SANDRO MAZZOLA – settembre 1976

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Sandro Mazzola fa il punto sulla sua «polemica degli equivoci» con Bernardini e Bearzot: «In azzurro ci sto comodamente anch’io. Loro, comunque, mi hanno snobbato per la Danimarca e la Jugoslavia ed io rifiuto l’Inghilterra. Per due motivi: non sono il salvatore della Patria, ma nemmeno un tappabuchi!»

“Questa Nazionale non mi merita”

MILANO – Tutto è cominciato – ha detto Bearzot – dall’interpretazione errata data ad una sua frase, ma una volta di più, alla vigilia delle convocazioni per la Nazionale, Mazzola è stato invocato da più parti – Antognoni compreso – come «salvatore della patria». E questo, malgrado l’Inter in cui milita e di cui è «magna pars», non ce l’abbia fatta a superare a San Siro, in Coppa Uefa, una Honved che di quella di Puskas e Czibor ha soltanto nome e maglia ed abbia faticato oltre il lecito a battere 1-0 il Pescara in Coppa Italia. Ma tant’è: il mondo del calcio è fatto così e certi nomi tornano fuori periodicamente. Perché?
«Perché – risponde Mazzola mentre alla Pinetina si guarda il piede sinistro ancora acciaccato – evidentemente, quello che fanno i grandi capi del nostro calcio, a qualcuno non va bene».

– C’è anche lei tra questi qualcuno?
«Dipende: io sono un professionista serio che rispetta molto sia la propria carriera sia i propri compagni e che dice: “cari amici, siccome non mi sento il salvatore di nessuna patria, io a fare il tappabuchi non vengo. Pensate che vada bene per la Nazionale? Bene: chiamatemi e mettetemi in rosa assieme agli altri: se oggi o domani potrò giocare, bene; in caso contrario sto fuori e più amici di prima. Ecco, è così che avrei visto una mia chiamata in azzurro».

– Una chiamata che comunque non c’è stata…
«E così, chi si è visto si è visto…».

– Ma scusi, perché sarebbe tornato in Nazionale solo a certe condizioni?
«Perché penso sia ormai arrivato, una volta per sempre, il giorno in cui uscire dall’equivoco. Facciamo un’ipotesi: dopo che per Danimarca e Jugoslavia non mi hanno chiamato, mi chiamano per l’Inghilterra. Vengono Keegan e soci qui a Roma e noi vinciamo mettiamo pure con un gol mio: a cosa serve questo risultato? A passare il turno, forse, ma non certamente a risolvere i problemi che ci sono e che continuerebbero ad esserci. E sinché non si cambia registro, mi creda, non c’è modo di migliorare».

– In fin dei conti, però, ciò che vale di più è la qualificazione per i Mondiali. O no?
«Allora proprio non si vuole uscire dagli equivoci! L’Italia – e come prima di lei altre squadre in Europa – è arrivata al momento delle decisioni, delle scelte che impegnano anche per il futuro. Continuare a vivere ricercando il risultato immediato e basta non ha senso perché, prima o poi, arriva sempre qualcuno che ti batte e tutto torna al punto di partenza».

– Lei allora dà ragione a Bernardini…
«Se non altro gli riconosco della coerenza anche se, è evidente, non mi trovo d’accordo su tutto quello che fa».

– Secondo lei, cosa dovrebbe fare?
«Ma perché lo debbo proprio dire io?».

Sandro Mazzola

– Torniamo alla Nazionale: perché lei vuole essere uno dei ventidue?
«Prima di tutto perché mi sembra giusto e poi perché rispetto i miei compagni. Facciamo il caso che io entro, gioco e l’Italia vince. Cosa capita? Che tutti dicono che il salvatore della patria sono io e che gli altri non contano niente. E’ giusto tutto ciò? No assolutamente, così come non sarebbe giusto buttarmi la croce addosso nel caso contrario. No, a queste condizioni non ci sto: l’ho detto e lo ribadisco. Onestamente credo di meritare ancora la Nazionale: ho 34 anni, d’accordo, ma so come amministrarmi e so anche cosa posso chiedere a me stesso. E poi so un’altra cosa: che costruire le squadre solo sulla carta d’identità non ha senso. Così come non ha senso chiamare un giocatore per una sola partita come fosse una tombola. Il mio non vuole assolutamente essere un diktat, ma solo una coerente presa di posizione tanto è vero che io dico la mia, loro non mi chiamano e io non faccio la rivoluzione».

– Ma come si può, onestamente, chiamare a salvare la patria calcistica un uomo come lei che non riesce, malgrado giochi bene, a far vincere l’Inter contro la Honved?
«E infatti io non voglio essere il salvatore di nessuna patria; al contrario mi accontenterei di essere uno dei ventidue. Ma evidentemente questo non basta per cui dimettiamo pure l’idea di tornare in azzurro e pensiamo solo all’Inter».

– La quale Inter, non è poi che abbia cominciato tanto bene…
«Lei dice? A me non sembra: il primo risultato lo abbiamo ottenuto passando il turno in Coppa Italia mentre ci sono altre formazioni, vedi il Torino, che non ce l’hanno fatta e poi, anche in Coppa Uefa, prima di darci per morti ci penserei due volte».

– Sia sincero: secondo lei, Libera è un giocatore da Inter?
«Perché, secondo lei no? Io dico invece che nell’Inter c’è posto anche per lui. Dopo averlo visto contro la Honved, tutti gli hanno sparato addosso per i gol che ha sbagliato. Io al contrario sostengo che la cosa più importante è un’altra: trovarsi, cioè, tante volte in zona gol perché, prima o poi, la palla va dentro. Come è capitato col Pescara, ad esempio».

– L’Inter ha ceduto Boninsegna e ha preso Anastasi per avere un uomo che svariasse sulle ali: sino ad ora, però, Anastasi non è che si sia comportato tanto bene…
«Ma vogliamo provare tutti quanti ad avere un po’ di pazienza? Anastasi sta vivendo uno dì quei periodi in cui si vorrebbe che tutto andasse bene mentre invece tutto va storto. Io, momenti del genere li ho già vissuti per cui so quello che si prova. E so anche che ci vuole solo pazienza».

– Lei parla bene sia di Libera sia di Anastasi. Merlo non lo tocca: allora la campagna acquisti dell’Inter è quindi stata azzeccata…
«Già in passato ho disconosciuto la paternità di quello che è stato fatto al Leonardo da Vinci per cui non posso che ripetermi. Malgrado tutto, però, in questa Inter io continuo a crederci e penso proprio che a fine stagione avrò avuto ragione io».

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