STABILE Guillermo: El Filtrador

Nato a Buenos Aires il 17 gennaio 1906, quarto di dieci fratelli di una famiglia di origine italiana, Stabile fu, oltre che capocannoniere del primo Mondiale, un campione che avrebbe certamente inciso profondamente nella storia del Genoa se ciò non gli fosse stato impedito da un paio di avvenimenti oltremodo sfortunati. E’ per questo che prima di ripercorrere gli inizi della sua straordinaria carriera, partiamo dal suo arrivo in Italia…

Nell’autunno del 1930 giunse a Genova, ingaggiato da quella che a quei tempi era la società più famosa e blasonata d’Italia, il Genoa. Intrepido e coraggioso, agile e leggero, suppliva alla taglia atletica modesta con un gioco di finte memorabile e con la rapidità di esecuzione dei suoi movimenti. Quando venne in Italia, Stabile era già famoso, avendo vinto da poco la classifica dei marcatori della prima Coppa del Mondo. Al porto di Genova, lo andarono a ricevere migliaia di tifosi del grifone rossoblu, che vantava sulla bandiera nove scudetti vinti e che cercava, con l’ingaggio del prestigioso sudamericano, la strada per ripetere nel campionato a girone unico, le gesta del passato.

Stabile arrivò il 14 novembre 1930, venerdì, sul «Conte Rosso», che aveva gettato l’ancora al Ponte dei Mille. In società, nel colloquio che stabiliva gli ultimi dettagli dell’ingaggio, «El Filtrador» si disse disponibile a giocare subito. Allenatore e dirigenti pensarono ad una battuta, dato che la traversata era durata diciassette giorni e che, per di più, Guillermo aveva utilizzato la trasferta come viaggio di nozze. La domenica era atteso a Marassi il Bologna, avversaria irriducibile del Genoa al quale aveva disputato, fino all’ultima goccia di sudore, il titolo del 1925 e che era zeppa di campioni come Fedullo, Monzeglio, Gasperi, Pitto, Baldi, Reguzzoni, Schiavio, Della Valle. Insomma, uno squadrone che veramente faceva tremare il mondo.

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Stabile insisteva e l’allenatore tentennava, poi finalmente la situazione fu sbloccata dal presidente che, sentendo vociare le migliaia di tifosi convenuti al porto, pensò che era impossibile privare gli sportivi di quel regalo ed accontentò il giocatore. Lo stadio di Marassi, alla notizia che avrebbe giocato il nuovo acquisto, si riempì come un uovo ed il pubblico potè assistere alle mirabilie del «Filtrador». Lo marcava Baldi, un marcantonio definito «il centromediano in frac» per l’eleganza del gioco, ma quella fu una brutta giornata per il bolognese: Stabile sgusciava da ogni parte con pezzi di bravura. Forte nel dribbling, riusciva a districarsi nella difesa avversaria e per tre volte si fece beffe dell’intera retroguardia bolognese per battere il guardiano Cassetti, sostituto sfortunato del titolare Gianni. Il risultato finale fu 3-1 e fu subito leggenda: segnare tre gol nella giornata dell’esordio, non era episodio ricorrente, per cui la tifoseria cominciò a sognare ad occhi aperti. Intanto Stabile si acclimatava a perfezione nella terra dei padri: di Genova gli piaceva tutto; il porto gli ricordava Buenos Aires; trovò gli amici giusti, giocava e segnava.

Pozzo gli annunciò che lo avrebbe convocato in Nazionale, andava tutto bene fino a quando una maledetta domenica di marzo, mentre la Nazionale era impegnata a Berna per un incontro di Coppa Internazionale con la Svizzera, il Genoa organizzò una partita amichevole con l’Alessandria. Intrepido e coraggioso, Stabile lo era stato sempre; anzi, riteneva il coraggio una dote essenziale per un centravanti e l’impegno per guadagnarsi la paga componente altrettanto essenziale dell’onestà professionale. Anche in amichevole, quindi, rischiava per dimostrare le proprie qualità, e su una palla invitante da calciare in rete non fece calcoli maliziosi ed il portiere dei grigi gli rovinò sulla gamba destra: frattura. Un anno e mezzo di cure, lontano dal campo di gioco e ritorno cauto nelle prime quattro giornate del torneo 1932-33. Ancora riposo e ritorno in squadra, spostato all’ala alla 13. giornata.

All’inizio, Stabile parve aver ritrovato se stesso: segnò per tre giornate consecutive al Napoli, all’Ambrosiana e alla Roma, e proprio nella giornata del felice ritorno al ruolo di centravanti, nell’incontro della 23. giornata con la Fiorentina, un altro intervento di autentica scarponeria lo rispedì nel lettino d’ospedale, con un’altra frattura alla gamba destra, un paio di centimetri sopra la prima. Ancora gesso, cure, massaggi e a ventisei anni, la minaccia di una carriera finita. Si rimise in piedi, continuò a giocare per il Genoa, passò una stagione al Napoli in prestito e quando tornò nella città della Lanterna si accorse che la fiducia dei dirigenti e degli amici era incrinata. Non accettò di fare la comparsa, rubando lo stipendio per il glorioso passato; preferì la strada dell’orgoglio e si trasferì in Francia dove conobbe altri giorni di gloria nel Red Star di Parigi.

