STEFANO CHIODI – febbraio 1976

Diciannove anni appena compiuti, sedici milioni di costo (pagamento in due anni), bolognese… verace si direbbe a Napoli, quattro gol sin qua in serie A dove ha debuttato quasi per caso e dove è diventato ormai inamovibile.

Il Fiore all’occhiello

La storia di questo «bomberino» rossoblu è quanto meno singolare: nato a Funo di Argelato — un agglomerato di case ad una quindicina di chilometri da Bologna — dopo un paio di campionati in lega giovanile ed uno in Promozione con il Castelmaggiore («Debuttai — dice — che avevo sedici anni perché si era infortunato il centravanti, e feci subito gol») stava per diventare torinese per una manciata di milioni.
Tutto era ormai concluso: mancava solo la firma di papà Chiodi sul contratto e… l’assenso del giocatore a trasferirsi sotto la Mole: Stefano però, di lasciare la sua città proprio non ne aveva voglia e siccome nella bozza di contratto era prevista una possibilità di rescissione ecco che… «finii al Bologna — dice — con grande gioia dei miei oltre che mia».
Ed al Bologna, Chiodi trovò Vavassori, ex portiere in varie società ed a quei tempi «allevatore» di «pulcini» rossoblu.

«Con Vavassori — ricorda il giocatore — cominciai a conoscere il calcio vero, quello che speravo mi sarebbe servito in futuro». E da quanto ha fatto vedere sinora, non si può certo dire che gli insegnamenti di Vavassori non siano stati messi a frutto.

A Chiodi, però, gli abiti della «Primavera» stavano decisamente stretti: lui, infatti, appartiene a quella categoria di persone che non sono mai soddisfatte per cui quando a novembre del 74 il Teramo se lo fece dare, in prestito, lui si trasferì in Abruzzo con tutta la gioia e la speranza possibili.
«A Teramo trovai Fantini al quale penso abbia fatto il mio nome Canestrari che era stato con me nelle giovanili del Bologna. In C mi trovai di fronte ad una realtà completamente diversa da quella che avevo conosciuto sino ad allora. Nel Teramo giocai 29 partite e segnai 8 gol. Finito il campionato, rientrai a Bologna e il signor Pesaola mi comunicò che mi avrebbe inserito nella rosa dei titolari».

E a questo punto, una digressione è d’obbligo: della «covata» di giovani che da tempo teneva sotto osservazione, il «Petisso» parlava spessissimo con particolare riferimento di un ragazzino che non poteva non esplodere. «E’ solo questione di tempo — ammoniva il mister rossoblu — e poi il Bologna si troverà, scodellato in casa, un giocatore degno delle migliori tradizioni. Per ora deve farsi ancora un po’ le ossa e poi tutti vedranno…»

Il nome di questo «fenomeno», lo avrete capito, era Stefano ed il cognome, Chiodi: ed al proposito non si può non dare atto a Pesaola di avere visto giusto. Ma lasciamo di nuovo la parola al protagonista: «Ritornato al Bologna, mi sarei aspettato tutto fuorché di diventare titolare. Per me, infatti, era più che sufficiente far parte della “rosa” per cui non mi ponevo traguardi più alti. Quando però mi è stata offerta la grande opportunità, non me la sono lasciata scappare ed ora eccomi qui».

— Al centro delle attenzioni degli appassionati e fresco reduce da una doppietta in quel di Napoli. Che effetto ti ha fatto segnare due gol e vedere contemporaneamente che un giocatore come Savoldi restava a bocca asciutta?
«I problemi degli altri non mi interessano: nei confronti di Savoldi, poi, ho una specie di venerazione. Ed anche se contro di noi è rimasto a secco, pagherei di tasca mia per diventare come lui…».

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— Lo sai che per alcuni sei già migliore di «Beppe gol»?
«Mi pare che si esageri: che cosa ho fatto in fin dei conti? Quattro gol, d’accordo, ma sono poi così tanti?».

— Per uno che è costato solo sedici milioni senz’altro. Ma anche per gente che è costata ben di più. Ma passiamo ad altro: ormai sei ad un passo dalla prima tua maglia azzurra… Nell’Under 21, infatti, un posto per te ci sarà senz’altro. Che cosa pensi dell’ultima generazione di calciatori?
«Tutto il bene possibile e non perché ne faccia parte anch’io. Negli allenamenti dell’Under che ho fatto e nelle partite che ho giocato sino ad ora, me ne sono trovati a fianco o di fronte parecchi e di tutti mi sono fatto un’ottima impressione».

