SERIE A 1929/30: AMBROSIANA INTER

amboriana-inter-1929-30-wp

Il Campionato: Grande rimonta nerazzurra

L’avvento del girone unico è una specie di fortunato colpo di mano. Molte cose erano cambiate, dal 1898, data del primo campionato, disputato in una sola giornata tra quattro squadre. Il panorama si era allargato, era stata superata la distinzione geografica tra i gironi (Nord e Sud) per privilegiarne una tecnica (la combinazione di migliori e peggiori in classifica dei due raggruppamenti). Nell’estate del 1929 il presidente della Federazione, Leandro Arpinati, e il segretario Giuseppe Zanetti decisero di cambiare: misero insieme tra loro le migliori otto classificate dei due gruppi da un lato e le seconde otto dall’altro. Poi cambiarono il nome dei gironi: Serie A il primo, Serie B il secondo. Si attuava così la selezione dei valori fin lì osteggiata dai piccoli club per motivi economici. Il Consiglio federale accettò senza obiezioni e nacque il girone unico, destinato a rivelarsi un formidabile propulsore della crescita tecnica e della conseguente popolarità del calcio italiano. Le squadre furono però diciotto, causa il protrarsi dello spareggio tra le ottave a pari merito Lazio e Napoli che consigliò il ripescaggio di entrambe, e la volontà di salvare, per motivi patriottici, la Triestina, giunta nona.

Bologna-1929-1930.

Il Bologna 1929/30, Campione d’Italia in carica

I pronostici sono per Bologna, campione uscente, e Torino, che però, complice la stanchezza di una lunga tournée sudamericana, escono presto dal gran giro. Dominano la prima fase Genova (nome italianizzato dal Regime) e Juventus. L’Ambrosiana sembra out dopo nove giornate, all’indomani di due pesanti sconfitte, dalla Roma in trasferta e in casa con la Triestina. Invece dalla domenica successiva, vincendo ad Alessandria, i nerazzurri avviano una poderosa riscossa, che li porta alla quindicesima a un solo punto dalla coppia di testa. La domenica dopo, vincendo sul campo della Juve, i nerazzurri sono in testa alla classifica, avendo il Genova ceduto sul campo del Livorno. Il 16 febbraio l’Ambrosiana è campione d’inverno e in poche domeniche allarga il distacco da Juve e Genova; perderà solo a Napoli il 29 maggio, e poi l’8 giugno dal Torino, ma nella drammatica trentaduesima giornata respinge in casa l’assalto del Genova e la domenica dopo, battendo 2-0 la Juve, è campione d’Italia con un turno di anticipo. In coda, caduta presto la Cremonese, la lotta sul fondo vede il Padova soccombere sul filo di lana, travolta 0-8 a Roma, e precipitare in Serie B.

I vincitori: Il Balilla e i suoi… fratelli

Si chiamava Internazionale, ora si chiama Ambrosiana, a seguito della fusione imposta un anno prima, nel 1928, con un’altra storica società cittadina, l’Unione Sportiva Milanese. Ecco perché accanto alle tradizionali righe verticali nere e azzurre compare un bordo a scacchi bianconeri (i colori della Milanese) sul collo della maglia. Presidente onorario, il deputato toscano Lando Ferretti, presidente effettivo Oreste Simonotti, factotum organizzativo e direttore sportivo Aldo Molinari. La campagna acquisti è in tono minore, in estate arrivano solo rincalzi, oltre al “mago” Arpad Veisz. L’ossatura della squadra è solida. In porta l’agile Degani, la difesa è pilotata da Allemandi, futuro campione del mondo; lo coadiuvano l’altro terzino Gianfardoni e, sulle fasce, i mediani, entrambi nazionali, Rivolta e Castellazzi; centromediano, lo spilungone Gipo Viani, lento ma di gran magistero, che diventerà famoso come allenatore. In attacco, le mezzeali Serantoni, inesauribile e dal magico feeling con Meazza, e Blasevich, le ali Visentin e “Poldo” Conti, mago del dribbling, al servizio del funambolico e straripante genio del Balilla, al secolo Giuseppe Meazza.

