ROBERTO BETTEGA – gennaio 1978

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Bobby-gol, in azzurro, si appresta a superare i record di Riva; con il suo club punta alla Coppa Campioni e al quinto scudetto. Di lui dicono che possiede tutte le doti per divenire «presidente»

Sarà il nuovo Boniperti?

VENTISETTE ANNI, riservato («stile Juventus», dicono), capelli brizzolati che danno un tono di saggezza, goleador con attitudini da «mezzapunta», Roberto Bettega è l’espressione, la «sintesi» più vera del nostro calcio che nel 1977 si è qualificato per l’Argentina. Il quoziente-reti che ha permesso agli azzurri di superare gli inglesi è, soprattutto, merito del bianconero che, con i quattro gol realizzati contro la Finlandia e la rete di apertura segnata al Lussemburgo, è stato il miglior cannoniere dell’Italia (per la cronaca ricordiamo che Bettega ha un «ruolino» eccezionale: quattordici partite in azzurro e quattordici gol, è anche miglior realizzatore dei «gironi europei»). Premiando Bettega si è voluto premiare tutto il calcio italiano che ha sofferto, sperato, gioito nella lunga estenuante lotta contro gli anglosassoni. Il 1977 per Bettega ha voluto dire «scudetto» e «Coppa Uefa», la prima Coppa Europea conquistata dalla Juventus dopo tanti anni di attesa.

Ha voluto anche dire la consacrazione definitiva a personaggio intelligente e preparato, a giocatore dotato di fine dialettica, a uomo sereno e realizzato dopo periodi bui e di paura. Qualcuno, nell’ambiente bianconero, lo chiama «presidente» in quanto (si dice) sarà lui a sostituire Giampiero Boniperti alla guida dirigenziale della Juventus. Non sappiamo se la notizia sia fondata o sia frutto di fantasia: possiamo soltanto dire che Bettega ha molto di Boniperti: gli stessi modi gentili e controllati fino all’esasperazione, il tono amichevole ma distaccato, la sicurezza di una preparazione culturale non comune, il saper entrare in argomento «fino a un certo punto», senza trascendere, ponderando ogni aggettivo. Parliamo con Roberto Bettega agli sgoccioli del 1977, cercando di «girare» intorno a passato, presente e futuro, sogni e recriminazioni.
– Il 1977 sotto il profilo sportivo se n’è andato lasciandosi alle spalle successi e sconfitte, gioie e pianti, appuntamenti falliti e vittorie inaspettate. Cosa è stato il 1977 per Roberto Bettega?
«Dal 1977 ho ricevuto delle grandissime soddisfazioni a tutti i livelli. Ho centrato tre obiettivi non indifferenti: Scudetto, Coppa Uefa e qualificazione ai Mondiali. Ho raggiunto tutto: come potrei non essere felice? Con la coscienza sono a posto: ho dato il massimo di me stesso in ogni momento».

– Come sarà il 1978 per Bettega?
«Nel 1978 io e la Juventus (parlo anche della squadra perché mi identifico in essa) cercheremo di raggiungere altri, prestigiosi traguardi. Forse ripetere il 1977 sarà impossibile, ma noi cercheremo di riuscirci. Personalmente spero di contribuire attivamente ai successi della Juve e della Nazionale».

– Da un punto di vista sportivo e umano, ha qualche rimpianto per il 1977?
«Per quanto riguarda il calcio assolutamente no: sarei ingiusto se recriminassi su qualcosa visto che ho vinto molto. Come uomo sono stato felice, vicino alla mia famiglia. Il 1977 è stato un anno positivo sotto molti punti di vista».

– Il ricordo più bello del 1977.
«E’ legato al calcio ed è la vittoria nella Coppa Uefa. Abbiamo inseguito questa affermazione fino alla disperazione, è stato bello il modo in cui è venuta, dopo aver sofferto e lottato».

– Il 1978 si chiama Argentina…
«Andremo in Argentina per fare bene ma senza grosse ambizioni, almeno in partenza. L’ideale sarebbe conservare lo stato di forma fino a quel periodo, ma tutto è legato al campionato e alle coppe varie. Sono convinto, comunque, che l’Italia potrà levarsi delle soddisfazioni, gli stimoli non mancano e la voglia di far bene è dentro ognuno di noi».

– Un pensierino per il nuovo anno, il primo che le viene in mente…
«Vorrei essere sereno ed è dire tutto: perché la serenità è fondamentale per la vita di un uomo. Serenità per me e per la mia famiglia, che deve essere sempre felice, godere di ottima salute. Nel 1978 tutto deve andare bene, non ci devono essere problemi di nessun genere».