Rimase leggendario il provino al Parc des Princes, quando i dirigenti della squadra francese lo sottoposero ad esame in occasione di un incontro amichevole fra il Red Star, appunto, e l’Austria Vienna. La partita finì 6-5 per i francesi: «El Filtrador», facendo appello all’immensa classe e all’esperienza acquisita, era riuscito a perforare la difesa austriaca per quattro volte. Stabile tornò in Argentina nel 1938, quando apparve chiaro che sul vecchio continente i problemi sorti fra le varie nazioni sarebbero stati risolti con il fucile, otto anni dopo il suo baldanzoso sbarco al porto di Genova.

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Aveva lasciato Buenos Aires sulle ali della gloria, a ventiquattro anni, di cui almeno nove spesi per conquistare un posto al sole, prima con l’Huracan poi con la Nazionale d’Argentina. Talento naturale, fu scoperto da un dirigente dell’Huracan, che lo vide giocare con altri ragazzi in strada: debuttò in prima squadra ad appena sedici anni ed un anno dopo disputò come centravanti le finali per il titolo d’Argentina che vedevano impegnate Huracan e Boca. Vinse la prima partita il Boca 3-0 e la seconda l’Huracan 2-0 con una doppietta del giovane Guillermo. Lo spareggio fu vinto dal Boca, ma Stabile era già entrato nel giro dei grandi. Nel 1925 l’Huracan vinse il campionato e Stabile segnò 34 reti. L’anno dopo, appena ventenne, fu chiamato nella selezione argentina che giocò il Sudamericano di Santiago del Cile. Nel 1928 finì ancora sugli scudi con l’Huracan che vinse il campionato e l’ormai rinomato «Filtrador» si impose nella classifica cannonieri con 28 reti.

L’apice, il culmine della carriera arrivò comunque a Montevideo, quando una circostanza fortunata gli procurò la maglia di centravanti della selezione argentina impegnata nella prima Coppa del Mondo: Cherro, mezzala sinistra, fu colpito da una malattia nervosa dopo la prima partita del mondiale con la Francia ed i dirigenti decisero di spostare «Nolo» Ferreyra a mezzala, inserendo al centro dell’attacco il ventiquattrenne Stabile. Fu un colpo di fortuna, ma Stabile dimostrò di meritarla segnando a ripetizione con il Messico (3 reti), il Cile (2 reti), gli USA (2 reti) e l’Uruguay in finale (1 rete), quando fece letteralmente impazzire il grande centromediano Lorenzo Fernandez. Fu la consacrazione come capocannoniere del mondiale e tutto, da quel giorno, assunse per Stabile i contorni del sogno: donne, fortuna, «dinero», l’ingaggio del Genoa, il matrimonio, il viaggio di nozze su una nave principesca, i tre gol al Bologna. Un sogno che si infranse sul lettino d’ospedale, per gli interventi troppo rudi di chi volle impedire all’arte di realizzarsi.

Partito per conquistare il mondo, Stabile tornò in Argentina per fare i conti con un’età ormai avanzata e con la gamba destra che non gli permetteva più di giocare. Grazie ad un corso di allenatori frequentato in Francia, assunse la direzione tecnica dell’Huracan affermandosi immediatamente come tecnico valoroso ed aggiornato. Gli venne affidata la guida della Nazionale nel 1941 e, cosa rara in un Paese passionale come l’Argentina, riuscì a mantenere l’incarico fino al 1948. Nel 1945 assunse anche la guida tecnica del Racing dove introdusse il WM riuscendo a costruire una squadra forte ed omogenea, esaltata da grandi individualità quali Mario Boyè, Ruben Bravo, Lamil Simes: dopo ventiquattro anni il Racing centrò la vittoria nel campionato del 1949 e prolungò il proprio dominio fino al 1951, conquistando per tre volte consecutive il titolo di campione.

Stabile, a questo punto, è il tecnico più apprezzato del Paese, ma deve dare ancora il meglio di sé: il capolavoro della sua carriera di uomo-spettacolo è infatti legato al Sudamericano di Lima del 1957, quando inventa una formazione giovane che ha una prima linea di sogno: Corbatta – Maschio – Angelillo – Sivori – Cruz. Nell’incontro con il Brasile di Gilmar, Nilton Santos, Didi, Evaristo, Garrincha esplode la grande tecnica degli argentini che vincono 3-0. Il calcio diventa nuovamente leggenda e Stabile è nei paraggi: ha inventata una squadra di sogno, ma l’anno dopo sarà costretto a rassegnare le dimissioni, quale responsabile della «seleccion» alla Coppa del Mondo di Svezia. La squadra del Sudamericano è andata a catafascio: Sivori, Maschio e Angelillo sono già in Italia, ma la stampa incolpa Stabile della «vergognosa» eliminazione dal mondiale svedese. L’amarezza si impadronisce dell’ormai stanco Don Guillermo, come poco più di vent’anni prima: l’amarezza e l’ingratitudine lo allontanano dal mondo del calcio e quando muore a Buenos Aires nel 1966 con lui se ne va un grande, una leggenda del football mondiale.

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