La sorpresa: Raimundo Orsi

raimondo-orsi-italia-1-La “Carta di Viareggio”, nell’agosto del 1926, aveva chiuso le frontiere del calcio, lasciando tuttavia aperta la porta ai “rimpatriati”, poi meglio noti come oriundi. Le grandi prove dell’Argentina alle Olimpiadi di Amsterdam 1928 convinsero la Juventus a puntare su Raimundo Orsi minuscola ala sinistra dal dribbling fulminante. L’offerta faraonica (stipendio di 8.000 lire al mese, una Fiat 509 e un premio iniziale di 100.000 lire: cifre da capogiro) convinse Orsi ad accettare, provocando l’indignazione dei suoi connazionali. Le reazioni furono talmente violente che la Federazione italiana negò il transfer, lasciando in quarantena Orsi per una stagione. Poi, dal 1929-30, “Mumo” divenne disponibile e si aprì uno spettacolo straordinario di finte, invenzioni e gol quale raramente si era visto sui nostri campi. A dicembre Vittorio Pozzo, fresco commissario tecnico della Nazionale, lo vestì d’azzurro, avviando la grande stagione destinata a culminare nel titolo mondiale del 1934. Nato a Buenos Aires da genitori italiani il 2 dicembre 1901, Orsi è stato probabilmente la più grande ala del calcio italiano di ogni tempo. È morto il 6 aprile 1986.

La delusione: Cremonese

La Cremonese era approdata al grande calcio nel 1922 e da allora vi aveva figurato con dignità, cogliendo nel ‘26 il secondo posto nel proprio gruppo. L’avvento del girone unico le fu fatale. Errori pesanti vennero commessi sul mercato: la difesa venne indebolita con la cessione di Moroni al Milan, mentre in attacco l’ala sinistra divenne subito e poi rimase un problema, con i “nuovi” Cavicchioli e Mazzoletti incapaci di trovare la via del gol. Dopo sedici giornate, all’indomani della sconfitta casalinga col Brescia, l’allenatore ungherese Bela Ludwig veniva sostituito da Talamazzini, senza apprezzabili risultati. Priva di gioco e mordente, la squadra grigiorossa retrocedeva con quattro giornate di anticipo, il primo giugno, giorno del pareggio casalingo col Padova. Era il segno di una crisi pesante, sintetizzabile in un eloquente dato: per rivedere la Serie A sarebbero occorsi alla Cremonese 54 anni. Solo nel 1984 la squadra, precipitata in C e in Quarta serie, riuscirà a tornare tra i grandi.

Il caso: Il dramma di via Goldoni

Mancano tre giornate alla fine (le ultime due più il recupero della trentesima), il 15 giugno 1930 nel vecchio stadio di via Goldoni a Milano l’Ambrosiana deve affrontare l’ultimo ostacolo sulla via dello scudetto: arriva il Genova, secondo a soli tre punti dopo le due nette sconfitte della capolista a Napoli e in casa del Torino. L’attesa è grande, le vecchie tribune in legno sono stipate di appassionati e cominciano a scricchiolare sinistramente pochi minuti prima dell’inizio, quando la gente segue le evoluzioni di un aereo che volteggia sul campo di gara. Il velivolo a un certo punto si abbassa per lanciare in campo il pallone della sfida e il movimento simultaneo dei presenti provoca l’irreparabile: con un tonfo sordo la struttura cede, la gente scompare alla vista ingoiata da un gran polverone. Subito se ne levano grida d’aiuto. Nella bolgia che segue viene sfondata la rete di recinzione del campo e i tifosi sfollano sul terreno di gioco: non vogliono però protestare, bensì scongiurare il pericolo che rincontro non venga disputato. Tra i feriti, uno grida a Meazza: «Se oggi vincete, io guarirò!». Mentre si prestano i soccorsi (alla fine si conteranno 14 feriti, per fortuna nessun morto), l’arbitro Carrara di Padova convoca dirigenti e calciatori delle due squadre e la decisione, che farà molto discutere, è di giocare ugualmente. La partita ne esce rocambolesca, con un finale 3-3 eloquente e l’Ambrosiana con in tasca il tricolore.

