Olimpiadi 1928: il trionfo del calcio rioplatense

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L’edizione olimpica di Amsterdam nel 1928 fu un vero e proprio Mondiale di calcio e conobbe vertici di gioco eccezionali specialmente nel confronto tra le sudamericane Argentina e Uruguay. Il torneo vide anche la definitiva entrata della nostra nazionale nell’Olimpo del calcio internazionale.


Il numero delle nazioni partecipanti al IX torneo olimpico ad Amsterdam nel 1928 è inferiore a quello di quattro anni prima (diciassette contro ventidue), in larga misura per il sorgere delle prime controversie in materie di dilettantismo e di professionismo. Non per questo la competizione sarebbe stata meno significativa. Scontata l’assenza dell’Inghilterra, le defezioni, indubbiamente gravi, di Austria, Ungheria e Cecoslovacchia sono in parte compensate dall’iscrizione della Germania e soprattutto da quella dell’Argentina. Anzi, la presenza di ben tre rappresentative latino-americane (Uruguay, Argentina, Cile) conferisce alla manifestazione un carattere internazionale senza precedenti, sottolineato anche dalla presenza del Messico. Si tratta di una vera e propria anticipazione del Campionato del mondo, il cui prossimo svolgimento era stato deciso proprio ad Amsterdam, prima che il torneo olimpico avesse inizio, dal congresso della FIFA. La decisione di tenere un torneo mondiale ogni quattro anni è presa su proposta di una commissione presieduta da Jules Rimet, creata nel 1926.

Gli azzurri si presentano ad Amsterdam con una squadra senz’altro più sperimentata riespetto a quella del torneo di Parigi. L’unica assenza di rilievo è quella di Libonatti, lasciato a casa per cautelarsi contro eventuali accuse di professionismo. Nella partita di esordio, il 29 maggio, gli azzurri faticano però molto più del previsto per liquidare la Francia (4-3): sorpresi da due brucianti gol dei transalpini segnati nel giro di quattro minuti, si portano sul pareggio entro la fine del primo tempo e realizzano altre due reti nella ripresa, soffrendo poi il ritorno degli avversari. Gli azzurri scesi in campo sono: De Prà (Genoa); Rosetta (Juventus), Caligaris (Casale); Pietroboni (Inter), Bernardini (lnter), Janni (Torino); Rivolta (lnter), Baloncieri (Torino, capitano), Banchero (Alessandria), Rossetti (Torino), Levratto (Genoa).

L’avversario dei quarti, tre giorni dopo, è una Spagna resa meno temibile dall’assenza di Zamora. Lo scontro, comunque durissimo, termina in parità con goal del terzino iberico Zaldua e del nostro Baloncieri. Nell’occasione, Combi subentra in porta a De Prà (un avvicendamento che doveva rivelarsi definitivo), Pitto sostituisce Bernardini nel delicato ruolo di centromediano e il bolognese Schiavio rileva l’esordiente Banchero al centro dell’attacco. Non esistendo ancora il ricorso ai rigori, il match viene ripetuto dopo tre giorni. Nella squadra azzurra gli avvicendamenti sono ridotti al minimo: rientra Bernardini al centro della mediana (e Pietroboni fa posto a Pitto), mentre a centrocampo viene inserito Magnozzi al posto di Rossetti. Gli spagnoli scelgono invece il criterio di rivoluzionare la loro formazione, ma hanno torto: gli azzurri li travolgono con un sonante 7-1, dopo aver chiuso il primo tempo già sul 4-0. Per la prima volta, la Nazionale italiana giunge in semifinale in un torneo olimpico oltre ad essere, fatto non poco significatico, anche l’unica rappresentativa europea rimasta in lizza.

Le squadre sudamericane infatti non hanno sin qui avuto problemi: l’Argentina, dopo aver passeggiato con i turisti statunitensi (11-2), dà un saggio eloquente della propria forza tecnica battendo largamente (6-3) il Belgio di Raymond Braine, centravanti di valore assoluto (destinato ad una brillante carriera nello Sparta Praga); l’Uruguay, campione in carica, supera i padroni di casa dell’Olanda (2-1), per poi eliminare in modo ancora più convincente (4-1) la Germania (nel turno precedente vittoriosa sulla Svizzera), in un duro inconntro che conferma non solo le doti tecniche degli uruguagi, ma anche la loro grinta agonistica, in qualche caso spinta fino al limite della provocazione: la partita si trasforma presto in rissa, con l’espulsione di due tedeschi e del capitano uruguagio Nasazzi. La quarta squadra a giungere in semifinale è sorprendentemente l’Egitto, che dopo un facile primo turno contro la Turchia, riesce poi ad eliminare il Portogallo. Opposti in semifinale agli argentini, gli egiziani si inchinano mestamente cedendo per 0-6.