— Il futuro del calcio italiano, quindi, è tutto rosa…
«Per certi ruoli sì, senz’altro; per altri molto, molto meno. Tra noi giovanissimi, infatti, vedo bene attaccanti e difensori; un po’ meno i centrocampisti e parecchio male i registi. Ecco, è anche il ruolo più difficile da interpretare per chi manchi di esperienza».

E siccome a questo punto il giocatore Chiodi ha già detto tutto (anche perché lui «dice» particolarmente sul campo) passiamo all’uomo Chiodi con le sue esperienze e le sue aspirazioni; i suoi problemi e i suoi… amori.
«Alto là: niente amori. E nemmeno una ragazza fissa. Sono giovane, d’accordo, ma ho le idee chiare: quando mi metterò con una ragazza sarà perché mi dice qualcosa. E per ora, di donne così non ne ho ancora trovate».

— Ma come deve essere, per te, una donna?
«Deve essere una persona in grado di capirti sempre: nelle cose giuste ma soprattutto in quelle sbagliate. Ecco, secondo me una donna (ma anche un uomo) deve essere in grado di amare anche i difetti dell’altro».

— E tu ne hai?
«Senza dubbio sì: che uomo sarei altrimenti?».

— Un uomo senza difetti.
«Ma un uomo così non esiste se non nei calendari con un’esse davanti che vuol dire santo».

— Torniamo alle donne: sono un problema, per voi giocatori? Mi spiego: secondo te, è vero che fare certe cose dal martedì in avanti fa male?
«Rispondere in un modo che vada bene per tutti è impossibile: ogni uomo, si sa, è diverso dagli altri per cui non si può parlare in assoluto. Secondo me, “certe cose” si possono fare sempre: l’importante è che si facciano in assoluta distensione e senza particolari sforzi psicologici».

— Ma tu quando le fai?
«Quando posso. A condizione, beninteso, che non mi facciano male la domenica».

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— Diciannove anni, un guardaroba che molti ti invidiano, il nome scritto in grosso sui giornali, la gente che ti telefona e ti scrive a casa: ti senti diverso dai tuoi amici di quando eri bambino ed inseguivi una palla di stracci?
«Diverso no, più fortunato sì. E non di poco. Ed anche con non molti meriti. Per lo meno per ora».

— Perché «per lo meno per ora»?
«Perché il difficile deve ancora venire. Sono giovane, d’accordo, ma non sono scemo: quanti sono stati, in passato, i calciatori che sono esplosi come dei fuoriclasse e che poi sono… rientrati nei ranghi? No, io un rischio così, non lo voglio correre; io, ad essere quello che sono adesso ed anche migliore, ci tengo troppo».

— Al punto tale da sacrificare tutto o quasi?
«Esatto. E quel quasi lo voglio riservare alla mia natura di uomo. Ecco: secondo me un calciatore, come chiunque altro, deve essere prima di tutto un uomo. Con dei diritti, d’accordo, ma soprattutto con dei doveri».

— Nei confronti di chi?
«Di tutti, ma soprattutto nei confronti degli altri uomini. Tanto più se meno fortunati di lui».

— Sei religioso?
«?!?».

— Ho capito: credi in Dio?
«Non so. Credo però che sopra di noi ci sia qualcuno che ha fatto tutto».

— Ma lo ha fatto bene?
«A mio parere sì anche se poi spesso gli uomini hanno rovinato tutta la baracca».

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— Sei giovanissimo e quindi in grado di capire i problemi dei tuoi coetanei. Dove pensi risieda la causa della loro crisi?
«Nella mancanza di ideali. O meglio: nella presenza di ideali falsi come la popolarità e i soldi».

— Ecco un’affermazione che suona falsa in bocca a uno come te avviato a diventare popolare e ricco.
«E con questo? La penserei nello stesso modo se facessi il meccanico o l’impiegato. Non sono infatti la popolarità e la ricchezza le cose che cerco nel mio mestiere ma l’affermazione come uomo. E questo può capitare a tutti i livelli, indipendentemente dal fatto che si lavori in uno stadio, in un’officina o in un ufficio».

— Tu quindi sei Stefano Chiodi di professione calciatore, tutto qui: non sei cambiato dallo Stefano Chiodi di quattro, cinque anni fa?
«Per niente, tanto è vero che le mie amicizie sono rimaste quelle e la gente che frequento è sempre quella anche se, logicamente, mi guardo attorno e cerco sempre di incontrare chi mi possa arricchire. Di dentro, però non di fuori. A me, infatti, quello che interessa di più non è tanto il conto in banca quanto l’arricchimento interiore. Che è poi il solo che ti resta sempre e comunque: anche quando attacchi le scarpe al chiodo».