L’uomo più: Gino Rossetti

gino-rossetto-wpApparteneva al formidabile trio del Torino, Gino Rossetti (ma il cognome vero era Rosetti, cui un errore dell’anagrafe di La Spezia aveva aggiunto una “s”), col regista Baloncieri e l’ariete argentino Libonatti ed era una forza della natura. Poderoso come un toro, possedeva però l’agilità dei grandi dribblatori e una velocità di tiro strepitosa. Era nato a La Spezia il 7 novembre 1904, il presidente Marone del Torino ne concordò l’acquisto dallo Spezia (seconda divisione) nel 1926 per 25 mila lire con un dirigente ligure. Il consiglio direttivo dello Spezia però non avallò la cessione. Deluso, il giocatore decise di raggiungere il fratello maggiore Giuseppe, emigrato in Cile a giocare nel Valparaiso. La prospettiva di perdere giocatore e soldi piegò i dirigenti liguri e fu il portiere Latella a pescare la sera del 3 ottobre 1926 Gino Rossetti in un piccolo albergo del porto di Genova, in attesa dell’imbarco, per portarlo in granata. Rossetti giocava interno sinistro e trovò in Baloncieri e Libonatti le sponde ideali. Fragorosa la sua progressione: 19 gol nel ‘26-27, 23 l’anno dopo, addirittura 36 (in 27 partite!) nel ‘28-29. Già nazionale, nel primo torneo a girone unico gli mancò l’appoggio di Libonatti, fermato da una malattia, eppure si confermò, segnando 17 gol. Avrebbe lasciato il Toro per il Napoli solo nel 1933. È morto nel 1992.

Il capocannoniere: Giuseppe Meazza

Giuseppe_Meazza_Inter-Ha appena 19 anni, Giuseppe Meazza, all’epoca del primo campionato a girone unico, ma è già nel pieno rigoglio del suo genio di fuoriclasse. Secondo qualcuno, il più grande calciatore italiano di tutti i tempi. Di sicuro, il prototipo dell’artista goleador all’italiana, campione completo per l’abilità di palleggio, la genialità tattica, il senso straripante del gol. Con 262 reti è il più prolifico goleador del campionato italiano dopo Silvio Piola, mentre gli tocca il quarto posto nella graduatoria limitata ai tornei a girone unico, con 218 reti. Gli era bastato esordire nel massimo campionato, da promettente “riservetta di qualità” (definizione del grande Bruno Roghi), per lasciare l’impronta della sua classe: 11 reti nel ‘27-28, addirittura 33 in 29 partite l’anno dopo, a diciotto anni. Svelto eppure sornione, funambolico ma anche asciutto nella finta che lascia di stucco l’avversario e disegna il tiro a rete, Meazza strabilia per la precoce maturità che induce il Ct azzurro Vittorio Pozzo a farlo esordire in Nazionale a sorpresa, contro la Svizzera a Roma il 9 febbraio 1930, al posto dell’atteso Sallustro. Meazza segna i due gol che chiudono sul 4-2 la gran rimonta degli azzurri e diventa l’idolo dell’Italia intera. Chiude la stagione in testa ai bomber, con 31 reti in 33 partite. Ormai non ci sono più dubbi: è il più forte giocatore italiano dell’epoca.

CLASSIFICA

SquadraPtGVNPGFGSDR
Ambrosiana50342266853847
Genova 189348342086633924
Juventus45341978563125
Torino393416711523121
Napoli373414911615110
Roma363415613735221
Bologna363414812564610
Alessandria36341481255496
Pro Vercelli3334129135260−8
Brescia3334137144556−11
Milan323411101352484
Modena3034118154855−7
Pro Patria3034126164664−18
Livorno2934125175179−28
Lazio2834108164950−1
Triestina2834116174259−17
Padova2634114195278−26
Cremonese163448223183−52

VERDETTI

Campione d’Italia AMBROSIANA
Retrocesse in serie B PADOVA e CREMONESE
Qualificate in Coppa Europa AMBROSIANA e GENOVA

MARCATORI

31 gol Meazza (Ambrosiana)
21 gol Volk (Roma)
20 gol Maini (Bologna), Vojak I (Napoli)
17 gol Banchero I (Genova), Ferrari (Alessandria), Rossetti (Torino), Vecchina (Padova)
16 gol Serantoni (Ambrosiana)
15 gol Levratto (Genova), Magnozzi (Livorno), Orsi (Juventus)
14 gol Blasevich (Ambrosiana), Rossi I (Pro Patria)
13 gol Chini (Roma), Munerati (Juventus), Palandri (Livorno), Reguzzoni (Pro Patria), Sallustro I (Napoli)