a 1 (Puskas 2 e Gento). L’allenatore dei catalani, considerato un incompetente, viene licenziato in tronco: si chiama Helenio Herrera. La finale è un fuoco d’artificio. 7 a 3 all’Eintracht, con quattro gol firmati dal colonnello Puskas.

ARRIVA LA PANTERA

Nel ’61 la coppa dei Campioni è grande, anzi grandissima. Può camminare da sola. Il dominio dei bianchi, dopo essere stato un elemento del suo successo, rischia di soffocarla. E’ con sollievo che si vede spuntare la nuova stella del Benfica. Il Benfica, di Coluna, Aguas, Costa Pereira. Ma soprattutto della perla nera del Mozambico: Eusebio. Il passaggio di consegne tra i bianchi e le saette rosse del Benfica non è diretto. L’Invincibile armata del Real affonda in semifinale sotto i colpi del Barcellona di Suarez. Nella finale di Berna sono favoriti i catalani, che vanno in vantaggio con l’ungherese Kocsis. Ma i portoghesi si scatenano: dallo 0 a 1 al 3 a 1 con Aguas, autorete del portiere Ramallets e Coluna. L’ultimo gol, l’inutile 3 a 2, lo segna per il Barcellona l’altro ungherese Czibor.

E’ nata una stella, è finito l’impero bianco. Il bis del Benfica arriva proprio contro il Real ad Amsterdam nel 1962. La micidiale, stritolante minuziosa macchina organizzativa dei madrileni non sbaglia una mossa. A cominciare dall’arbitro Horn, un amico (ricordate la finale con la Fiorentina?). E sembra aver ragione. Dopo 38 minuti il Real vince per 3 a 2 con tre gol di Puskas. Ma gli eroi madrileni sono stanchi. I portoghesi guizzano da ogni parte, vanno a velocità doppia, rimontano con calma e vincono con due gol di Eusebio.

I capitani Águas (Benfica) e Gento (Madrid) con la terna arbitrale prima del fischio d’avvio

Pare l’inizio di un nuovo ciclo. E invece al fantastico, sfortunato Benfica toccherà in sorte di perdere altre cinque finali di coppa, prima a Londra contro il Milan nel 1963, poi contro l’Inter nel 1968, il Manchester, in casa degli avversari nel 1968, il PSV nel 1988 e ancora il Milan nel 1990.

Il ciclo latino finisce così com’era iniziato: con il Real. Nel ’66 vince la sua sesta e ultima coppa contro gli jugoslavi del Partizan. Agli organizzatori il revival non piace perché in finale avrebbero preferito Inter e Manchester. Non è più lo squadrone di un tempo. Manca all’appello Di Stefano, Puskas ha 38 anni, fili grigi tra i capelli e pancetta. In finale non scenderà in campo. Le nuove stelle sono Amancio e Serena, che sigleranno la vittoria. La sesta coppa viene levata nel cielo di Bruxelles dalle mani di Gento. Il vecchio, inossidabile Gento, l’unico superstite del grande ciclo.