Nell’altra semifinale, gli azzurri trovano l’Uruguay. La circostanza è storica: si tratta del primo confronto ufficiale della Nazionale italiana con una rappresentativa nazionale sudamericana. Il commissario tecnico Rangone mette in campo la stessa squadra che aveva stravinto nel secondo incontro con la Spagna. E i risultati sembrano inizialmente dargli ragione: gli azzurri si trovano in vantaggio dopo pochi minuti, grazie ad un gol di Baloncieri. Ma devono ben presto subire una rabbiosa rimonta degli uruguagi, che mettendo in crisi la nostra difesa vanno a rete per tre volte tra il 17′ e il 31′ del primo tempo, con Cea, Campolo e Scarone. Pur messa in notevole difficoltà dalla completezza dei sudamericani, abili nel palleggio e aggressivi sull’uomo, nella ripresa l’Italia mostra notevole carattere e forza agonistica. Un gol di Levratto riapre la partita al 60′, ma il risultato resta fermo sul 3-2 per l’Uruguay.

Se non altro l’Italia può vantarsi di essere la sola compagine contro la quale l’Uruguay ha dato la sensazione di dominare. Esclusa dalla finalissima, la Nazionale termina comunque in grande stile il torneo, aggiudicandosi la finale per il 3° posto con una travolgente vittoria ai danni dell’Egitto (11-3). Nella circostanza, sono autori di una tripletta ciascuno Schiavio, Banchero e Magnozzi; gli altri due gol li segna Baloncieri. Per l’Italia dunque la medaglia di bronzo e il “titolo” di prima squadra europea alle spalle delle due grandi inarrivabili sudamericane.

Nella foto: la Nazionale italiana all’arrivo ad Amsterdam. In alto, in piedi da sinistra: Angelo Schiavio (Bologna S.C.), Enrico Rivolta (S.S. Ambrosiana), Pietro Genovesi (Bologna S.C.), Voltino Degani (S.S. Ambrosiana), Felice Gasperi (Bologna S.C.). In piedi, in basso da sinistra: Mario Magnozzi (U.S. Livorno), Silvio Pietroboni (S.S. Ambrosiana), Giovanni de Prà (Genova 1893).

La finalissima tra Argentina e Uruguay si consuma in un appassionante duplice scontro. Il primo match termina alla pari (1-1) anche dopo i tempi supplementaari: il gol messo a segno da Petrone viene pareggiato da Ferreira per gli argentini. Tre giorni, nella ripetizione,si ripete in parte il motivo conduttore della partita precedente: ad una segnatura uruguagia, siglata da Figueroa, rispondono gli argentini con un gran tiro da lontano del centromediano Monti, un «duro» che aveva messo in mostra notevoli doti anche in fase di appogggio alla manovra d’attacco. A questo punto, gli argentini paiono prendere il sopravvento ed hanno le occasioni per chiudere l’incontro, ma vengono beffati da un rapido contropiede di Scarone. Come era già successo varie volte nel campionato sudamericano, gli argentini mostrano maggiore fantasia ed una tecnica individuale più elevata in ogni singolo elemento, ma gli uruguagi oppongono una migliore disposizione tattica e un’efficace filosofia utilitaristica.

Entrambe le squadre impressionano notevolmente il pubblico olandese per le raffinatissime doti tecniche dei loro giocatori, giudicate superiori a quelle degli europei. In particolare stupiscono i virtuosismi degli argentini Orsi e Ferreira e degli uruguagi Andrade e Scarone. La formazione tipo dei campioni è la seguente: Mazzali; Nasazzi, Arispe; Andrade, Piriz, Gestido; Arremond, Scarone, Borjas, Cea, Figueroa. Della squadra vittoriosa quattro anni prima a Parigi restano ben sei elementi (Mazzali, Nasazzi, Arispe, Andrade, Scarone, Cea).

L’Uruguay rivince quindi il titolo olimpico, riaffermando quella che si può a buon diritto considerare la sua egemonia nel football internazionale degli anni venti, destinata a conoscere una nuova e autorevole conferma due anni dopo, nel primo Campionato del mondo. Ma una vera e propria supremazia del calcio sudamericano era stata nel 1928 delineata anche dalla prova dell’Argentina, squadra non inferiore a quella campione, come testimoniano gli esiti della Coppa America, vinta dall’Uruguay nel 1924 e 1926, e dall’Argentina nel 1925 e 1927. La partecipazione al mondiale annunciato per il 1930, destinato a tenersi in Uruguay dopo il ritiro delle candidature di Ungheria, Italia e Spagna, non si sarebbe presentato molto allettante per le rappresentative europee, ma questa è un’altra storia…