– Cambierà il calcio nel 1978, ci saranno cioè nuove evoluzioni?
«No, sono convinto che molte cose resteranno ferme. Le prime quattro squadre di Monaco 74 (Germania Occidentale, Olanda, Polonia e Brasile) saranno ancora le protagoniste in Argentina e senz’altro tre su quattro giocheranno le «finali». Sarebbe illogico pensare il contrario. L’Italia avrà una squadra più moderna come Nazionale, ma non illudiamoci di riscoprirci olandesi. Siamo italiani e come tali dotati di un nostro particolare modo di intendere il calcio: per cambiare, ad esempio, bisognerebbe insegnare alle giovani leve a marcare a zona, ma chi lo fa? Quand’ero ragazzino io, si giocava senza battitore libero; oggi bambini di dieci anni ricoprono già il ruolo di libero; ma quanti anni sono dovuti passare prima di arrivare a tanto? Troppi. Per fare la «zona», e seguire quindi la scia degli olandesi, ci vuole un adattamento mentale, cosa che noi ancora non abbiamo».

– Quali saranno i giovani che si metteranno definitivamente in luce nel 1978?
«I soliti nomi. Innanzitutto Paolo Rossi, che si riconfermerà a certi livelli. Poi ci sono i giovani bianconeri: Virdis, che è una punta dotata di personalità; Fanna, che ha grandissime doti; Cabrini, che è giovane ma gioca come un veterano. Scirea avrà la sua consacrazione definitiva e Manfredonia ribadirà tutte le sue qualità, che sono tante. Poi ci sono Agostinelli e Giordano, elementi da seguire con un certo interesse».

– Vedremo Bettega mezzala (come si mormora) nel 1978?
«Non penso. Certo non dipende da me. Se la società mi dicesse di provare, non mi tirerei certo indietro, anzi lo farei volentieri. Però è presto per spostarmi a centrocampo, magari in futuro, chissà… Attualmente mi sento una punta e mi piacerebbe continuare a ricoprire questo ruolo».

– Bettega, cosa chiede ancora al calcio?
«Gli stimoli per fare sempre bene. Ho ancora voglia di vincere, di raggiungere traguardi importanti. Ho vinto quattro scudetti e ne voglio vincere ancora, vorrei conquistare la Coppa dei Campioni e fare bella figura, al mio primo cimento, a un Campionato del Mondo».

– Passiamo alle domande sul personaggio Bettega. S’immagini davanti a una sfera di cristallo: ha una sola domanda da rivolgere, quale?
«Non chiederei niente, sinceramente. Sapere il futuro potrebbe condizionarmi, eppoi di domande ce ne sono sempre tante, non solo una… Come calciatore chiederei di poter fare sempre dei gol».

– Lei è un calciatore che legge molto. A chi assegna l’Oscar 1977 delle sue letture?
«A ‘Radici’ di Alex Haley. E’ un libro molto bello, voluminoso, che narra la storia di una famiglia nera americana. E’ appassionante, interessante. Sto iniziando a leggere «La sposa americana» di Soldati: deve essere un libro importante, ne parlano tutti bene…».

– Lei vive a Giaveno, in un paesino lontano dalla città. Perché ha scelto di vivere fuori Torino?
«Dopo la malattia ho deciso di scegliere un posto sano e tranquillo. Fuori città mi trovo bene, anche se esistono dei problemi quando devo andare agli allenamenti: la distanza, la nebbia, e via dicendo. Ma qui ho un giardino per i miei figli e si respira meglio che in città. Tra poco cambio casa: andrò a Pinerolo, un altro luogo sereno».

– Lei ha paura di qualcosa?
«Di questi tempi la paura è la sensazione ricorrente. Personalmente ho soltanto paura delle cose a cui non posso più rimediare».

– Definisca l’amore.
«Molti dicono che è suggestione… Non è facile definire l’amore… Per me amore è trovare piena affinità con qualcuno».

– Cos’è per lei l’amicizia?
«Una cosa molto importante. Io gli amici li ho in famiglia, soprattutto mio fratello è un grandissimo amico, una persona della quale mi posso fidare ciecamente».

– Quando ha provato la sensazione del «successo»?
«Quando ho visto, per la prima volta, la mia immagine sulle figurine. Giocavo nel Varese e avevo vent’anni…».